Il Cubo di Rubik. O del senso delle Primarie…

Sto periodo, almeno tra le persone che conosco, se ne parla spesso. Cioè si parla spesso su chi votare alle primarie tra Renzi, Bersani e Vendola. Perché tutto sommato, anche se politicamente saranno poco utili, le primarie sono un evento mediatico e socialmente qualificante. Tipo un concerto, una manifestazione o un happening collettivo di quelli buoni, quelli che con la sola partecipazione, ti guadagni il titolo di persona impegnata, che ci tiene al Paese. Con la partecipazione alle primarie insomma, entri a pieno titolo nella cosiddetta società civile. Ma d’altronde, come fare altrimenti? Ne parlano i giornali e le tv, le parrucchiere e i barbieri, gli edicolanti e i baristi. Tutti insomma non fanno altro che dire “io voto questo”, “no, io invece voto per questo”. E’ come il tormentone dell’estate, quella canzone che t’insegue dovunque tu scelga d’andare. C’è quindi chi desidera partecipare per moda, chi per impegno, chi per passione, chi per divertimento, chi perché ha qualche fetta di mortadella che avanza in frigo e cerca qualche scheda elettorale da condire e c’è anche chi, come me, ha deciso di astenersi ma sente il senso del dovere che gli pesa sulle spalle. Che io sono uno di quei tipo che pensa che alle votazioni si vota, sennò non ti puoi mica lamentare. Come se per le lamentele fosse necessaria una patente. Così m’hanno insegnato da piccolo, così mi comporto ancora oggi. Mica ci stanno solo i cani di Pavlov coi riflessi condizionati. Questa volta, a differenza delle altre, appena s’affaccia il senso del dovere cerco di respingerlo indietro, ma poi ogni tanto ci ripenso e quello riciccia, ma lo respingo di nuovo. Poi ci ripenso e lo ricaccio. E così via.

Adesso però volevo parlarvi di quando ci penso. In quei due minuti – non di più che si rischia l’emicrania – mi succede come da piccolino quando mi mettevo davanti al cubo di Rubik. Mi scappa l’angoscia. E la rabbia. L’angoscia perché tanto sono sicuro che non riuscirò mai a trovare una soluzione. Col cubo di Rubik così con le primarie. Un candidato o l’altro, inutile starci tanto a pensare, la cazzata è dietro l’angolo. E poi c’è la rabbia, perché bisogna essere particolarmente cattivi per inventarsi cose del genere (il cubo di Rubik o le primarie del PD). Davvero non avevi niente di meglio da fare quel giorno? Mi rendo conto di aver dato per scontato che tutti ricordino il cubo di Rubik. E l’ho fatto perché ritengo impossibile che chi abbia avuto a che fare con lui anche solo per mezz’ora, a casa di qualche parente, possa aver dimenticato quell’esperienza di impotenza totale davanti alla complessità dell’oggetto. Se pure pure qualcuno è mai riuscito a ricomporlo, chissà quanto tempo avrà perso. E per tempo intendo mesi, se non addirittura anni. Quelle sei facce dai colori diversi sono state l’incubo di una o più generazioni. La mia salvezza, per cui non ci ho perso né mesi né anni, è legata ad una di quelle scoperte che ti migliora la vita: il cubo di Rubik era più bello con tutti i colori mischiati che con tutte le facciate ordinate. Era il mix cromatico ad essere affascinante, arlecchinesco, solare. Così ho lasciato stare. Sono passati anni e il cubo sta ancora lì, dentro uno scatolone a casa dei miei, ficcato chissà dove. Bello scombinato come dev’essere.

La rabbia nel partecipare alle inutili primarie del Pd, scatta appena mi ci metto a pensare. Anche perché il PD, dal momento della sua nascita e prima ancora i suoi due genitori – Ds e Margherita –, ci hanno abituati al peggio. E non solo per i programmi che languono, che sono sempre più di centro e sempre meno di sinistra, che non sono mai nemmeno uguali perché dipende da chi ascolti, visto che sui temi importanti e generali, direi fondamentali, c’è la maledetta libertà di coscienza – il si salvi chi può – perché non vuole avere il coraggio di affrontare un qualsicazzovoglia di questione in maniera seria e decisiva. Prima c’era l’antiberlusconismo ad unirci, e adesso sono i residui del Berlusconismo a tenerci insieme. Perché, diciamoci la verità, quella libertà di coscienza è un po’ pelosa. Il PD sta diventando un po’ come la Casa della Libertà, dove ognuno dice quel che cazzo gli pare tanto tutto è lecito e niente è consentito. Chi la vuole cotta e chi la vuole cruda ma mai un accordo definitivo su chi è che se ne deve andare. E quei pochi che se ne vanno, tanto prima o poi ritornano.

