Primarie. Il grande bluff…

Proprio non riusciamo a condividere gli entusiasmi che le primarie del PD hanno suscitato nell’opinione pubblica, sulla stampa e sugli immancabili, ormai, social network.

Per quale motivo dovremmo appasionarci ad una campagna elettorale interna ad un partito, nella quale prevalgono i soliti toni forti, insulti, furbate da quattro soldi, aggiramenti delle regole, cambiamenti delle stesse a favore dell’uno e non dell’altro, esposti, accuse incrociate? Qual è la splendida espressione di democrazia che ne viene fuori? Che immagine dovremmo trarne? Se questo è l’aperitivo della prossima campagna elettorale, per l’ora di cena ci troverete nel bosco a cercare ghiande, bacche e radici per un pasto frugale.

Confessiamo di non aver seguito da vicino, ma a debita distanza, lo svolgimento di questa investitura all’americana del prossimo candidato premier del centro-sinistra italiano. Del resto gli attori protagonisti non sono particolarmente affascinanti: da un lato c’è Bersani l’ultima, nel senso di terminale, versione di dirigente di partito uscito dalle sezioni di una volta, privo di qualsiasi forma di carisma, incapace di suscitare alcun tipo di fervore, pallida e grigia copia degli antichi arruffa-popolo del PCI che fu, il quale può contare solo sulla testarda caparbietà dell’apparato ex-comunista che resta fedele al Segretario fino alla fine, costi quel che costi, chiunque esso sia.

Dall’altra parte del ring, c’è il sindaco di Firenze, uomo-partito pure lui, ché altrimenti non sarebbe a governare il capoluogo toscano, il quale da un paio di anni porta avanti una pseudo-rivoluzione culturale per svecchiare la politica e il di lui partito, mescolando in un indigesto cocktail Tony Blair e Marchionne, new labour e new economy, una spruzzata tecnologica alla Obama, qualche goccia strapaesana da tifoso allo stadio, che a tratti ricorda il primo Berlusconi, capace anche lui, allora, di travolgere come un ciclone l’ingessato teatro della politica di vent’anni fa con discorsi naif, la mancanza di rispetto nei confronti delle liturgie catto-comuniste, i messaggi in stile pubblicitario. Una certa curiosità l’ha destata, se le primarie infatti sono sotto i riflettori, è certo merito suo, ma poi gratta gratta dietro l’immagine da avvocato bostoniano cui manca solo la dentatura equina per essere tale, rimane una sensazione di nullità politica e culturale. Oltre agli attacchi alla propria classe dirigente, c’è il vuoto pneumatico della modernità contemporanea. Slogan, web guerrilla, mail bombing, immagine. Sostanza assente.

Ci piacerebbe sapere che cosa pensano i candidati sull’enorme tassazione che grava sulle spalle degli italiani, che cosa intendono fare per aumentare il potere di acqusito degli stipendi, cosa vogliono fare per proteggere e rilanciare le PMI, quali le soluzioni per la difesa del territorio dalle speculazioni, le intenzioni su un modello di Unione Europea ormai collassato su se stesso, perché delle mail inviate da Renzi ai comitati o dei ricorsi di Bersani contro le stesse sostanzialmente non ce ne frega niente: programmi, non pugnette!

Questa, però, è purtroppo la realtà attuale della politica italiana (ma non è che nel resto del mondo sia poi così meglio…). Una volta esistevano i Congressi, che iniziavano nelle sezioni di partito per poi ricomporsi in una apparente normalità al momento dell’elezione del Segretario. Si discuteva di politica, si presentavano programmi, si faceva cultura, benché poi, una volta finiti, tutto tornasse alla mediocrità dei compromessi più o meno storici, degli accordi sottobanco, delle linee sconfessate. Erano comunque occasioni di confronto e di partecipazione, nei quali i militanti avevano modo di contarsi e scontrarsi partendo dal basso, sentendosi parte di una forma di democrazia. Oggi, al contrario, esistono i comitati elettorali di sostegno che viaggiano per conto proprio, assolutamente disgiunti l’uno dall’altro, capaci solo di leggere i sondaggi di opinione in power point. E’ la Democrazia 2.0 e, se vi piace così, accomodatevi in poltrona, fingendo di farne parte. Noi restiamo in piedi, fra la macerie di un modello che abbiamo combattuto strenuamente, ma che quasi vien voglia di rimpiangere.

Alessandro Cappelletti

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