Renato Nicolini. Il comunista rinascimentale…

E’ morto Renato Nicolini. Un comunista. Io me lo ricordo quando, Pci in auge Capitolina, Giulio Carlo Argan sindaco lo volle come assessore alla cultura. Lì per lì, non feci caso alla sua nomina: a quei tempi, avevo ben altri cazzi a cui pensare. Era il 1976, pieni “anni di piombo”. Ovvero, il piombo delle rivoltelle e delle bombe era ancora caldo: gli opposti estremismi, la strategia della tensione, le trame nere, quelle rosse e quelle grigioverdi vigevano imperando. Ed erano merce di uso quotidiano. Già andarsi a mangiare una pizza o farsi una passeggiata al centro  di Roma sottobraccio alla tua ragazza, erano atti che richiedevano un certo spirito di avventura, una qual dose di incoscienza o, quanto meno, il calcolo previsto che te la stavi rischiando.  Poteva sempre succedere – e infatti succedeva sovente – di imbattersi in un corteo  non autorizzato, in un assalto all’armeria, in una rissa a suon di spranghe che si schiantavano sui caschi e anche oltre i caschi.  Che qualcuno ti riconoscesse come militante della parte avversa e, nonostante le tue pacifiche intenzioni di spassarti una serata a suon di supplì e napoletane, avesse la pretesa di mandarti per traverso la cena era quasi la regola. Qualcuno li ricorda come “formidabili quegli anni”. A me è sempre venuto da chiedere: formidabili per chi? Se c’è una generazione che ha perso su tutta la linea, ovunque fosse militante, quella è la generazione (la mia)  che da adolescente o giù di lì ha attraversato la stagione degli anni Settanta.

Era il 1976 – dicevo – quando Renato Nicolini assunse l’incarico al Comune di Roma. Roma era una città impaurita, con il più alto tasso di violenza politica (ma non solo politica: tanto per fare un esempio, la Banda della Magliana agì proprio in quello stesso periodo) mai conosciuto prima e, fortunatamente, nemmeno dopo. Come ricordava il poeta Lucio Dalla: «Si esce poco la sera / compreso quando è festa. / E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia / davanti alla finestra». Il clima era quello. Beh! Nonostante queste fossero le premesse, Nicolini, con un atto che ha del rinascimentale, riuscì spezzare la catena della paura, smorzare il chiasso delle rivoltelle e restituire la città ai cittadini. L’ “Estate Romana” che partorì dal suo cervello fu, sempre per dirla con le parole del poeta sopra citato: “La notte dei miracoli”.  Roma si rianimò, la periferia riconquistò il centro attirata dai film, dai concerti, dal teatro, dal cabaret, dagli eventi. Per dirla con una parola sola: dalla cultura. E la cultura riuscì a far abbasare le armi…

Con un colpo di ingegno pari suo, Renato Nicolini definì la sua esperienza di rinascita cittadina  il “ritorno dell’effimero”.  In realtà, di effimero quell’esperienza non aveva assolutamente nulla. Era il ritorno alla vita e alla vitalità dopo un decennio di lugubri cortei  funesti e funebri. Ma concediamo volentieri all’inventore di quella stagione il diritto di definirla come cazzo gli pareva più consono. Del resto, cosa c’è di più effimero della vita?

La vicenda di Nicolini assessore alla cultura delle “Estati Romane” passa per tre diversi sindaci: il già citato Giulio Carlo Argan, Luigi Petroselli e Ugo Vetere. Tutti comunisti. E copre il lasso di tempo che va dal 1976 al 1985. La marcia vittoriosa della cultura sulla violenza politica non fu né facile né immediata. L’ultimo omicidio politico avvenuto a Roma, quello di Paolo Di Nella, il militante missino ucciso a sprangate dagli antifascisti (tuttora ignoti) mentre affiggeva manifesti per la riqualificazione ambientale di Villa Chigi, risale al 1983. Fu il colpo finale e tragico portato a segno dagli irriducibili di ideologie che l’Assessore stava provando a superare. Paolo Di Nella lo aveva capito. Forse, anche nel segno tracciato dal comunista rinascimentale Renato Nicolini.

miro renzaglia

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