La crisi del capitalismo non è un vizio di famiglia…

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, 9 novembre, sul settimanale Altri.

La redazione

IL VERO DEMONE È IL CAPITALISMO FINANZIARIO
miro renzaglia 

Il capitalismo è in crisi: morte al capitalismo. Sì, ma a quale? Perché, in realtà, chi ne pretende il decreto della fine, non ci dice né quale fra “i” capitalismi è più o meno in crisi, né quale sarebbe l’alternativa una volta celebrata la messa funebre “del” capitalismo tout court.  Per esempio: fra capitalismo familiare, capitalismo di stato, capitalismo delle “public company” chi sconta maggiormente la dissennatezza della ricerca del profitto über alles? Guarda caso, stando ai numeri e non alle chiacchiere, a pagare dazio maggiore è proprio il vertice del neoliberismo imperante fino al fatidico 2008: quello manageriale delle “public company”. Quello – per intenderci meglio – dell’azionariato diffuso, quello della ricerca del massimo profitto in tempi brevi, costi quello che costi in termini di “sacrifici” da far pagare ai soliti ignoti: i lavoratori. Tanto che le aziende con questo tipo di assetto, nel quindicennio 1997 – 2011 sono diminuite del 38% negli Stati Uniti e addirittura del 48% in Gran Bretagna, i paesi culla dell’ultraliberismo.

A reggere meglio alla negatività della crisi, sono gli altri due: il capitalismo familiare, che si fonda sulla coincidenza della proprietà e del management e quello che segna un forte ritorno dell’intervento statale nell’economia (guarda caso, in vigore nei paesi a crescita tumultuosa: Cina, Russia, Brasile, India). Piaccia o non piaccia, questi sono i numeri italiani: le industrie a conduzione familiare, che sono rimaste sostanzialmente tali, come la Campari (famiglia Garavoglia), Enervit (famiglia Sorbini), Valsoia (famiglia Sassoli de Bianchi), Vanini (famiglia omonima) e Caltagirone (famiglia omonima), tanto per fare degli esempi, subiscono – è vero – un handicap del fatturato che si aggira tra il 3 e il 9 per cento. Ma è quasi un pareggio di bilancio al confronto di quanto hanno perso aziende, una volta a capitalismo familiare, che hanno scelto la via della “public economy”. Anche in questo caso, sono i numeri che parlano: Fiat, segnala un calo fra il il 30 e il 45 per cento sul listino di borsa; Indesit e Italcementi, meno 30% circa; Cir, la holding di Carlo De Benedetti, ha l’Espresso in rosso del 36%, la Safilo è a -46%, la  Pierrel -49% e Maire Tecnimont a -50%.

Sarà mica un caso che in tutte le aziende di “public economy” si sia realizzato quel processo che con lungimiranza di altri tempi Lenin segnalava: «Nell’intimo nesso tra le banche e l’industria appare, nel modo più evidente, la nuova funzione delle banche. Allo stesso tempo si sviluppa, per così dire, un’unione personale della banca con le maggiori imprese industriali e commerciali, una loro fusione mediante il possesso di azioni o l’entrata dei direttori di banche nei consigli d’amministrazione delle imprese e viceversa. Pertanto si giunge a una sempre maggior fusione, a una simbiosi del capitale bancario col capitale industriale»? L’ipotesi di Lenin non pare per nulla azzardata e, anzi, trova oggi una conferma difficilmente confutabile: quando per sostenere lo sviluppo dell’azienda ad origine di capitale familiare ci si indebita con le banche, si può pure avere uno sviluppo momentaneo dell’impresa ma poi, se ne paga fatalmente il prezzo.  E il prezzo finale è, quasi sempre, l’esproprio della proprietà familiare, il suo fallimento o la delocalizzazione dell’impresa.

Esemplare, in tal senso, appare la vicenda della Olivetti. Un’azienda a capitale familiare che fu per decenni all’avanguardia della ricerca e della realizzazione industriale, fino a concepire oggetti di uso quotidiano oggi imprescindibili quali sono il nostro pc e perfino il nostro pc portatile. Non solo: non avendo posto a suo esclusivo obiettivo il profitto über alles, seppe essere motore di trasformazione per l’intero contesto comunitario ed urbanistico che si muoveva intorno alla fabbrica di Ivrea. Finché, alla morte di Adriano Olivetti, nel 1960, la società divenne, nei decenni a seguire, facile preda delle mire dei Colaninno, dei Tronchetti Provera, ovvero di una Telecom managerializzata  che, con generosa elargizione, Romano Prodi e Mario Draghi regalarono alle privatizzazioni di lor signori. Tant’è che, quel che ne rimane, proprio in questo 2012, ha dovuto subire la chiusura dell’Olivetti Engineering SA, allocata in Svizzera (guarda un po’) e dello stabilimento valdostano di Arnad.

Era, quello di Adriano Olivetti, e dell’azienda Olivetti, un esempio che partiva dal capitalismo familiare e arrivava ad un esperimento ancora pochissimo esplorato di capitalismo altro: quello sociale. Un esperimento che fu stroncato dal capitalismo finanziario degli ultraliberisti, dei turboliberisti. Di coloro, cioè, che hanno determinato la crisi attuale. E’ da questo ultraliberismo che ci si deve difendere. Non dal capitalismo familiare che, nonostante tutto, ha dimostrato di saper reggere botta…

miro renzaglia

 

 

 

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