Così, per aggiungere caos al caos, Veltroni s’è inventato sta bestialità delle Primarie. E quella del partito dove ognuno può pensare quel che cazzo vuole, tanto poi si vota e decide la maggioranza. E tutti a dire: “ammazza che novità”. Peccato che non ci sia alcuna novità. Le cose che succedono alle primarie, i discorsi che si fanno, sono identici alle cose che succedevano e ai discorsi che si facevano ai congressi. Finti quelli, finte pure queste. Solo che all’epoca dei congressi, ste chiacchiere – con tutti i pettegolezzi che ne conseguono e le smanie e i tic e le minacce e chi si scandalizza di qua e chi di là – avvenivano dentro quattro mura e non sui giornali, in televisione, sui profili facebook e twitter di qualsiasi spin doctor, vero o presunto. Prima s’aspettava di sapere cosa decidevano i partiti e poi si giudicava. “Mi convince”, “Non sono d’accordo”. Oggi ti chiamano a far finta di decidere con loro. Non voglio parlare di correità ma poco ci manca. “Ma ce l’avete detto voi di mettere Prodi, Veltroni ecc. ecc.”. Dalla serie che se è andata male, è pure colpa nostra, visto che anche noi abbiamo deciso insieme a tutti gli altri. Anche se stavolta, giurano, è diverso. Quelle di Prodi e Veltroni erano primarie finte. Adesso invece sono vere. Bersani e Renzi si combattono fino all’ultimo voto e senza risparmiarsi colpi diretti e indiretti. Come se sta rissa da bar, sta discussione da circolo canottieri – e sono convinto che al circolo canottieri prima o poi s’arriva ad una conclusione – fosse qualificante. L’altro giorno, che ho pensato alle primarie i due classici minuti che vi dicevo prima, m’è venuta in mente sta cosa: se la classe dirigente – e ce lo siamo ripetuti fino a ieri – è misera, lo spettacolo che offre non può certo essere straordinario. Una compagnia scalcagnata d’attori che ormai il viale del tramonto l’ha percorso tutto e di corsa, non è che vi farà mai vedere la più grande rappresentazione shakesperiana che vi è capitato di vedere. Se qualcuno crede ancora che dalle rape possa uscire il sangue, allora non siamo più nel campo della speranza ma siamo piombati in quello della fede. E io di fede, in vita mia, ce ne ho una sola: la Roma. Non c’è spazio per nessun’altra.

Visto che sto senso del dovere, però, continua a riaffacciarsi di continuo, non è che posso decidere dopo i due minuti riflessione che no, non vado a votare e la cosa finisce lì. Mica è così facile. Se decido di non andarci, devo giustificare una decisione del genere. Sennò il senso del dovere continua a fare capoccella e buona notte al secchio. Perché tutti quelli che sento – e vi giuro è un continuo – mi dicono “vota Renzi”. Anche alcune delle persone che stimo di più, voteranno Renzi. Quelli invece che mi dovrebbero dire di votare per Bersani o hanno perso le speranze o sono convinti che poi alla fine voterò Bersani comunque, quindi è inutile che sprechino del fiato. Economia delle energie, si vede che son tempi di crisi della militanza. Apro una piccola parentesi a tal proposito. Mi capitava di notare come, a destra, negli ultimi tempi ci fosse più militanza che a sinistra. La gente ci crede di più, si rimbocca le maniche e dà una mano. A sinistra non è più così. Anche in questa diatriba Renzi – Bersani, noto come col primo ci siano più volti nuovi, più cittadini comuni che vogliono darsi da fare. Invece col secondo c’è chi in politica s’è impegnato sul serio, impegnato anche a livello di cariche. Loro, i bersaniani, la chiamano ancora militanza. Ad onor del vero si dovrebbe chiamare carriera politica. Ma ci si vergogna un po’. Che carriera politica non va tanto di moda, come espressione. E quindi usano militanza.

