The Syrian Connection
La tragedia del Vicino Oriente continua…

L’immensa tragedia del Vicino Oriente sembra non finire mai. Dall’occupazione manu militari del canale di Suez, all’infinito conflitto israelo-palestinese, dalla guerra civile in Libano all’invasione dell’Iraq, dalle cosiddette “primavere arabe”, sino al più recente, tragico e sanguinoso conflitto in Siria. Il tutto contornato dal solito ed ossequioso starnazzare di ochette al servizio ora dell’uno, ora dell’altro padrone del momento. Prima, stante l’onnipresenza ideologica del marxismo quale unica chiave di lettura, l’intera complessa questione era percepita in un’ottica puramente progressista, classista, dimostratasi con il tempo assolutamente insufficiente.

La fine dell’Unione Sovietica, accanto alla virulenta ascesa dell’integralismo islamico come inseparabile paredro dei nazionalismi laici ed anticolonialisti di prima maniera (quali quelli alla Nasser, per intenderci), gettano ancor più confusione in un’opinione pubblica occidentale sempre più confusa, lasciando infine il campo ad una vergognosa virata a 360° in un senso smaccatamente filo americano e filo sionista, ricoperto da una disgustosa ed ipocrita melassa di buonismo da due lire. E così le cosiddette “primavere arabe”, vengono viste nell’ottica di “giuste rivolte” condotte da immaginari ceti medi “open mind”, liberal progressisti e buonisti, quando invece costoro altri non rappresentano che una esigua minoranza all’interno di uno schieramento di tutt’altro tipo. La dismissione forzata di intere strutture statuali, come nel caso della Libia, attraverso rivolte etero dirette, magari con l’aiutino di bombardamenti “umanitari”, l’omicidio mirato dei loro legittimi leader, come nel caso libico del Presidente Gheddafi, vengono sempre e comunque codinamente interpretate, alla luce della rivolta spontanea, animata da nobili istanze di libertà.

In Siria ora, sembra ripetersi il solito copione fatto di latrati buonisti di condanna verso il cattivaccio di turno, ora nei panni del presidente siriano Bashar El Assad e di notizie ed immagini di massacri, artatamente manipolati e riciclati, per far nuovamente fremere di indignazione la pubblica opinione occidentale ed avallare così qualche nuovo intervento militare “umanitario”. Ma, stavolta, le cose non sono andate nel modo previsto. Il veto di Russia e Cina, più le pressioni iraniane, hanno fermato la mano a quanti, italiani inclusi, si stavano già muovendo, a livello internazionale, in direzione della proclamazione di una “no fly zone” sopra i cieli siriani. E qui viene il bello. Come per incanto, un quanto mai sprovveduto regista d’oltreoceano di origini, guarda un po’, israelo-americane, fa uscire “The muslims innocence”, una pellicola offensiva nei riguardi del Profeta, senza che alcuno, nel paese del Grande Fratello, faccia alcunché per impedirlo.

Contemporaneamente in quel di Francia, terra di sponsorizzatori di “primavere” arabo-qaediste, riprende la “strana” pratica delle vignette satiriche contro il Profeta. Il mondo islamico si infiamma. Rivolte, incendi, botte da orbi, da Tunisi ad Islamabad, ma anche le tardive prese di distanza delle autorità USA ed un insistente e tignoso sospetto che via via, va facendosi  strada. Qualche giorno fa, ecco che al “Palazzaccio” di vetro delle Nazioni Unite, quel campioncino di democratica tolleranza che risponde al nome dell’attuale premier israeliano “Bibi” Nethanyahu, si presta ad un inquietante show. Mostrando disegnini da asilo infantile, annuncia con fare roboante l’imminente pericolo della realizzazione dell’arma atomica iraniana, paventando il salvifico intervento israeliano sui malcapitati di turno, cioè gli iraniani. E qui il cerchio si chiude.

E’ chiaro che l’Occidente capitalista e mondialista sta cercando il “casus belli” per dare il colpo finale alla complessa manovra di dismissione, rottamazione e riciclaggio in senso mondialista dei paesi arabi che, iniziato con l’Iraq, passato attraverso la “primavera” araba, dovrebbe trovare in Siria il suo logico punto d’arrivo, prima del colpaccio finale contro l’Iran.

Il fatto è che la crisi economica mondiale, ha accelerato e messo in ancor più rilievo la necessità degli USA e dei poteri forti di cui questi sono espressione, di accaparrarsi le principali fonti energetiche del pianeta, cercando quindi di “blindare” quelle regioni il cui posizionamento geo economico riveste un ruolo di primaria importanza. L’Algeria, con le sue considerevoli riserve di gas e petrolio, è da molto tempo “blindata” da un regime militare filo-occidentale. La Libia, i cui giacimenti fanno da sempre gola a non pochi, è ora stata normalizzata a colpi di bombardamenti umanitari, sotto un governo-fantoccio smaccatamente filo americano. L’Egitto, attraversato dal canale di Suez, un vero e proprio ponte tra Africa, Asia ed Oceano Indiano, ha da poco “rinnovato” la propria classe politica grazie a gattopardesche manovre che hanno fatto della principale forza d’opposizione all’agonizzante regime di Mubarak, un partito di governo obbligato a compromessi d’ogni tipo. Senza contare l’Iraq, sulle cui considerevoli riserve petrolifere han messo ora le mani i soliti noti, dopo saccheggi e massacri senza ritegno.

