Il compagno Valentino Parlato è d’accordo con noi: “Aridatece l’Iri”…

Mentre i partiti sono tutto un fibrillar di vene anemiche, presi come sono a discutere cose di vitale importanza per loro stessi ma del tutto oziose per la nazione, tipo la riforma del sistema elettorale o le primarie sì, le primarie no. Mentre Mario Monti inanella una perla dopo l’altra nella collana di gaffe rivelatrici, tipo: «siamo alla fine del tunnel», «la ripresa non è nei numeri ma dentro di noi», «siamo consapevoli di aver aggravato coi nostri interventi la crisi del Paese, ma era necessario» e, da ultimo: «con lo Statuto dei lavoratori, meno occupazione».

Ecco, mentre il dibattito politico che pure, data la drammatica situazione dovrebbe aver ben altri contenuti, verte su questi livelli oscillanti fra il comico e il bizantino, c’è chi sa indicare una possibile soluzione seria per salvare la baracca Italia. E lo dice in termini molto chiari:

L’Italia è in una crisi gravissima: cresce la disoccupazione e la miseria, è in corso un processo deindustrializzazione: la Fiat è ridotta al lumicino e quanti sono i nomi di prestigiose industrie italiane che non ci sono più? Dalla recessione non si esce senza il prodotto industriale. Lo Stato, ancorché col debito, deve ritrovare un ruolo positivo. Ricordando una storica crisi del passato, quella iniziata nel ’29, mi torna alla mente il positivo esperimento dell’Iri (Istituto ricostruzione industriale). Oggi non saranno certo i mercati e la finanza (quella che fa denaro con il denaro) a salvare l’industria italiana (pensiamo ai lavoratori dell’Alcoa venuti dalla Sardegna a Roma e a quelli dell’Ilva di Taranto). Oggi forse, ma più che forse, sarebbe necessaria la ricostituzione dell’Iri.

Ora, l’avessi scritta io questa cosa (come in realtà ho fatto già nel 2008: LEGGI QUI), probabilmente non desterebbe alcuna meraviglia: al massimo mi beccherei ancora una volta del nostalgico dell’infausto Ventennio. Il fatto è che a indicare il modello Iri come viatico per uscire dalla crisi è Valentino Parlato, firma storica del quotidiano comunista Manifesto [LEGGI QUI l’articolo integrale].

L’ancora più bello è questo: di fronte ad un’affermazione che dalla estrema sinistra rivaluta d’un colpo la politica economica, politica e sociale del regime fascista, non si è sollevata alcuna obiezione da parte dei suoi (di Parlato) compagni di fede. Delle due, una: o non si leggono nemmeno fra loro oppure sono d’accordo con la tesi dell’autore. Chi tace – come si sa – acconsente.

Noi acconsentiamo, senza tacere. Di fronte alla marea montante di un liberismo che non sa produrre altro che tagli allo stato sociale e nuove tasse, è necessario guardare a soluzioni senza il paraocchi di pregiudiziali storiche. Quando uno strumento si dimostra efficace, non usarlo perché non piace chi l’ha usato prima è roba da masochisti. Va dato atto a Valentino Parlato di aver avuto il coraggio di rompere un tabù.

miro renzaglia

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