Il giovane Berlinguer
Tra rivoluzione e ribellismo…

Enrico, segretario dei giovani comunisti di Sassari, guida una manifestazione nella piazza cittadina il 13 gennaio 1944[1]. Il padre Mario, deputato dell’Unione amendoliana nel ’24 e ora leader del Partito d’Azione, è contrariato[2]. A Mario Berlinguer, avvocato penalista di cinquantatré anni e massone dal ’26[3], pare infatti urgente dissuadere le plebi da «impazienze e nervosismi». Già il mese precedente ammonisce che «l’inconsulto vociare in qualche piazza […] non risolverebbe alcun problema». E pertanto «bisogna reagire subito, dire al popolo parole chiare, frenare ogni demagogia […]. E se occorre bisognerà reprimere le eventuali agitazioni inconsulte […]»[4].

Non usa mezzi termini il papà Mario, che non è l’unico a opporsi. E’ in buona compagnia del Segretario dei comunisti adulti, Andrea Lentini[5], e il Comitato provinciale della Concentrazione antifascista, di cui fa parte lo stesso Enrico. La Struttura lo definisce «elemento irresponsabile» perché responsabile dei «disordini e di torbidi [che] non rispondono ad alcuna iniziativa né finalità di partiti politici, che apertamente li sconfessano»[6].

Se Enrico è sconfessato dai compagni, figuriamoci cosa pensano le autorità. E’ il 17 gennaio quando irrompono a casa sua e ammanettano «l’istigatore ed il maggiore responsabile dei torbidi». Un rapporto di polizia lo descrive addirittura come «freddamente votato alla violenza, all’avventura insurrezionale, alla pratica extraparlamentare»[7].

L’accusa è pesante – insurrezione armata contro i poteri dello Stato, devastazione e saccheggio, associazione e propaganda sovversiva, disfattismo politico, detenzione abusiva di armi – ed Enrico sfiora la condanna a morte. Ma papà Mario ha amicizie altolocate a destra come a sinistra così che il figlio esce dalla cella di San Sebastiano la domenica del 23 aprile 1944, all’indomani dell’entrata nel Governo di Togliatti.

1944 quindi, anno primo del “partito nuovo”, come da felice formula di Paolo Spriano[8].

E’ l’11 aprile quando al “Modernissimo” di Napoli, un Togliatti appena sbarcato spiega ai quadri del Partito che «L’obiettivo che noi proporremo al popolo italiano di realizzare, finita la guerra, sarà quello di creare in Italia un regime democratico e progressivo. Questo vuol dire che noi non proporremo affatto un regime il quale si basi sull’esistenza e sul dominio di un solo partito. In una parola, nell’Italia democratica e progressiva vi dovranno essere e vi saranno diversi partiti corrispondenti alle diverse correnti ideali e di interessi esistenti nella popolazione italiana»[9].

Lo storico Mammarella spiega efficacemente la ratio di questa nuova formula: il “Migliore” scarta la via della rivoluzione in favore della conquista del potere attraverso il metodo democratico, che però richiede una base di consenso più larga di quella del proletariato. Ecco spiegata l’azione di proselitismo «chiaramente indirizzata a rassicurare le classi medie»[10].

Nella Sardegna del biennio ’41-‘42 l’opposizione al Regime è, come citano le fonti documentarie, «di scarsissimo rilievo» e limitata a ristrette cerchie notabilari. Il germe rivoluzionario inizia però a diffondersi e qualcuno ne è già contaminato. Qualcuno che all’università non aderisce ai Guf e non veste la camicia nera in sede di esame di profitto. Tra questi (pochi!) c’è Enrico Berlinguer, un giovane che legge i grandi classici del marxismo e studia le opere di Lenin[11]. Sforna esami regolarmente, facendo slalom tra un trenta e un trenta e lode.

All’antifascismo montante Enrico non aderisce; non subito. Addirittura, snobba “Sardegna Avanti!”, la rivista di mobilitazione antifascista che papà Mario fa uscire il 3 giugno 1943[12].

Giunge il ’43 e nel fatidico giorno del 25 luglio a Sassari i comunisti in clandestinità sono ancora poche decine, massimo trenta. Ma iniziano a organizzarsi un po’ meglio, a fare proseliti e a raccogliere consensi[13]. Avvicinano Enrico che pur partecipando a un paio di riunioni dei gruppi comunisti non si dimostra convinto e respinge le loro richieste di adesione. A partire da quella di Bruno Mura, che avrà modo di commentare: «Devo dire che quel raduno nella stalla lo lascio perplesso. La riunione successiva lo lasciò addirittura contrariato. Forse gli eravamo apparsi troppo tiepidi, mentre lui avrebbe voluto passare subito all’azione»[14].

Passano le settimane e Berlinguer decide di unirsi ai compagni. Li raggiunge in campagna e tra il sole cocente, le pecore e le cicale Enrico diventa organico alla struttura antifascista di matrice marxista[15].

Nell’arco di un mese Enrico impone il suo temperamento da leader e mette insieme un centinaio di persone che subito si organizzano per fare incursioni nei locali più frequentati dai fascisti. Il circolo comunista di Sassari vede la luce il 25 novembre 1943 e Berlinguer è l’anello di congiunzione tra questo e la Commissione alleata per la Sardegna. Dopotutto, è l’unico lì a padroneggiare l’anglo-americano, appreso dalla zia Eva Parson. Protesta sonoramente per la durezza dei trattamenti subiti dai comunisti per mano alleata e chiede una sede per fare riunioni[16].

A metà gennaio del ’44, i moti per il pane. S’iscrive al Partito appena uscito dalla clandestinità anche il fratello Giovanni[17].

Il movimento giovanile comunista si organizza capillarmente, a livello nazionale. Dirigono l’organizzazione Michelino Rossi, ventisette anni e studi alla Sorbonne, responsabile dei comunisti italiani in Francia e Giulio Spallone, venticinque anni, studente in legge e responsabile di “Gioventù Nuova”, il settimanale del movimento che esce dal 30 luglio 1944.

Un giorno di novembre 1944 Spallone vede recapitagli nell’ufficio un ragazzo bruno che sfila di tasca un biglietto recitante «Questo è il compagno Berlinguer, che viene dalla Sardegna. Utilizzatelo nella vostra organizzazione. Firmato Ercoli»[18]. Enrico inizia così la sua carriera politica, da funzionario ventiduenne a 400 lire al mese[19].

Delle due anime, ribelle una e rivoluzionaria l’altra, a Enrico resta solo la seconda. Ora è intruppato nel Partito, stretto nelle sue formidabili maglie. Quella che seguirà sarà un’altra storia.

Ivan Buttignon



Note

[1] Rapporti di Marina La Maddalena, n. 51 379 del 13 gennaio 1944, della Compagnia dei Carabinieri di Sassari n. 58/2 div. 3 del 13 gennaio 1944 e n. 58/5 div. 3 del 14 gennaio 1944.

[2] G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Laterza, Roma-Bari, 1989, pp. 3-5.

[3] Ibidem, p. 39.

[4] M. Berlinguer, Disciplina, in “L’Unione Sarda”, 17 dicembre 1943.

[5] G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Laterza, Roma-Bari, 1989, p. 6.

[6] Ordine del giorno della Concentrazione antifascista, ne “L’Isola”, 15 gennaio 1944.

[7] T. Giglio, Berlinguer o il potere solitario, Sperling & Kupfer, Milano, 1982, p. 1.

[8] P. Spriano, Storia del PCI. La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo, Torino, 1975, p. 386.

[9] P. Togliatti, La politica di unità nazionale dei comunisti, in Opere, a cura di Luciano Gruppi, 1944-45, Roma, 1984, p. 5.

[10] G. Mammarella, Il Partito Comunista Italiano. 1945/1975, Firenze, 1976, p. 18.

[11] C. Valentini, Il compagno Berlinguer, Milano, 1985, p. 28.

[12] G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, cit., p. 49.

[13] P. Sanna, Storia del PCI in Sardegna dal 25 luglio alla Costituzione, Cagliari, 1977, p. 27.

[14] A. Ongaro, Enrico Berlinguer. Indagine sulla formazione di un leader comunista, ne “L’Europeo”, a. XXXI, n. 14, 3 aprile 1975.

[15] C. Valentini, Il compagno Berlinguer, Milano, 1985, p. 9.

[16] A. Lanucara, Berlinguer segreto: carriere e lotta interna nel PCI, Telesio, Roma, 1978.

[17] G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, cit., pp. 51-52.

[18] C. Valentini, Il compagno Berlinguer, cit., p. 34.

[19] G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, cit., p. 55.

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