Giulio Leoni. Il cabaret del diavolo…

Che il Ventennio, dopo anni di ostracismo, di negligente silenzio, di condanna pregiudiziale, fosse tornato a destare interesse è cosa nota ormai da qualche decennio. Che invece possa essere diventato fonte d’ispirazione per molti romanzieri d’oggi è, per me, una notizia, per certi aspetti, sorprendente. Non tanto perché quegli anni, carichi di aspettative e delusioni, di azioni e reazioni, di slanci e rinculi, sono un coagulo che, sciolto, risulta così ricco da disorientare, ma perché, forse grazie al sedimento che il tempo deposita sugli spigoli più acuminati, diventano materia prima per un’opera di fantasia, seppur attingente allo storico, che un romanzo rappresenta. Non sto pensando ai tanti romanzi di memorialistica e storici sbocciati, come metastasi, nell’immediato dopoguerra, e nemmeno a tutte quelle prove storiche e neorealiste che hanno costellato gli anni sessanta. Penso a coloro che oggi scrivono, attingendo a quegli scenari per costruire il palcoscenico su cui far muovere i loro personaggi.

Per far due esempi noti ai frequentatori de Il Fondo, cito Antonio Pennacchi che trova la sua ispirazione localistica e universale nella saga della bonifica dell’Agro Pontino e Giorgio Ballario che arricchisce l’affascinante esotismo dei suoi romanzi salgariani con il colore intenso dell’Eritrea dell’Impero. A formare una potenziale Trimurti ci metto ora Giulio Leoni che pubblica, con Hobby & Work, Il cabaret del diavolo e che costruisce il suo scenario con un mix tra la lisergica e anfetaminica visione futurista che spazza il paese in quegli anni e l’annoiata e decadente visione prenovecentesca che l’Italia ancora offre negli anni Venti e Trenta.

Il protagonista del romanzo, Cesare Marni, ufficiale dell’esercito nella Grande Guerra, legionario fiumano, architetto in tempo di pace senza grande successo, si trova proiettato in una serie di episodi che definire bizzarri è poco. Negli otto capitoli che formano il romanzo, si assiste a una sarabanda di accadimenti, quasi un sabba in cui erompe l’aldilà e in cui si muovono personaggi che incarnano, in un controcanto continuo, la duplice cifra che costituisce l’impalcatura del Ventennio cui s’ispira. Da un lato un attentato sventato, un’attrice moderna e misteriosa che rivela, con il suo gesto senza scopo e con la sua nuova professione, quella tensione estrema che sferza il sonnolento paese; intrighi e fughe in idrovolante che testimoniano la volontà di acciaio, velocità e modernità che, attraverso il Futurismo, irrompe nell’Italietta piccolo borghese spaventata da tanto ardore.

Dall’altro una casa da gioco nella laguna veneta che sprofonda nell’acqua alta con la tenutaria che, seduta sul suo scranno, si fa sommergere senza battere ciglio, una girandola di sedute spiritiche, tavolini che ballano, medium invasate, voci dell’Oltretomba, Rasputin che si fa vivo per dare la sua adesione al Futurismo, D’annunzio che fa capolino dal suo Vittoriale proprio come un’incarnazione di un’anima morta che parla dall’aldilà, per raccontare il rovescio della medaglia della modernizzazione, rappresentato ancora dalla zavorra ottocentesca e decadente e da quelle pratiche occulte che costituirono la spina dorsale dello spiritismo a cavallo dei due secoli.

Cascami del passato che, come zattere in un mare in tempesta, ancora galleggiano e che saranno definitivamente inghiottite dai flutti della nuova guerra mondiale che si approssima. È forse questa la parte che più mi ha intrigato e che racconta il cono d’ombra che lo spiritismo, una forma decaduta e materialistica della spiritualità, rappresentò per tutta l’Europa in quegli anni e che ben è stata descritta da Renè Guenon nel suo Errore dello spiritismo e da Julius Evola nel suo Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo.

E che questa visione influenzò profondamente la vita di quegli anni, non è solo testimoniato da tutti quei movimenti e gruppi che diedero una base magica al nazionalsocialismo e ad alcune correnti di pensiero presenti anche nel fascismo, ma anche dal modo di pensare dei comuni cittadini se è vero, com’è vero, che la serissima casa editrice Hoepli pubblicò, con enorme successo, tra i suoi manuali, il testo Occultismo di Ligro Licò e che mio nonno razionale ingegnere, geologo e occultista si fece pubblicare senza sforzi, su L’Industria mineraria un breve saggio dal titolo L’arte di scoprire le acque sotterranee, un cui capitolo era dedicato ai rabdomanti.

Non mancano, nel romanzo, pagine esilaranti, sempre giocate su questo contrappunto tra slancio futurista modernizzatore e gretto provincialismo passatista. Il capitolo in cui Cesare Marni, costretto a fare da giudice a un concorso d’architettura ad Ardita, cittadina della provincia laziale e a partecipare a una cena di piccoli gerarchi e sodali, è uno spasso. Viene servito un menù, schifato da tutti, in cui compaiono: Lumache in Trincea, una broda grigia in cui galleggiano pezzetti gommosi “dal disgustoso sapore putrido”, Bucatini Chiodati, “un piatto di pasta abbastanza scotta, conditi con chiodi di garofano e marmellata”, l’Uomo-Donna-Mezzanotte, “un laghetto di zabaione in cui nuotavano fette di cipolla e castagne”, il  Panettone Elettrico, “il nuovissimo piatto della Volt-cucina”, per finire con il Peralzarsi, il dessert declinato nella neolingua modernista. Un’ironia bonaria e quasi partecipata che restituisce la temperie di quegli anni e gli umori che la informavano.

Il romanzo, con il frenetico avvicendarsi degli episodi assomiglia a un lungo corridoio su cui si affacciano delle stanze, gli otto capitoli, conchiusi in se, ma tra loro collegati proprio da quel corridoio che stende una sottile patina claustrofobica all’impianto. Si percepisce, dal corridoio e dalle stanze, l’esistenza di una facciata che perimetra il tutto. È da questo esterno che s’insinua in sordina il senso degli eventi che talvolta sfugge. Una presenza immanente che tende a non condensare ma aleggia nella sua imminenza sospesa. S’insinua con un senso d’inquietudine che mai si palesa in una ragione conclamata, ma è così che quel “niente è ciò che sembra” prende forma. Cesare Marni, costantemente incaricato da protettori potenti che mai mostrano il loro volto, riuscirà a portare a termine la sua missione: quella di capire.

Alla fine nulla sarà svelato ma tutto sarà esplicito: il Grande Gioco di quegli anni, un possibile avvicinamento tra Fascismo e Unione Sovietica, il Nazismo e la sua politica di aggressione, la guerra alle porte. Tutto questo avvolge le piccole cose e le pone sotto una luce diversa. Un affresco che restituisce un’epoca, le sue pulsioni, le sue fissazioni, i suoi strappi e le sue ricuciture in un insieme che lo rendono affascinante ben oltre il suo ritmo incalzante e le sue pieghe inaspettate.

Mario Grossi

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