Almeno Grillo… Un’uscita dal Novecento?

C’è un altro modo, un altro lato, da cui osservare il fenomeno Beppe Grillo. È il lato più oscuro, perché riguarda non tanto i suoi meriti, le sue intuizioni, ma i difetti degli avversari. In particolare di quella sinistra che avrebbe dovuto rinnovarsi e che, pur annunciandolo come obiettivo, non lo ha fatto. Quante volte in questi anni abbiamo sentito i discorsi sul cambiamento, sull’apertura, sulla costruzione di qualcosa di diverso rispetto ai tradizionali partiti della storia del 900. Parole appunto. Parole che si sono scontrate forse ancor più che con l’incapacità dei singoli ad affrontare un reale percorso di cambiamento, con una storia che è stata introiettata e che è difficile far fuori, anche perché fondata sul dogma della sua perfezione. Inutile cercare altro, questo è il ragionamento, perché noi siamo da sempre i migliori, i più democratici, i più.

Il Movimento Cinque Stelle entra a gamba tesa su queste incertezze e su questa presunzione facendo traballare le vecchie ideologie e dando risposte nuove a chi chiedeva di andare da un’altra parte. Si tratta di risposte fasulle? Vedremo. Intanto sono risposte che rompono con certi meccanismi ormai arrugginiti, che sempre più stridono con il contesto e la rabbia. Ma anche la voglia di andare oltre una democrazia rappresentativa a pezzi. Su due punti in particolare Grillo ha spiazzato tutti, due punti centrali. La forma partito e il superamento della contrapposizione destra/sinistra.

Sono anni che la sinistra si masturba con i seminari sul superamento della forma partito, sulla sua inadeguatezza, sulla sua afasia, sulla sua arroganza. Le librerie sono piene di libri dai titoli più o meno evocativi, più o meno incazzati, più o meno fiduciosi: la democrazia è in crisi e sono in crisi anche tutti gli istituti di cui ci si era dotati per farla vivere in mezzo al popolo. Giusto. Peccato che poi al momento di fondare un partito, di creare un movimento, di fare qualsiasi accidenti di cosa che metta insieme due o tre persone, la strada obbligata sia sempre la stessa. La strada dei comitati centrali e periferici, delle assemblee, delle riunioni, dove poi a decidere sono sempre gli stessi. Ogni volta lo stesso barbatrucco. Si parte con l’innovazione, si sfoderano sorrisi di cambiamento, si inventano nomi fantasiosi e spesso originali. Poi la pozione avvelenata: tutto è uguale a prima. E chi ci aveva creduto, chi sperava davvero che per una volta la magia avrebbe funzionato rivive la stessa delusione. Ci sono uguali che sono più uguali degli altri. Il movimento Cinque Stelle che vive indubbiamente del leaderismo di Grillo prova a mettere in circolo idee nuove, nuovi modi di comunicare e di decidere, usando il web non come fattore aggiuntivo, ma come strumento principale di comunicazione e di relazione. È una sfida ancora aperta, che si scontra con il carisma e il potere del capo, ma che nelle realtà locali vive davvero di partecipazione ed entusiasmo. Al posto del soviettino rivisitato e rinominato, la rete reale e soprattutto virtuale.

Grillo rompe gli schemi anche sul terreno più importante: la fine delle ideologie. Il Movimento Cinque Stelle prende voti dal centrodestra, soprattutto al Nord là dove prima vinceva la Lega, e al centrosinistra, e lo fa parlando un linguaggio antisistema, populista, ma che risponde allo smarrimento rispetto a una politica nazionale completamente subalterna alle decisione della Banca centrale. Il punto qui non è tanto stabilire se le proposte di Grillo sono di destra o di sinistra, ma capire il fatto che lui si rivolge a tutti parlando un linguaggio sradicato completamente dalle appartenenze novecentesche. Parla a tutti, senza chiedere la loro carta di identità, il loro curriculum politico, la loro provenienza. Gli chiede: oggi la pensi come me? A sinistra questa cosa sembra impossibile. Il solco del passato è sempre stancamente vivo per tracciare identità definite, sclerotizzate in un’immagine che non corrisponde più al vissuto e al pensare delle persone. Se si smettesse di ragionare per schieramenti e intruppamenti e si andasse in mezzo alla gente, forse si scoprirebbe che – lasciato da parte l’armamentario del passato – i posizionamenti, i pensieri, le idee sono molto meno schematiche di ciò che abbiamo in testa. Ma anche in questo caso vale la presunzione di esseri i migliori. Migliori dal punto di vista antropologico, storico, politico. E che l’altro, l’altro che ogni volta congeliamo al di là della barricata, è pessimo, inferiore, razzista e fascista e filocapitalista. E quant’altro. Nel frattempo, tra una definizione e l’altra, tra una certezza e una sconfitta elettorale, il tempo fugge e la storia, non quella con la S maiuscola degli antichi fasti, quella più banale ma anche più spietata del presente, non perdona.

Angela Azzaro
Altri online 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks