Ivan Buttignon. Gli spettri di Mussolini…

«Da allora avevo imparato tante cose, e soprattutto il modo in cui i Dinosauri vincono. Prima, avevo creduto che lo scomparire fosse stato per i miei fratelli la magnanima accettazione d’una sconfitta; ora sapevo che i Dinosauri quanto più scompaiono tanto più estendono il loro dominio, e su foreste ben più sterminate di quelle che coprono i continenti: nell’intrico dei pensieri di chi resta. Dalla penombra delle paure e di dubbi di generazioni ormai ignare, continuavano a protendere i loro colli, a sollevare le loro zampe artigliate, e quando l’ultima ombra della loro immagine s’era cancellata, il loro nome continuava a sovrapporsi a tutti i significati, a perpetuare la loro presenza nei rapporti tra gli esseri viventi. Adesso cancellato anche il nome, li aspettava il diventare una cosa sola con gli stampi muti e anonimi del pensiero, attraverso i quali prendono forma e sostanza le cose pensate: dai Nuovi, e da coloro  che sarebbero venuti dopo i Nuovi, e da quelli che verranno ancora».

È a questo brano fulminante, del racconto I Dinosauri di Italo Calvino, che penso, dopo la lettura del nuovo saggio di Ivan Buttignon, Gli spettri di Mussolini, edito da Hobby&Work, perché in entrambi di spettri si parla, nell’accezione che lo stesso autore si premura di focalizzare nella sua introduzione.

Lo spettro è lo spirito di un essere vivente (qui si parla di un essere collettivo), “è la parte immateriale che si manifesta dopo la sua scomparsa; è una rappresentazione fantasmatica del soggetto, un suo simbolo, che continua a far sentire la sua presenza”. Gli spettri di Mussolini sono allora i simboli del regime fascista che l’autore ci racconta nel suo saggio, descrivendoli nella loro origine, nella loro evoluzione, nella loro potente capacità sintetica di rappresentazione, esasperata nei regimi totalitari ma necessaria in ogni tempo e in ogni luogo, per convincere le masse ed ottenerne il consenso.

I presupposti di tali simboli si trovano nell’ideologia fascista che ne costituisce il substrato. Ideologia che tende a fondere insieme idee e simboli del passato riattualizzandoli in senso moderno. Il fascismo, ben lungi dall’essere un movimento unitario e granitico, ha sempre conservato in se stesso un blocco d’idee di tipo conservatore, per certi aspetti, provinciale e localistico, come esemplificato da Strapaese e da La Voce, che si scontrava con la modernità e la conseguente volontà di modernizzazione che costituiva il cuore del movimento futurista.

È su questo doppio binario che il saggio di Buttignon si snoda. Nella rassegna dei simboli descritti, sia che si parli di fascio littorio, sia che si pensi all’aquila imperiale, sia che si discetti sul saluto romano affiora costantemente questa filosofia bifronte. Antichi simboli ripescati da un passato che affonda le sue radici nell’antichità romana, adottati, non per nostalgia, ma per un uso moderno, teso a dimostrare che i fasti del passato riemergevano in quell’uomo nuovo, il romano della modernità, memore della sua grandezza passata ma proiettato in un futuro che si sentiva pronto a incarnare (almeno nei sogni mussoliniani). Il tutto transitando attraverso la riappropriazione di quegli stessi simboli che nei decenni precedenti erano stati partoriti a sinistra, come nel caso dei fasci.

Ben più visibile poi l’edificazione dei monumenti che dovevano raffigurare la fissazione nella pietra di quegli stessi ideali e che, tramite l’architettura razionalista, fanno affiorare quella profonda tensione tra antico (le colonne e gli archi), e moderno(le linee rette e gli angoli squadrati). Attraverso l’analisi del Foro Mussolini, dell’EUR e della stazione di Redipuglia, presi come esempi didascalici di questa monumentalità, l’autore mette in perfetta luce il sincretismo tra passato e futuro, che tale architettura ha rappresentato.

È proprio in questa parte del saggio che l’analogia con i dinosauri di Calvino si fa più stretta. Non era sfuggito al Fascismo, che la presenza architettonica non era eludibile da parte del cittadino che se la ritrovava, senza possibilità di sfuggirgli, sempre intorno a ricordargli chi e che cosa. Molto più forte il messaggio propagandistico della “pietra” rispetto a una trasmissione radio o a un cinegiornale, molto più pervasivo e immanente.

