E se fosse Monti ad applicare l’articolo 46 sulla partecipazione dei lavoratori all’impresa?

Può apparire paradossale, e a conti fatti lo è. La peggiore riforma (rectius contro-riforma) del lavoro che storia repubblicana ricordi contiene, nelle sue parti finali, una significativa apertura (passata quasi in sordina) alla partecipazione dei lavoratori all’impresa, in parziale attuazione dell’art. 46 della Costituzione, rimasto finora lettera morta. Recita infatti, testualmente, l’art. 4, comma 62, della mastodontica L.92/2012:

“Al fine di conferire organicità e sistematicità alle norme in materia di informazione e consultazione dei lavoratori, nonché di partecipazione dei dipendenti agli utili e al capitale, il Governo è delegato ad adottare, entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, uno o più decreti legislativi finalizzati a favorire le forme di coinvolgimento dei lavoratori nell’impresa, attivate attraverso la stipulazione di un contratto collettivo aziendale”.

Enucleando poi quali principi e criteri direttivi:

a) la individuazione degli obblighi di informazione, consultazione o negoziazione a carico dell’impresa nei confronti dei lavoratori; la previsione di procedure di verifica dell’applicazione e degli esiti di piani o decisioni concordate;

b) l’istituzione di organismi congiunti, paritetici o comunque misti, dotati di competenze di controllo e partecipazione nella gestione di materie quali la sicurezza dei luoghi di lavoro e la salute dei lavoratori, l’organizzazione del lavoro, la formazione professionale, la promozione e l’attuazione di una situazione effettiva di pari opportunità, le forme di remunerazione collegate al risultato, i servizi sociali destinati ai lavoratori e alle loro famiglie, forme di welfare aziendale, ogni altra materia attinente alla responsabilità sociale dell’impresa;

c) il controllo sull’andamento o su determinate scelte di gestione aziendali, mediante partecipazione di rappresentanti eletti dai lavoratori o designati dalle organizzazioni sindacali in organi di sorveglianza; la previsione della partecipazione dei lavoratori dipendenti agli utili o al capitale dell’impresa e della partecipazione dei lavoratori all’attuazione e al risultato di piani industriali, con istituzione di forme di accesso dei rappresentanti sindacali alle informazioni sull’andamento dei piani medesimi;

d) la previsione che nelle imprese esercitate in forma di società per azioni o di società europea, che occupino complessivamente più di trecento lavoratori e nelle quali lo statuto preveda che l’amministrazione e il controllo sono esercitati da un consiglio di gestione e da un consiglio di sorveglianza, in conformità agli articoli da 2409-octies a 2409-quaterdecies del codice civile, possa essere prevista la partecipazione di rappresentanti dei lavoratori nel consiglio di sorveglianza come membri a pieno titolo di tale organo, con gli stessi diritti e gli stessi obblighi dei membri che rappresentano gli azionisti, compreso il diritto di voto;

e) la previsione dell’accesso privilegiato dei lavoratori dipendenti al possesso di azioni, quote del capitale dell’impresa, o diritti di opzione sulle stesse, direttamente o mediante la costituzione di fondazioni, di appositi enti in forma di società di investimento a capitale variabile, oppure di associazioni di lavoratori, i quali abbiano tra i propri scopi un utilizzo non speculativo delle partecipazioni e l’esercizio della rappresentanza collettiva nel governo dell’impresa.

Sia chiaro, non ci si trova di fronte a quel modello di “Socializzazione delle imprese” la cui esperienza storica fu, come tutti sappiamo, interrotta dai rovesci bellici, ma si tratterebbe di un buon punto di partenza per introdurre finalmente nel nostro Paese quelle forme di “cogestione” già operative, per esempio, in Francia e Germania.

Senza dubbio, lo sforzo, seppur blando, remissivo e limitato a qualche isolata personalità, di contenere in via parlamentare le spinte autoritarie del Governo, ha prodotto un qualche risultato apprezzabile, e, in un ottica prettamente e squisitamente tattica, occorre darne atto. Dopo tutto, la partecipazione dei lavoratori alle imprese è tema che, sebbene mai concretizzato, ha sempre goduto di un virtuoso “trasversalismo”.

Fino a qui le buone notizie. Purtroppo è il probabile seguito della vicenda che rischia di trasformare questo paradosso nella più classica delle beffe.

Non serve infatti ergersi a “Cassandra” per preconizzare che, fra le contingenze dell’attuale Governo, l’attuazione dell’art. 46 Cost. per mezzo della decretazione legislativa non sia esattamente una priorità. Anzi!

Tanto più se si considerano alcuni dati emblematici. Anzitutto, la forma prescelta (“uno o più decreti”) imporrebbe all’esecutivo un’agenda serrata e necessariamente poco attenta ai diktat comunitari. Cosa impensabile.

In secondo luogo, vige anche qui la scure della scellerata “Legge di Stabilità”, posto che il comma 63 dispone espressamente che:

Dai decreti legislativi di cui alle lettere a), b), c), d), f) e g) del comma 62 non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Il decreto legislativo di cui alla lettera e) del comma 62 può essere adottato solo dopo che la legge di stabilità relativa all’esercizio in corso al momento della sua adozione avrà disposto le risorse necessarie per far fronte agli oneri derivanti dal decreto legislativo stesso”.

Si consideri inoltre che il termine della delega è ormai vicino (aprile 2013) e coinciderà con la bagarre elettorale. Difficile aspettarsi “saldi di fine legislatura” su materie così delicate.

Ultimo ma non ultimo, il parere contrario già espresso dal mondo delle grandi imprese e delle multinazionali, che sarebbero le più impattate dalla riforma. Parere contrario che questo “governicchio” non si asterrà certo dal lasciare inascoltato.

Cosa accadrà dunque? Con ogni probabilità, e salvo smentite che mi auguro vivamente di ricevere, anche questa volta la tanto auspicata attuazione dell’art. 46 Cost. rimarrà ai blocchi di partenza, tenuto altresì conto che la delega, per prassi istituzionale, non ha carattere imperativo. Il Governo quindi, salvo che non sia fissata una nuova legge che fissi un diverso termine o proroghi quello scaduto, decadrà dalla potestà legislativa.

La lotta dovrà (necessariamente e sacrosantamente) tornare popolare.

Michelangelo Consoli

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks