Ilva. Suicidio all’italiana…

«Chi oggi si assume la responsabilità di far chiudere l’Ilva, si assume anche la responsabilità di un rischio ambientale che potrebbe durare anni», ha detto il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, raggiunto dalle notizie riguardanti la chiusura dell’area a freddo dell’industria e la “messa in ferie” di circa 5000 operai dello stabilimento, cui è stato disabilitato il badge d’ingresso. L’allusione di Clini è, in maniera molto evidente, riferita alla magistratura, che ha nella giornata di ieri portato avanti sette arresti nei confronti dei dirigenti dell’azienda, due avvisi di garanzia e disposto il sequestro preventivo di prodotti finiti o semilavorati, destinati alla vendita o al trasferimento, perché realizzati in violazione delle prescrizioni del sequestro già adottato dall’autorità giudiziaria sugli impianti dell’area a caldo: un sequestro che non prevedeva la facoltà d’uso degli impianti.

Se la risposta dell’azienda è stata una ripicca che mette in pericolo non solo le sorti della città, ma dell’intera produzione industriale nazionale, Clini ha imputato ogni responsabilità alla magistratura (rea evidentemente di perseguire dei reati che investono prepotentemente anche il mondo politico, e che a tutti farebbe comodo mettere a tacere): «Siccome è evidente che l’obiettivo, anche della procura tarantina, è di bloccare l’attuazione dell’Aia e di arrivare alla chiusura dello stabilimento, stanno cercando di creare le condizioni per cui l’Autorizzazione non sia applicabile», ha affermato di fronte alle telecamere. Ma è davvero così?

L’Aia è stata varata esattamente il 12 ottobre del 2012, e prevedeva che l’azienda portasse avanti dei progetti di risanamento in tempi strettissimi. Giusto per fare un esempio, si legge nella documentazione che «entro due mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’Aia, l’azienda deve presentare il progetto denominato “Fattibilità installazione filtri a maniche a valle del MEEP” per la successiva valutazione da parte dell’Autorità competente e il relativo aggiornamento del provvedimento». E ancora, che «entro 60 giorni, l’azienda dovrà presentare all’Autorità competente il progetto per la realizzazione della completa copertura dei parchi primari», e che «tale progetto dovrà contenere la documentazione tecnica anche per le procedure in materia di bonifiche».

Ora, allo scadere dei due mesi mancano poco meno di due settimane, e di questi progetti non si vede neanche l’ombra. In compenso, l’azienda ha ampiamente sfruttato questo periodo di tempo per contravvenire ad ogni decisione della magistratura, e mantenere la produzione ai massimi livelli ad ogni ora del giorno e della notte, nonostante gli impianti fossero sotto sequestro. Che si sarebbe presto giunti ad una resa dei conti sulle spalle dei lavoratori era, a tutti i cittadini che hanno potuto osservare giornalmente le emissioni dei fumi dell’industria, estremamente chiaro. Il mondo politico tutto, al contrario, sembra oggi cadere dalle nuvole, e si prepara ad affrontare l’ennesima emergenza.

I 5000 lavoratori messi in ferie hanno occupato l’industria col sostegno della Fiom, e sono attualmente in assemblea permanente. Mentre gli scioperi invadono non solo la realtà tarantina, ma anche quella genovese (finalmente scioperi contro il padron Riva, e non a suo vantaggio), la necessità di raggiungere in tempi brevi una soluzione alternativa si fa sempre più urgente. Il governo ha convocato per giovedì un tavolo con le parti sociali e le istituzioni locali per discutere del dossier Ilva.

Resta però un dato drammatico: se la direzione sarà quella di contrastare le azioni della magistratura, piuttosto che quella di fornire soluzioni politiche al problema, si perderà l’ennesima occasione di risolvere la questione. Si condannerà definitivamente una città alla distruzione economica, e con lei l’intero apparato industriale di una nazione.

Susanna Curci
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