Comunque, per chiudere la parentesi, tutti quelli che mi dicono di votare Renzi, mi dicono che è giovane, che tanto vale tentare di dar fiducia ad uno nuovo, e quelli più poetici tra i suoi sostenitori mi dicono che tanto non abbiamo niente da perdere e che vale la pena provare a fare sto salto. Sul giovane, debbo dire che la cosa non è che mi lasci indifferente. Perché è vero che l’età non c’entra niente con l’innovazione. Ma è pure vero che con questa storia, son sempre i giovani che la prendono nel di dietro. L’Italia è un Paese per vecchi. Altro che la Florida. Se sei vecchiotto e non ti rassegni a lasciare il posto, l’Italia è il Paradiso. Perché la gente, contrariamente alle altre parti del mondo, ti dà pure ragione. Basta fare un giro, dare un’occhiata alle distribuzione delle cariche, per rendersi conto che la generazione dei 40enni s’è affacciata solo in parte, occupando gli ultimi posti liberi. Ma per i 30enni la situazione è drammatica. Siamo una generazione bruciata. A noi non ci toccano manco le briciole. E Renzi i trentenni li incarna nella carta d’identità. Non c’è niente da fare. E’ uno che s’è fatto spazio a gomitate, per candidarsi a Firenze. E ha dimostrato che quello, in un’Italia del genere, è l’unico modo consentito per farsi spazio. Rumore di nasi rotti e di denti spezzati, questa è la colonna sonora del rinnovamento. Sulla questione del salto nel vuoto, tanto peggio di così non si può, non sono proprio d’accordo. E’ la cosa che ti dicono tutti quelli che vogliono farti votare per uno nuovo di cui non sei convinto. “Che male c’è a provare?”. Lo dicevano pure i sostenitori di Berlusconi, quando lo si doveva votare per la prima volta. E sappiamo tutti com’è andata a finire. Quindi capirete se sta cosa del provare, io che manco Berlusconi ho mai provato, non è che m’entusiasmi. Ma a dirmi di votare Renzi ci sono pure quelli che pensano che bisogna andare a prendere i voti a destra per vincere le prossime elezioni. “Con Renzi vinciamo, con Bersani pareggiamo, con Vendola perdiamo”. Solo che sarò io ad essere duro di comprendonio, ma non avevo capito che per andare a prendere i voti a destra, ti dovevi dimenticare completamente di quelli di sinistra. Non m’era entrato in testa che per andare a prendere i voti a destra dovevi essere di destra pure te. Che a Latina sai quante volte cianno provato a fare le cose che sembravano di destra per poter vincere? Da almeno venti anni è un tentativo dietro l’altro. Manca poco e alla prossima ci mettiamo pure la maschera. Mai una volta che sia andata bene. Perché se fai le cose di destra, e tu sei uno di sinistra o uno che viene visto dagli altri come uno di sinistra, non ti riescono bene. Non sei credibile. Non hai proprio il cervello programmato per fare quelle cose. Sennò saresti di destra. E mai nessuno, nemmeno tra i vendoliani, che dica: “ma scusate, a noi che ci frega del voto di destra? Il voto di destra va a destra. Sennò non si chiamerebbe così. Perché, se la maggioranza delle persone è di destra, dovrebbe vincere la sinistra? Vi risulta che in qualche Paese dell’Europa o del Mondo accada una cosa del genere? Ci sono i moderati, che è un’altro paio di maniche”. La questione centrale del perché dobbiamo andare a prendere sti cazzo di voti di destra è la governabilità. Che se uno ci pensa, tutta sta smania di governare, ce la siamo fatta attaccare da Berlusconi. A noi sembra che ce l’ha ordinato il dottore che dobbiamo governare. O governiamo o non siamo un cazzo. Che vent’anni fa dicevamo che sta cosa del governare, costi quel che costi anche in termini di compromessi con se stessi e con le proprie idee, era molto democristiana. Ma i democristiani, alla fine, hanno governato più o meno sempre con gli stessi. Il pentapartito, nella fattispecie. Mica si mischiavano come noi, mica si andavano a prendere cani e porci pure di essere uno in più. Mica si mettevano a corteggiare tutti tutti e a promettere mari e monti. Mica si mettevano a corteggiare il Pisanu di turno, tanto per fare un esempio. E se comunque lo facevano, avevano la scusante di essere, appunto, democristiani. E noi dicevamo che non saremmo mai diventati come loro. Invece… guarda che fine abbiamo fatto. Loro, al confronto nostro, sembravano dei signori. Perché almeno a scannarsi e a corteggiarsi, si scannavano e corteggiavano in privato. Mica davanti a tutti. Quella era ancora politica, questa certe volte pare pornografia.

