Tutti gli autogol della Sinistra
Altro che Comunardo Niccolai…

Ve lo ricordate Niccolai? Lo so che il pensiero della maggior parte dei lettori di questo sito sarà andato a Beppe Niccolai. In realtà io volevo parlarvi di Comunardo Niccolai. Chi è? Davvero non ve lo ricordate? Si tratta del forte difensore del Cagliari di Gigi Riva e Scopigno che, sfortuna sua, è passato alla storia come il più grande autogoleador di tutti i tempi. Chissà che vicenda deve esser stata la sua, chissà questa fama quanto gli è costata in termini di carriera e di rapporti sociali, chissà cosa devono avergli ripetutamente detto i compagni di squadra dentro lo spogliatoio, soprattutto prima e dopo quella disgraziata partita col Catanzaro. “Comuna’, vedi di stare attento”. Ma lui, puntuale come uno svizzero, è capitato che la mettesse in fondo alla rete. La sua però.

Pure mio padre una volta, durante una di quelle partite che facevamo durante le scampagnate domenicali, prese in giro un suo amico che aveva appena realizzato un’autorete rocambolesca. “Nemmeno Niccolai sarebbe stato capace di tanto”. E quello si fece una risata e rispose: “addirittura”. Da allora questo giocatore, che non ho mai visto in azione, è diventato l’emblema del difensore un po’ sfortunato e goffo. Chiuse la carriera nel Prato, in serie minori, pur avendo giocato 224 partite in serie A e segnato 4 reti.

Ma basta dare un’occhiata alle statistiche per capire che una (in)fam(i)a del genere, non è che sia del tutto campata in aria – 6 autogol non sono certo pochi, e fino a metà degli anni ’70 c’era lui in testa, senza contare che ha fatto più autogol di gol –, ma non è più vera. Meriterebbe una riabilitazione, questo è certo. Credo però che Niccolai paghi a caro prezzo il fatto che sia l’unico dei giocatori in questa speciale classifica ad aver giocato in serie A solo con il Cagliari e non con grandi squadre. Riccardo Ferri, stopper dell’Inter dei record di Trapattoni, è primo in classifica con 8 reti. Secondi a parimerito con 7 autogol: Franco Baresi, capitano e leader del Milan di Sacchi e Capello, Francesco Morini, stopper della Juventus anni ’70, e Sergio Santarini, storico difensore della Roma. Poi, solo poi, arriverebbe lui, Comunardo Niccolai. Ma tanto non basta. Perché alla storia c’è passato lui. Forse a causa di quel tiraccio di rabbia e protesta verso la sua porta, contro il Catanzaro, dopo aver confuso un fischio dagli spalti per un fischio dell’arbitro Lo Bello. E per qualche altro spettacolare infortunio.

Forse in Italia di autogol ce ne intendiamo, ma siamo poco ferrati su statistiche e onestà intellettuale. Se in politica c’è un Comunardo Niccolai, designato d’imperio da tv e giornali, è Fausto Bertinotti, ex leader di Rifondazione Comunista. Una fama appioppatagli dopo aver fatto cadere il primo governo Prodi. Tutti dimenticano che al posto di Prodi entrò D’Alema. Nessuno ricorda più che, tutto sommato, quei governi poi le elezioni le persero non tanto per colpa di Rifondazione quanto per colpa di un’azione di governo che aveva davvero lasciato a desiderare. Tutti ricordano quello, di tradimento. E magari non ricordano quello di Mastella, che Berlusconi ce lo mandò davvero al potere. Proprio come Niccolai, il difensore del Cagliari. Magari quello di Bertinotti fu un gesto eclatante, certo, ma non fu un vero e proprio autogol. E comunque, anche a volerlo considerare così – un’autorete appunto – ne ha fatta una sola. A differenza di tutte quelle che gli altri leader del centrosinistra hanno inanellato da 6-7 anni a questa parte. Il Pd, tanto per fare un esempio, ne è pieno. Vogliamo parlare dell’autogol di Veltroni che nel giro di qualche mese riuscì a perdere il governo e il comune di Roma, regalandolo ad Alemanno, che aveva distrutto solo l’anno prima? E vogliamo parlare, ancora più nello specifico, di quello che avviene da anni ormai nel Lazio? Sembra di giocare a trasversone, per l’accanimento che la classe dirigente sta mettendo nel perdere tutto.

Basti pensare all’evoluzione delle varie giunte, alla scelta dei politici e dei dirigenti, agli assessori nominati, all’attività fatta dall’opposizione. Ai consiglieri eletti o nominati che, nonostante la Regione Lazio sia la Regione degli Scandali negli ultimi 10-15 anni, mai si sono accorti di nulla. Né al governo né all’opposizione. Votando inconsapevolmente tutte le delibere vergogna, ultima compresa. E noi che li votiamo e li paghiamo profumatamente per star lì a sapere, fare e controllare tutto. L’ultimo dei metaforici autogol però, non riguarda questioni d’amministrazione complesse che uno potrebbe anche pensare: “sai, difficile scovare la magagna”. L’ultimo è uno di quegli autogol politici che partono da lontano. E’ come se Maradona, con l’Inghilterra, invece che dribblare 6 giocatori inglesi per poi fare gol, avesse saltato 6 compagni di squadra e avesse depositato la palla in rete.

