Mario Monti
Filosofia e contro-filosofia di un tecnico…

Fiera Tessile di Milano, un caldo martedì di settembre. Sul palco si presenta un uomo di età avanzata in loden scuro. Grigio nell’aspetto e serio nell’espressione si prepara all’orazione con cui dovrà giustificare il suo operato, sicuro che nessuno potrà condannarlo a morte o accusarlo di alcunché, come invece avvenne per Socrate. Lui, come Socrate, è un sapiente. Un filosofo chiamato alla guida della res publica in un momento di difficoltà per rimediare ai danni provocati dalla parzialità e dalla confusione creati dalla gestione della politica. La technè al comando. Come ogni filosofo che si rispetti, il nostro saggio dovrà fare filosofia mettendo nel discorso qualche paradosso logico (ma non troppi altrimenti diverrebbe un sofista) e precetto etico (il minimo indispensabile per non fare del moralismo).

Il Nostro esordisce con un’ammissione di amaro sapore realistico commentando le ultime rilevazioni statistiche sul calo del PIL: «Io penso che in parte le nostre decisioni abbiano contribuito ad aggravare la situazione congiunturale». Don Chischotte sperava di abbattere i mulini a vento caricandoli. Il Nostro filosofo, che è uomo d’intelletto e non d’azione, invece ci discorre sopra, li analizza e con la forza della logica degli opposti li riduce in macerie. Ammessa l’esistenza del problema, pone il problema stesso come presupposto della soluzione: «E’ ovvio, solo uno stolto può pensare di incidere su un male strutturale, nato da decenni, senza determinare un aggravamento nel breve periodo che deriva da una riduzione della domanda interna». La negazione di un’affermazione è il motore del divenire cosicché politiche palesemente recessive generano come conseguenza logica il risanamento economico. Non fa una piega.

Chi dalla platea volesse contestare che i tagli e gli aumenti fiscali sono stati fatti palesemente (e volontariamente) male, mancando una revisione degli sprechi più evidenti del settore pubblico (costi delle amministrazioni, poltrone e stipendi negli enti locali e nelle aziende pubbliche) e soprattutto politiche fiscali veramente eque e utili al bilancio statale (aumenti più alti per i redditi milionari e abolizione dei privilegi fiscali della Chiesa), direbbe: “Eminente Saggio, lei sta facendo bipensiero orweliano bello e buono. Di questo passo il nostro apparato industriale perderà forza e competitività ed una volta indebolito potrebbe addirittura rischiare di venire inglobato dalle aziende estere con un grave danno per l’autonomia economica che anche in tempi di globalizzazione ogni nazione dovrebbe comunque possedere”.

Purtroppo per il nostro spettatore indispettito (e per i fan di Platone) il governo dei saggi non è una democrazia ma una tecnocrazia dove sono le belle anime dorate dei governanti-filosofi a fare il bello e il cattivo tempo (ed oggi fa bel tempo perché la pioggia non è un bello sfondo per le orazioni del Saggio – filosofo). Comunque il nostro spettatore può sempre continuare ad ascoltare buono e seduto senza proferir commento.

Finite le disquisizioni logiche si passa ad un’importante lezione di etica sociale. Riprendendo una critica a suo tempo sollevata dal Guicciardini, che accusava essere nella natura degli italiani pensare esclusivamente al proprio “particulare”, il saggio governante lancia un’aspra invettiva contro questa tara nazionale (che ovviamente non riguarda Lui, formalmente italiano ma “tecnicamente” apolide): : «Casta siamo tutti noi cittadini italiani che continuiamo a dare prevalenza più al particolare che al generale e poi ci lamentiamo che il generale funziona male». Udite tali parole, il nostro Spettatore vorrebbe filosoficamente rispondere: “Un governo normalmente dovrebbe fare da mediatore tra i vari interessi emergenti dalla società. Tu stai sacrificando tutti gli interessi particolari di una nazione all’unico ed esclusivo interesse particolare di banchieri e speculatori. Peggio che pensare al proprio “particulare” è pensare al proprio “particulare” facendolo passare per interesse generale”.

Ma tiene queste parole tra sé e sé. Non può controbattere al monologo di un Saggio. Non perché rischia qualcosa sul piano legale, ma semplicemente lo prenderebbero per scemo, incompetente e presuntuoso nel voler mettere in discussione tali sapienterie. Intanto il Filosofo-governante scende dal palco e pago delle sagge parole proferite poc’anzi, si avvia a riflettere su quali stronzate potrà inventarsi al prossimo convegno. Pover’uomo alle prese con la modernità: ai tempi di Platone non c’era la stampa ed era più facile essere filosofi dato che nessuno aveva la sfortuna di ascoltare.

Cristian De Marchis

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