Mi rendo conto di essere uno all’antica: che ancora credo al fatto che uno dovrebbe fare politica perché ha delle idee e ci crede, poi se vengono condivise bene e sennò ciccia. E non riesco a non indignarmi del fatto che i politici che sento, hanno tutto – dalla giacca blu d’ordinanza alla sicumera alla protervia ai soldi alle promesse alle cose che hanno fatto – ma non hanno idee. Nemmeno una, nemmeno lo straccio di una. Ormai i politici sono perenni sondaggisti. Quando vi chiedono: “ma tu come la vedi sta cosa?” dovete sapere che la vostra opinione conta solo statisticamente. Se la maggioranza la pensa come voi, allora la vostra idea è giusta. Altrimenti è sbagliata. E ti vengono a dire: “questa è la democrazia”. Come Veltroni domenica sera da Fazio. Tutti possono dire tutti, il PD è una grande Chiesa che va da Che Guevara a Madre Teresa, ma poi si vota e vince la maggioranza. Chi perde prende e porta a casa. E a me, se devo essere proprio sincero, sto modo di fare non credo che sia democrazia. Mi ricorda più la demagogia e la dittatura. Sennò se gli doveste mai rispondere: “ma cosa vuoi che importi come la penso io, il politico sei te, dimmi te come la pensi così decido se darti il voto oppure no”, loro per dirti come la pensano su una cosa partono con le citazioni a ripetizione. “Fassina la pensa così”, “Tonini ha detto cosà”. O Bersani o Veltroni o Castagnetti o Marini o D’Alema. Certi t’arrivano a citare anche il Papa e il Dalai Lama. Insomma, nemmeno una idea a pagarla oro. Soprattutto se la cerchi nuova e non usata e masticata e sputata. E allora la domanda che uno si fa è: ma perché non ci guardiamo in faccia e non ci chiediamo se siamo ancora di sinistra? E se siamo ancora di sinistra – ritornando al refrain iniziale – come fa uno di sinistra a sapere cosa vuole uno di destra? Glielo chiede? Tira a indovinare? Usa la teoria del Caos? Si fa fare dei sondaggi come quello lì che ogni volta che tirava fuori un sondaggio lo prendevamo per il culo? Oppure pensa una cosa, la più di sinistra che gli viene in mente, e poi dice e fa l’esatto contrario? E perché, allora, non se ne va direttamente a destra?

Vabbè, mi dice sempre che mi invita a votare Renzi, ma non sei stanco delle solite facce, non t’hanno rotto i coglioni i vari D’Alema, Fassino e tutti gli altri dirigenti che, guarda caso, vengono dai Ds? L’ultimo che gli ho sentito dire una cosa del genere – quella dell’esser stanco di vedere le solite facce – è un politico di Latina che ha fatto pure, qualche decennio fa e per qualche settimana, il sindaco di Latina in quota DC. Nell’unica esperienza, fallita, di centrosinistra. Si è candidato a Sindaco pure due legislature fa contro Zaccheo. E ha perso. Siede in consiglio comunale da tempo immemore, nonostante un periodo di pausa. E lui diceva a me, e ad altri che in consiglio non si sono mai seduti, che era stufo di vedere le solite facce. Chissà quante ne ha viste, di facce, poraccio. E chissà quante volte noi abbiamo visto la sua. Ma lui mica gli è saltato in mente di dirci: “ma voi non vi siete rotti i coglioni di vedere la mia faccia?”. No, lui pensava a quanto s’era rotto di vedere quella degli altri. Che gli importava di quel che pensavamo noi della sua? Quanti altri, come lui, stanno facendo gli stessi discorsi in giro per l’Italia. E chissà che si starà inventando Veltroni e tutti gli altri dirigenti della ex Margherita. Che Veltroni adesso dice che non si ricandiderà. E tutti a commentare che si tratta di un uomo tutto d’un pezzo. Ma io ricordo perfettamente di quando giurò che se avesse perso sarebbe andato in Africa, prima di perdere contro Berlusconi e di rimanere in Italia fino ad oggi. E di quella volta, ancora prima, che si candidò a sindaco di Roma e disse che l’avrebbe fatto fino alla fine del mandato, salvo un anno dopo dimettersi per andare a perdere contro Berlusconi. Promesse da marinaio, si dice. PSe proprio ve la devo dire tutta, non è che conserverei D’Alema e Fassino e chissà chi altro. Io manderei via tutti. Ma tutti tutti però. E non mi basterebbe la promessa di non ricandidatura. Io li vorrei proprio a fare un mestiere qualunque e a guadagnarsi la pagnotta, piccola o grande che sia, come tutti gli altri esseri umani. Ciai provato a governare il Paese. Ci sei riuscito male. Basta, vai a casa. Che la questione dei mandati lascia il tempo che trova. La voglia di rinnovamento di Renzi mi sembra troppo cavillosa per essere reale. E’ più un regolamento di conti interno tra DS ed ex Margherita.