Il Fascismo si trovò naturalmente a fare i conti con simbologie precedenti che dovette in parte fare sue e in parte nascondere, ma di cui non si riuscì a sbarazzare, forse perché non lo voleva veramente: i palazzi ottocenteschi che riecheggiavano il governo liberale, i simboli della Chiesa cattolica che, soprattutto a Roma, riempivano ogni luogo. Come non fu mai intrapreso il passo verso un regime “compiutamente totalitario”, così non furono sradicati i poteri collaterali che con il fascismo coesistettero: Chiesa appunto, Monarchia, cascami del liberalismo.

E qui il raffronto, nella seconda parte del saggio, con il Nazismo e i suoi simboli è quanto mai illuminante. Mentre il Fascismo adottò complesse simbologie difficili da introiettare con immediatezza: il fascio littorio con le verghe tenute insieme intorno all’ascia asse del mondo, con il suo richiamo a una storia passata reale anche se utilizzata in modo strumentale, il Nazionalsocialismo fece propri simboli di facile comprensione, come la svastica solare che si rifaceva ad un substrato più che storico, protostorico o addirittura magico con il suo richiamo al Volk, alla terra, al sangue, intercettando un sentimento irrazionale ma ben saldo nel DNA del popolo tedesco.

È forse anche per questo motivo che ciò che ne seguì portò a esiti bene diversi nel modo di rappresentarsi degli italiani, che in realtà solo superficialmente furono forgiati dall’apparato propagandistico, e dei tedeschi che ne furono intellettualmente, e non solo, soggiogati e travolti.

Interessante ancora notare come Buttignon faccia ricorso alla Semiotica, prendendo come base interpretativa la differenza che Umberto Eco pone tra il termine uso e il termine interpretazione.

«Da un punto di vista semiotico, ci sembra che la proiezione dell’antica Roma da parte del Fascismo non sia una interpretazione, bensì un uso…. L’uso, secondo il semiologo italiano, è il modo di interpretare il testo senza riguardo per quanto esso “effettivamente” dice. All’opposto, l’interpretazione si fonda sul rispetto di ciò che i testi dicono “letteralmente”». Per intendere che fu Roma antica a romanizzare il fascismo, e non il Fascismo a fascistizzare Roma antica. Roma ha poco a che vedere con il Fascismo, mentre la romanitas di Mussolini è una proiezione del suo mito totalitario, seppur incompiuto.

Insomma un saggio divulgativo e sintetico, nel senso positivo che questi due termini hanno ai miei occhi, non privo di spunti interessanti, che lascia giustamente aperte certe risposte e che stimola ad una riflessione lontana dalla ideologia. Saggio chiaro e puntuale, come nel passato già ci aveva abituato Buttignon, che ha anche un altro importante pregio: la sua struttura.

Il corpo centrale è preceduto da una breve puntualizzazione che pone dei paletti precisi al dilagare del termine Fascismo, che ha preso, in alcuni casi, un valore assoluto e astorico che impedisce ogni valutazione oggettiva, e termina con due appendici che danno forza alla trattazione.

Una documentaria, in cui sono riproposti documenti noti ma a cui bisogna far riferimento, come: il Manifesto del Futurismo, il Manifesto del Partito Futurista Italiano, alcuni discorsi di Mussolini e soprattutto la voce “Fascismo” nella Treccani del 1932, se si vuole riportare su un piano oggettivo e non aleatorio il discorso su questi temi. E una iconografica che restituisce attraverso le immagini quello che il testo descrive. Non certo una pedanteria ma piuttosto una necessità.

Ivan Buttignon dimostra di sapere, per tornare infine alla novella di Calvino, che i Dinosauri, scomparsi tanto tempo fa, forse non hanno vinto ma sono ancora ben presenti e visibili e non possono essere cancellati dalla nostra vista e dalla nostra memoria. Per non farli diventare degli incubi devono essere ben conosciuti da tutti i Nuovi che ancora oggi preferiscono farsene impressionare senza conoscerli.

Mario Grossi

 

 


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