Fulvio Abbate. Situazionismo e Libertà:
una poesia monolocale…

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, 14 settembre, sul settimanale Altri.

La redazione 


FULVIO ABBATE
UN POETA MONOLOCALE
miro renzaglia 

Cos’è la poesia? Da Aristotele ad Heidegger, da Omero a Sanguineti, dai lirici alle avanguardie storiche alle neo-avanguardie e alle trans-avanguardie ed ultra ed ultra, i migliori geni dell’arte e della filosofia hanno tentato (e qualche volta perfino dato) una risposta all’ardua domanda. Tant’è che ognuno può scegliersi quella che più lo aggrada. Ma se la poesia ha bisogno del genio per essere prima scritta e poi interpretata, se genio e poesia, infine infine, arrivano a coincidere inscindibilmente, allora può tornarci utile la definizione che diede il Melandri, in Amici miei (atto primo): «Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione». Sostituite “genio” con “poesia” e il risultato non cambia. Non cambia, soprattutto, da quando le “sudate carte” di leopardiana memoria sono state sostituite dalle infinite possibilità espressive che la multimedialità della rete offre al poeta. Là dove prima la parola se ne stava asciutta su carta, ora gronda di colore e voce, fisicità e dinamismo dell’autore. C’è, ovviamente, chi dei nuovi strumenti ne fa un uso non troppo dissimile da quello che faceva con la pagina stampata, riportando i propri versucci sul blog personale e di questo si dà pace, soddisfazione e contezza. Ma c’è pure chi ha capito che l’orizzonte ormai è sfondato e chiede di essere riempito di nuovi linguaggi e di altre misure ritmiche. Uno a caso: Fulvio Abbate, per esempio.

Narratore di chiara fama, giornalista e polemista (i lettori di questo settimanale ne apprezzano la verve da qualche tempo), saggista e critico d’arte, nel 2007 crea Teledurruti una televisione monolocale che, per dirla a parole sue: «E’ un laboratorio poetico-mediatico di ispirazione situazionista». A parole mie, aggiungerei anche “alchemico” perché, progressivamente e nel corso delle trasmissioni pressoché quotidiane, Abbate, avvalendosi di una telecamera, di un pc e di un canale su YouTube, fonda e trasforma, come in un matraccio, ogni sua precedente cognizione ed esperienza espressiva, e finanche autobiografica, in un precipitato linguistico nuovo.

Appunti di cronaca quotidiana, invettive ad personam, travestimento ai limiti del fregolismo, citazionismo dal basso e dall’alto, denuncia politica e sociale, una phoné patafisica nella sua ricercatezza straniata e straniante, esposizione della propria corporeità, compresa quella cicatriziale di una recente operazione chirurgica, danno come risultato qualcosa che va ben oltre la sommatoria degli elementi che la compongono. Così inverando, amplificando e portando alle estreme conseguenze (per ora) uno dei convincimenti più radicati della poetica del Novecento: la poesia si fa con qualsiasi cosa. E la si fa nel modo che consente al poeta Abbate «l’autosufficienza mediatica».

Il poeta, cioè, non solo si fa libero di dire e scrivere e interpretare e musicare e usare tutto quel che vuole per realizzare l’opera, ma si libera pure dalla dittatura degli editori e dei direttori, dalla distribuzione libraria e finanche dalle librerie. «In che senso?» gli chiede un’intervistatrice, e lui pazientemente spiega: «Se io volessi dire che Ingrid Betancourt è una stronza, mi metto davanti alla mia webcam e lo dico. Molto prima che la Betancourt fosse liberata dalla prigionia, sull’Unità, giornale per il quale scrivevo, mi fu impedito di pubblicare un editoriale in cui sostenevo questa tesi. Stessa storia anche sul Foglio, su cui avevo una rubrica. Teledurruti, invece, mi permette di farlo».

Eppure, se libertà gli è cara come sa chi per lei perfino definirsi di sinistra ormai rifiuta, non è la libertà la cifra che rende un prodotto più o meno poetico. Nemmeno in termini strettamente metrici. Infatti, già quando la disputa letteraria verteva fra i sostenitori dell’endecasillabo (o analogo classico) e i modernisti del verso libero, c’era chi si faceva accorto che nessun verso è mai assolutamente libero, dovendo rispondere comunque a criteri quanto meno ritmici che, sia pur autonomamente scelti, costruiscono il recinto entro cui il poeta decide di muoversi.

Problema, quello della scelta dello spazio linguistico da crearsi intorno, che anche il poeta Fulvio Abbate si è posto quando, con un clip, ha indetto un referendum popolare sul quesito: «Vale la pena dire male dei mediocri, dei Veltroni, o forse occorre dedicarsi soltanto all’incanto della narrazione del mondo?». Tra le varie risposte pervenute, quella che per ipotesi a me pare gli si addica di più è questa: «L’intellettuale ha il compito di provocare e sfidare senza farsi cooptare, difendendo principi uguali per tutti, impegnandosi, rischiando a rappresentare e testimoniare in pubblico la sua verità». Un et-et, insomma, in luogo di un aut-aut. Un et-et che per esprimere “la sua verità” si toglie l’uniforme e sceglie risolutamente il multiforme: ora un kimono, talvolta un fiocco rosso partigiano “originale”, ma pure un fez o una divisa da Ussaro. Oppure, occhiali nasone e baffi finti alla Marx. Groucho, non (o non più) Karl.

miro renzaglia

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