“Allora voti Bersani?”, mi domandano quelli che mi chiedono pure di votare Renzi. “O Vendola?”, ma appena vedono la faccia e si ricordano con chi stanno parlando, ritornano subito indietro: “no, no, Vendola no. Ma voti Bersani?”. E io rispondo che non ho nessuna intenzione di votare Bersani. Primo perché quelli che sostengono Bersani gli dà quasi fastidio che possa avere intenzione di votare Bersani. E a me non piace essere maleducato. Quelli che sostengono Bersani e che dovrebbero chiedermi il voto per Bersani sono tutti o quasi uomini d’apparato che, seppure tante cose non l’hanno condivise in questi anni di gestione – tante cose che il segretario ha detto o ha fatto – adesso devono stare allineati e coperti e non gli deve sfuggire manco una critica sulla gestione del segretario. Si sa, quando uno ha il carisma rasoterra, anche una critica sulle pizzette rosse alla conferenza stampa rischia di farlo vacillare. Ed è questo del carisma, della leadership, il grande, diciamo pure grandissimo, problema che ha Bersani. Non è tagliato per fare il leader. Uno ci nasce leader e lui, mi dispiace ma mica è una condanna pure a me è successa la stessa cosa, non c’è nato. Che leader mica significa padre padrone. Che adesso dici leader e all’italiano medio gli viene subito in mente Berlusconi che non è manco lui leader, lui è padrone e pure questa è una differenza sostanziale. Il leader è uno che indica la strada, che ha il coraggio di fare delle scelte difficili, che trascina la carretta nei momenti di crisi, che non frena nessuno nei momenti di slancio. Mica uno che ogni volta che ti deve convincere tira fuori il libretto degli assegni. Il leader è uno che quando tu non sai che fare, dici subito: “sentiamo che fa il leader”. E a me mai una volta m’è capitato di sapere cosa volesse fare Bersani per dire faccio come lui. Che poi sto carisma, tanto per dire che non è un problema che ha solo Bersani in tutto il mondo piddino. Tanto per fare un esempio, non ce l’aveva manco Fassino. Che forse, a pensarci adesso, è proprio una di quelle tattiche per cambiare lasciando tutto uguale. Se io sono D’Alema, o Veltroni, e voglio continuare a controllare tutto, meglio che a comandare ci metto uno a cui non dà retta nessuno. Che se ci dovessi mettere uno che ha una sua autorevolezza, poi a me chi m’ascolta? E Bersani, a dirla tutta, è un bravo, ottimo ministro. Dovrebbe fare quello, magari, nel prossimo governo. Ma non il leader, il Presidente del Consiglio o il condottiero. Tanto lo sappiamo tutti che fino ad ora, e ormai da decenni, sono sempre gli stessi due a tirare i fili – quando non sono protagonisti diretti – delle vicende del centrosinistra da quando è stato inventato il centrosinistra: Veltroni e D’Alema.

Ecco, se proprio devo dirla tutta io mi sono rotto strariccamente i coglioni di loro. Che se uno volesse incarnare il rinnovamento, i primi che dovrebbe fare fuori sono loro. “Mandiamoli via, e poi ci mettiamo a discutere di regole e di tutto quel che vi pare”. Con tutto che ormai Veltroni – come tutti gli ex, che lui è diventato ex comunista quando ancora ci stava dentro al PCI – è il peggiore nemico degli ex Ds e degli ex o neo comunisti tutti. Più in generale è nemico di qualsiasi cosa sia di sinistra e che non puzzi d’americano. Poi dici i fasci. Quelli almeno, la sinistra se la vogliono tenere come nemica. Veltroni, se potesse, la cancellerebbe dall’anagrafe politica.

Visto che sta cosa, secondo me, non la possono certo garantire né Renzi né Bersani né Vendola, mi sa che mi tocca fare con il Pd, e con le primarie, la stessa cosa che ho fatto anni fa con il cubo di Rubik: devo capire che il PD è simpatico e carino e curioso così disordinato ed eterogeneo. Non c’è da fare ordine mentale tra le varie proposte. Per me è possibile solo riporlo così bello complesso in quegli scatoloni delle esperienze di vita, pieni di robe che non abbiamo il coraggio di buttare ma che non abbiamo nemmeno la voglia di riprendere e utilizzare.

Graziano Lanzidei

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