Mancano all’appello la Siria, dotata di riserve di petrolio, gas e fosfati  niente male e l’Iran, un altro vero e proprio mare di petrolio e materie prime. Ambedue i contesti, se pur differenti per dimensioni geografiche e situazione politica interna, rappresentano un vero e proprio scoglio sulla strada delle mire dei soliti noti. Al di là dei veti di Russia e Cina, in uno scenario di aggressione militare, Siria ed Iran potrebbero aprire svariati fronti di guerra in grado di destabilizzare ed indebolire qualsiasi intento bellicoso occidentale. A cominciare dal Libano, con le milizie filo iraniane Hizbollah, passando attraverso tutti quei paesi islamici in cui è presente una componente sciita, il rischio per gli Usa ed i suoi alleati arabi, quali Arabia Saudita, Qatar o Pakistan, di dover fronteggiare una situazione di generale e grave instabilità, sarebbe troppo elevato. Va poi considerato che l’estensione del territorio iraniano, trasformerebbe qualunque azione militare in una vera e propria catastrofe, facendo impaludare in una situazione senza uscita uomini, mezzi e quant’altro.

Certo, la posta in gioco è troppo alta e qualsiasi tentativo vale la pena. Anche perché il vero fronte su cui gli Usa si giocano tutto, è quello del Pacifico. Qui il contenimento della spinta geo-economica cinese, oltreché quella del Sol Levante e delle altre Tigri del Sud Est asiatico, oltre alle crescenti pressioni della Russia per il controllo delle rotte che, a causa del progressivo scioglimento della calotta polare, sempre più interesseranno lo stretto di Bering, rappresentano la vera sfida per il futuro del primato planetario degli States. Per questo l’assicurarsi ad ogni costo il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico del Vicino Oriente lascerebbe le mani libere a Stati Uniti, Sette Sorelle, e via discorrendo.

Possiamo dunque delineare brevemente il quadro geostrategico ed economico, che fa da sfondo all’intera azione del Mondialismo “made in USA”. Una specie di operazione “ a tenaglia”, volta ad appropriarsi anzitutto delle principali vie di comunicazione tra grandi direttrici geo economiche, a cominciare dalla martoriata regione sud-balcanica (con particolare attenzione a Kossovo, Macedonia, Albania e Serbia), primo tassello per una più fluida interconnessione nelle direttrici Est-Ovest. Secondo poi, il tentativo di rafforzare la propria influenza, destabilizzando le regioni caucasiche, sia attraverso la presenza di basi militari in alcuni stati della regione centro asiatica ( con la scusa del contrasto all’ “integralismo islamico”) che attraverso il rafforzamento del baluardo turco a controllo dello Stretto dei Dardanelli, tramite anche il supporto alle istanze delle popolazioni turcofone del centro-Asia, in funzione della creazione di una “Grande Turchia” filo americana. In terzo luogo, sta l’accaparramento delle fonti di approvvigionamento energetico dell’intero Vicino Oriente, partendo dalla presa dell’Iraq e del traballante Afghanistan, passando per  Algeria, Libia, Egitto (senza contare gli stati della penisola arabica e l’ambiguo Pakistan) sino alla Siria.

Il tanto auspicato “colpaccio” all’Iran, poi, potrebbe finalmente lasciare le mani libere ad Israele per realizzare il tanto agognato “Eretz Israel/Grande Israele”, avente come capitale una Gerusalemme definitivamente spurgata da una presenza palestinese che, in tal caso, andrebbe via via riducendosi a quella di un inconsistente stato-fantoccio, pesantemente condizionato dalla presenza deglii aiuti economici esterni di Arabia Saudita, Egitto, ma anche degli USA e compagnia bella ( sic!). Uno scenario che vedrebbe sicuramente un’Europa sempre più subalterna e sottoposta al ricatto energetico e, per ciò stesso, più povera ed instabile. Quanto sin qui detto rappresenta una proiezione in movimento, i cui esiti non possono esser dati, comunque, per scontati. La presenza di Russia, Cina ed India (oltre a quella di Venezuela, Corea del Nord ed altri paesi ancora) che con Siria ed Iran vantano relazioni politiche ed economiche di lunga data e che, comunque, al di là di questa considerazione, non hanno nessuna voglia di farsi sfuggire le nuove occasioni, che lo scenario globalizzato va loro offrendo. E poi, in fondo in fondo, loro, le masse, le genti “occidentali” che stanno iniziando a manifestare sempre più insofferenza per tasse, tagli, spese e guerre immotivate.

New York, Madrid, Londra, Lisbona, Atene e tante altre città, cominciano ad essere sempre più attraversate da una forma di malessere trasversale, che va oltre le esistenti categorie del politico. Ma, a questo malessere bisogna iniziare a dare risposte concrete e la “Siryan connection” potrebbe proprio offrirci uno spunto per iniziare a sparigliare i piani del mondialismo. Non vediamo perché, di processi internazionali per crimini di guerra o violazioni dei diritti umani se ne debbano indire solo per gli sfigati del Burundi o della ex Jugoslavia. Anche perché, da troppo tempo si va parlando di una seria riforma dell’ONU, apparentemente animata da spirito egualitario e da volontà di riscatto di tutti i popoli, in verità una specie di carrozzone a (mala) gestione anglo-americana, il cui veto blocca tutto e tutti. Un bel processo per USA, Gran Bretagna e Francia per le illegali intromissioni nelle faccende di stati liberi e sovrani come la Libia, o adesso, la Siria. O una seria inchiesta sulle rappresaglie israeliane a discapito della popolazione palestinese e sul perché dopo più di cinquant’anni di richieste, la Palestina non possa ad oggi essere considerata uno Stato sovrano a tutti gli effetti. Poi magari, si potrebbe passare a processare le grandi istituzioni finanziarie internazionali, FMI in primis, per usura, truffa, malversazione e riciclaggio. Ma questa è tutta un’altra storia…

Umberto Bianchi


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