Vladimir Pozner. Il barone sanguinario…

Sembra una coincidenza. Mentre chiudo le pagine dell’ultimo libro letto, sul Corriere della Sera, appare un articolo di Guido Ceronetti, “Contro la crisi, elogio degli eroi. Bertold Brecht si sbagliava, oggi sono più utili di ieri”, in cui, ricordando la frase di Brecht: «Beato il popolo che non ha bisogno di eroi», si lascia andare a una serie di considerazioni che suonano belle ed elevate ma che alla fine lasciano in bocca un sapore dolciastro e un po’ stucchevole. L’eroe sarà pure un punto di riferimento alto ma sconta un vizio che lo rende, a ben guardarlo, fastidioso. Attinge a piene mani al Bene, ne è il campione, raffigura l’esempio positivo, la tensione al puro che alla fine lo trasfigura in un oggetto un po’ noioso e lo inquadra in un omologato stereotipo, conforme al modello di chi lo esalta e lo prende a riferimento.

A contrapporsi al suo mito sta l’avventuriero, figura luciferina, sfuggente, appesa tra realtà e sogno, che, nella sua tagliente rappresentazione, ne costituisce la pura antitesi. Se l’eroe è l’altruista totale, l’avventuriero insegue il suo solitario ideale solipsista. Se l’eroe agisce per un valore più vasto del suo Io, l’avventuriero è l’egoismo fatto persona. Se l’eroe fa parte delle disciplinate legioni dei buoni sentimenti, l’avventuriero è il rappresentante di un male che, proprio perché espresso individualmente in forma parossistica, può tracimare incontrollabile. Se l’eroe rappresenta l’insipidità del buono, l’avventuriero assume le forme della malvagità saporita. Se l’eroe raggiunge la fama nella sua dannata beatificazione, l’avventuriero nell’oblio trova la sua salvifica dannazione.

Basta dunque leggere Il barone sanguinario di Vladimir Pozner che Adelphi, una casa editrice avventuriera che ha avuto il torto di trasformarsi in eroica, manda in libreria, per farsi avvolgere dal fascino maligno dell’avventuriero. La storia di questo romanzo/biografia nasce dalla richiesta fatta all’autore, da parte di Blaise Cendrars, di scrivere un libro per una collana di biografie di avventurieri.

L’autore, comunista militante, opta per una scelta che può apparire bizzarra, scriverà la storia del barone von Ungern-Sternberg, ufficiale delle Guardie Bianche in rotta in Oriente, dopo la Rivoluzione d’Ottobre e l’avvento del Bolscevismo in Unione Sovietica. E il suo libro parte proprio dall’incarico ricevuto e dalle prime indagini che l’autore, dopo aver letto una montagna di documenti (che si rivelano ricolmi di notizie false e depistanti, come nella migliore tradizione dell’avventuriero) compie a Parigi, dove si trova una popolosa colonia di rifugiati in fuga dal terrore rosso. Ex ufficiali dell’esercito zarista, nobili ormai decaduti, proprietari terrieri privati di tutto che si ritrovano a Parigi a fare i tassisti, i camerieri, gli sfaccendati, un’umanità spiaggiata dalle onde della Storia che conserva ancora l’alterigia e le abitudini di un tempo pur non avendone più la possibilità.

Un gruppo eterogeneo in cui l’autore rintraccia le prime stravaganti notizie. Scopre prima di tutto la misteriosa aura che avvolge il barone Ungern. Incontrando un lama, sedicente guida spirituale di Ungern e protettore di un suo falso figlio, ascolta questa storia, che nella sua inverosimiglianza è la più vivida rappresentazione del barone e dell’avventuriero.

«Il barone non è morto – mi interruppe severamente il monaco – ha abbandonato le sue spoglie mortali per reincarnarsi nel corpo di un mongolo. Adesso ha dieci anni. I cinesi e i russi gli danno la caccia per ucciderlo. Poveri mentecatti. Uccidendolo, credono di potergli impedire di reincarnarsi di nuovo. Invece non riusciranno neanche a trovarlo. È nascosto in un luogo sicuro, e solo a tre lama è concesso avvicinarlo. Tra cinque anni e sette mesi riprenderà la sua cavalcata attraverso il deserto del Gobi, e nessuno potrà resistergli».

Il barone Ungern è nella mente di molti un’entità quasi sovrannaturale, appesa a metà tra la realtà e il sogno, è noto per le sue scorribande, per la sua crudeltà. Si trova in un qualche posto in Oriente pronto a colpire ma nessuno sa dov’è. È descritto come un pazzo visionario, sanguinario e ascetico. Dio della Guerra e affascinato dal buddhismo e dal lamaismo. È una scheggia impazzita dell’armata bianca che si trova confinata nell’estremo oriente mongolo, cacciatavi dall’armata rossa che ha preso il sopravvento e l’ha spinta ai confini estremi della neonata Unione Sovietica. Ungern lotta, combatte, trama, è alleato coatto dei giapponesi, cerca collaborazione dai cinesi per poi tradirli, si avvale delle sue amicizie mongole per guidare la controffensiva in cui crede ciecamente.

Si crede la reincarnazione di Gengis Khan, e ai principi mongoli si rivolge in questo modo: «Sono stato a Kiev, ho visto Varsavia e Budapest. Già una volta, in passato, i ferri dei cavalli mongoli hanno calcato le strade di quelle città. L’Occidente sta morendo, infettato dalla peste rivoluzionaria. Niente più principi, niente più eserciti. Gli schiavi hanno smesso di rispettare la legge. È arrivato il momento di ricostruire l’impero dei grandi khan. Discendenti di Gengis Khan, nelle vostre vene scorre il sangue dei conquistatori del mondo. I vostri schiavi vi obbediscono come mille anni fa. Seguiremo le orme di Gengis Khan. Prima la Cina, la Cina che avete già conquistato una volta, e che adesso, memore delle antiche sconfitte, cerca vendetta… Poi la Siberia… Passeremo come un uragano, e i popoli si solleveranno dal Pacifico al Mar Nero, buriati, kirghisi, iacuti e tibetani. Saremo seicento milioni. Nessuno potrà resisterci. Gli schiavi ribelli scapperanno veloci come marmotte, e Mosca scoppierà come una vescica di bue sotto gli zoccoli dei nostri cavalli. In ogni paese rimetteremo sul trono un re, e tutti i sovrani porteranno il loro tributo sulle rive del Kerulen. Figli di Gengis Khan siete pronti a seguirmi?».

Ungern, l’asceta soldato, assetato di sangue, sogna e fonda un regno teocratico guidato da lama tibetani nella regione mongola che controlla, è pronto a marciare sulla Cina per poi riversarsi verso il Caspio alla riconquista di Mosca e della Santa Russia. E per realizzare la sua lucida follia trova fondamento nella crudeltà. Una crudeltà sempre esibita e assunta come una responsabilità sua propria. Quando visita le rovine di Karakorum, antica capitale del Khan, delinea la sua filosofia con una chiarezza disarmante:

«È saggio, è semplicemente ragionevole essere crudeli. Il tradimento può nascondersi sotto la sella cui si è posata la testa pesante di sonno. I morti non tradiscono. Uno solo comanda, e deve guardarsi da coloro che trasmettono i suoi ordini. C’è il rischio che ci prendano gusto. Comandare ed essere solo. Solo come i miei antenati, crociati e corsari, cavalieri erranti e capitani di ventura. Essere solo, ecco il mio vero potere. Comandare. Io. Senza l’appoggio di nessuno. Basta possedere una voce stentorea e una mano pronta a colpire. Agli altri, a quelli che non saranno stati uccisi, tocca in sorte il lungo e difficile apprendistato dell’obbedienza. La paura è una buona maestra. Questo, Gengis lo sapeva. Gli uomini non valgono molto, hanno paura di tutto, ma più di tutto della morte. Bevono, ballano, amano, parlano, ma sono pronti a camminare sulle mani, a strisciare sul ventre davanti a quei giocattoli che si regalano ai bambini: frecce o pistola. C’è anche il dolore, ma a quello ci si abitua: è la dimostrazione che si è vivi. Bisogna andare al sodo, uccidere, e fare in modo che tutti lo sappiano. A quel punto basta mostrarsi. Come fece Gengis di fronte a Tayang».

Quello che affascina di Ungern è l’enunciazione folle del Male, inteso come affermazione della propria idea del mondo. L’assunzione sulle proprie spalle della responsabilità rappresentata dalla crudeltà, “fare in modo che tutti lo sappiano”. È l’esatto opposto della “banalità del Male”. Un Male funzionale, impiegatizio, burocratico, di chi esegue ordini, di chi non sa e non vuol far sapere, di chi squittisce la propria estraneità. Qui ci troviamo di fronte invece a quella lucida, responsabile malvagità che in campo avverso è rappresentata dai processi staliniani che assumono la forma crudele ed esplicita dell’accusa autopronunciata ma non nascosta, urlata e nota a tutti per “fare in modo che tutti lo sappiano”.

Il barone sconfitto in tutte le sue folli intenzioni finì di fronte a un plotone d’esecuzione bolscevico, non prima di aver ingoiato la Croce di San Giorgio, secondo tradizione. Lì finisce la sua storia e comincia a prender fiato la sua leggenda, che, come in tutte le storie d’avventurieri, presto prende il sopravvento e ci restituisce dei contorni reticenti, dei rimandi misteriosi, dei bagliori sinistri, dei lucenti specchi ingannatori, a testimonianza del fatto che destino dell’avventuriero è l’oblio che lascia però dietro di sé sempre e comunque un’eco, un’ombra, uno strascico, per insospettire chi voglia mettersi sulle sue tracce irrintracciabili.

 Mario Grossi

 

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