Da settimane ormai, qualsiasi politico del Pd, non faceva altro che parlare di dimissioni. Dal consigliere di condominio al ex ministro degli ex ministri, non ce n’era uno che ci risparmiava – sui social network, tv, giornali – una frecciatina velenosa. “Tutti a casa”. Un’espressione che, teoricamente, avrebbe dovuto comprendere anche loro, quelli del Pd. Ma nessuno se n’è mai accorto. Loro invocavano quelle della Polverini, mica pensavano di lasciare anzitempo indennità e diaria. La storia delle loro dimissioni – solo paventate – è arrivata poi, quando ormai s’erano messi l’anima in pace di farla cadere, dopo l’esplosione del caso Fiorito e delle feste a base di ostriche e romanella. “Prima che la merda caschi su di noi, dàmose”. Ma il dàmose del Pd, è sempre un dàmose molto relativo. Perché al di là degli annunci su tv e giornali e social network, le dimissioni dei consiglieri Pd non sono mai arrivate. E comunque, anche se fossero mai state date, sarebbero state ininfluenti. Non c’erano i numeri, mancavano quelle del possibile alleato futuro: l’Udc. Un partito che Bersani & Company, Renzi in primis, corteggiano da tempo immemorabile. E’ un po’ come l’amante che non dimentichi mai, quella che si concede, ma solo dopo essersela tirata tanto e dopo averti tradito con il tuo peggiore nemico, per poi tirarsela e tradirti di nuovo. E così via nei secoli dei secoli.

E’ lì – quando mancavano i consiglieri dell’Udc per far cadere il castello di carta polveriniano – che è iniziata la partita di PierFerdinando Casini, quello della politica dei due forni, imparata benissimo alla scuola di Forlani. I forni cambiano, ma l’abilità rimane la stessa identica. A casa mia, si chiama vendersi al miglior offerente. Ma loro devono aver avuto qualche parente fornaio doppiogiochista. Funziona così: quelli stanno fermi, in attesa degli eventi. Se stai fermo, e segui da lontano le vicende, non potranno mai trovarti spiazzato. Così, mentre al Pd s’affannavano alla ricerca di una soluzione, loro hanno dettato le condizioni. E, come al solito, aspettano che l’uno o l’altro le accetti. Le dimissioni dei consiglieri Udc non sono mai arrivate, ma sono state annunciate quelle della Polverini. Che ancora non le ha formalizzate. Ha fatto gridare a tutti vittoria, ma lei è ancora saldamente al comando. Lei e tutti i protagonisti delle feste ostriche e romanella con la maschera da maiale.

Adesso la creatura di Floris – quello di Ballarò, che ormai le fa fare i comizi senza contraddittorio –  ha promesso, anche con manifesti attaccati un po’ in tutto il Lazio, che “è ora di fare pulizia”. Ma non si sa come e non si sa quando. Pare voglia fare un consiglio regionale straordinario per tagliare le spese. E poi tutti a casa. E chi arriva dopo s’attacca al cazzo, così dovrà rialzare tutte le spese e lo faranno passare facilmente come sprecone. Come per l’Udc, anche il gioco della Polverini è chiaro: fa finta che abbia sporcato qualcun altro e non la maggioranza che la sosteneva. “Infami, pezzidemmerda, zecche”. Intanto Repubblica dice che l’alleanza Pd-Udc sarebbe già cosa fatta. Al di là che i titoli, in genere, hanno più il compito di attirare l’attenzione che quello di descrivere in maniera corretta la realtà. E al di là del fatto che Repubblica sembra voler essere attore in ogni elezione, auspicando maggioranze, presidenti del consiglio, scese in campo, turnover in panchina. Al di là di tutto, insomma, a me risulta che l’alleanza Udc-Pd sia nell’aria, ma che il Pd questa volta dovrà calare anche le brache. Oltre che l’ennesimo conduttore di Tg Rai, per trovare un’intesa.

Impossibile che a queste cose ci pensi io, che di politica non ne faccio più da anni, e che a quotatissimi dirigenti del Pd come Gasbarra et alia, l’idea non passi nemmeno per l’anticamera del cervello. “Che avremmo dovuto fare?” sono sicuro che mi chiederebbero quei pochi del Pd che ancora accettano critiche. Non lo so. Magari al posto loro avrei iniziato a non votare la delibera della vergogna – che serve a mantenere apparati elefantiaci anche a sinistra, magari più sobri nei costumi – e a non allearmi pappa e ciccia con l’Udc. Magari non avrei gestito la sanità come l’ha gestita Marrazzo. Magari non avrei mai pensato ad un conduttore televisivo come governatore del Lazio. Ma poco importa quel che avrei fatto io, e che non ho mai potuto fare. Importa quel che hanno fatto loro, e che adesso io mi trovo costretto a commentare.

Facile intuire quale sarà il leitmotiv della Renata nazionale e dei suoi – presenti e futuri – alleati: “fuori il marcio dalla politica, adesso ridateci la fiducia che siamo pronti”. Così il Pd, sempre compassato al limite dell’impaludamento, si ritroverà spiazzato. C’è chi dice che è già pronto il candidato da contrapporre a Zingaretti, per farlo poi ritirare in buon ordine, in attesa della poltrona di sindaco di Roma – Roma capitale intendiamoci –: David Sassoli. Ennesimo conduttore del Tg prestato alla poltrona di governatore del Lazio. Sarebbe il terzo di seguito, nel caso dovesse vincere miracolosamente. Segno che tutto è al potere, dalle parti degli autogoleador, tranne la fantasia.

Graziano Lanzidei

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