Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto. Viaggio nell’inferno di Pasolini…

Ho letto Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi (Ed. Ponte delle Grazie, 2012). E c’è voluto un po’ di tempo per digerirlo. Perché è un libro bellissimo, a metà tra il saggio e la narrativa, che non concede sconti né su Pasolini, né su Laura Betti né su ogni altro protagonista del mondo intellettuale da lui raccontato. Trevi non fa sconti nemmeno a sé stesso. E, lo dico senza ombra di dubbio, meritava di vincere il Premio Strega. Rileggerò il libro di Piperno, perché l’ho letto e finito subito dopo aver affrontato la lettura di Qualcosa di scritto, e non so quanto il confronto l’abbia penalizzato. Appena chiuso ho pensato: “come ha fatto a vincere Piperno con un libro così?”. Magari non si tratterà di un libro malvagio, non voglio ergermi a stroncatore, ma il confronto immediato rende palese la differenza tra i due testi. Ribadisco: Trevi meritava di vincere il Premio Strega. Ma non sul filo di lana, tipo per uno cinque o dieci voti, lo meritava ad occhi chiusi, per acclamazione, con una Ola improvvisata dal pubblico del Ninfeo. E invece l’ha solo sfiorato per il classico pelo. In questo caso il pelo sono davvero solo un paio di voti. Risultato mica misero, per carità, fossi arrivato io, secondo al Premio Strega, ancora starei coi postumi della sbronza. Ma io coi secondi posti, data la squadra per cui faccio il tifo, ho un po’ d’esperienza e questo di Qualcosa di scritto è un secondo posto tipo quello della Roma contro l’Inter del Triplete. Anzi diciamo proprio che è un primo posto rubato, come quelli che ci hanno rubato, nel corso dei decenni Juve e Inter. Trevi non ha fatto una polemica, seppure in passato il dopo Premio Strega è stato spesso un inferno. “Signorile” ho pensato, “sportivo sto Trevi”. Poi ho scoperto che è della Lazio e ho cambiato idea. Chissà che dev’essergli sembrato il secondo posto allo Strega, si sarà sentito un miracolato. Se è per questo, pure Piperno ha dichiarato di essere un “laziale sfegatato”. Sicuramente è questo, ancor più delle cariatidi a cena o della presentazione un po’ ingessata, il motivo che ha fatto di questa edizione del premio Strega una delle edizioni più tristi che la storia ricordi. Due laziali sul podio. Meglio un incubo. Niente a che vedere, ad esempio, con la splendida edizione del 2010, quella in cui ha vinto Antonio Pennacchi. Romanista, oltre che autore di un libro meraviglioso, Canale Mussolini, entrato di diritto nella letteratura.

Ma non era della Lazio che volevo parlarvi, non sia mai. E quindi torniamo a Trevi e a Qualcosa di scritto. Pennacchi nella sua recensione al libro di Trevi, ha scritto tante belle cose. E non che Antonio sia uno che le cose tenta di smussarle o di mediare. Quel che pensa dice, circostanziando critiche o complimenti. Quella recensione mi incuriosì talmente tanto, che sono corso in libreria – lo ammetto, andai alla Feltrinelli, fighetta fedifraga che non sono altro, invece che recarmi da uno degli amici librai di Latina – e l’ho comprato. L’ho letto tutto d’un fiato e tutte quelle belle cose che ha scritto Pennacchi erano su quelle pagine. Lo splendido tratteggio di Laura Betti, l’amore/odio con cui ne parla Trevi che la chiama ‘La Pazza’, un saggio che si trasforma continuamente in romanzo, che alterna i toni del narrare e che non diventa mai banale, nemmeno parlando di un benemerito professore francese di antropologia. La scrittura non fa sconti sui termini tecnici ma risulta leggera, godibile. E insieme a Trevi si rivive un periodo della sua vita che sarà stato sì un po’ pesante – non è certo bello sentirsi chiamare ‘zoccoletta melliflua’ dal tuo capo, ogni santo giorno – ma che dev’esser stato interessante e ricco di spunti e di insegnamenti. E, così arriviamo all’argomento dell’articolo, ci sono delle interessanti osservazioni su Pasolini e sulla sua morte e sul valore rivelatorio delle opere di quel periodo.

Probabilmente non è stato il solo Pelosi a uccidere Pasolini, è vero. La sua versione ufficiale e le continue ritrattazioni fanno acqua da tutte le parti. Ma questo non significa automaticamente che siano stati gli ambienti dei servizi segreti deviati o la finanza internazionale o i fantasmi da Marte al soldo della Cia. Il complottismo, in casi del genere, è sempre dietro l’angolo. Magari la questione è più semplice, non meno tragica ma più semplice. Forse assomiglia molto meno ad una spy story e molto più ad una vicenda che ha a che fare con le passioni, l’autodistruzione insita in ognuno di noi, la frequentazione di ambienti non proprio rassicuranti. L’ho sempre pensato, ma il libro di trevi ha rafforzato la mia convinzione.

Pasolini negli ultimi anni della sua vita era alle prese con un cupio dissolvi che, così scrive Trevi, dovrebbe essere iniziato in concomitanza con le nozze di Nino Davoli. Il suo era desiderio, più che di morire, di scomparire, di dissolversi, ma solo dopo aver tirato fuori tutti i demoni che, chissà per quanto, aveva conservato dentro di sé. Perché se c’è in Qualcosa di scritto un collegamento tra la Betti e Pasolini – al di là della loro amicizia, del rispetto e della stima di lei verso di lui, del fatto che era proprio lei ad essere la presidente della Fondazione nel periodo in cui ci ha lavorato Trevi – è rappresentato dal fatto di aver vissuto entrambi le atroci sensazioni di un amore impossibile. La Betti per Pasolini e Pasolini per Davoli. Amore destinato a finire, prima o poi, nonostante sogni impossibili che tutto un giorno possa cambiare. Amore che finisce così come finisce la vita di chi è rimasto deluso, appeso, inespresso o non più espresso. Dice: “vabbè, ma mica sarà stato Davoli a dare una mano a Pelosi”. No, per carità. Il viaggio all’Inferno però, ebbe inizio proprio con Ninetto Davoli – Trevi riporta anche testimonianze dirette della Pazza – e con il suo ‘tradimento’, con il suo voltare le spalle a Pasolini in maniera definitiva. E chissà in quale inferno s’è fatto portare Pasolini. Chissà quali esperienze deve aver voluto vivere a tutti i costi, nonostante il dolore, le umiliazioni e le sofferenze. Basterebbe leggere Petrolio o vedere le 120 giornate di Sodoma, non tanto per capire, ma per provare a immaginare.

E qui arriva l’ulteriore scoperta – o, se non è scoperta, almeno riflessione – di Trevi. Di solito, in critica letteraria – sì, lo so, è più sociologia della letteratura –, per capire un opera, oltre alla stretta analisi del testo, facciamo ricorso anche alla storia personale dello scrittore e alle influenze dell’epoca: la conversione del Manzoni, il fisico del Leopardi, il temperamento dell’Alfieri. Beh, Emanuele Trevi dimostra che nel caso di Pasolini è possibile, anzi diciamo necessario, fare il contrario per cercare di districarsi in una vicenda che, negli anni, ha assunto connotati davvero grotteschi.

Non che questo riflettere possa portare al colpevole, non che il nome di chi partecipò al massacro sia scritto dentro Petrolio o sia contenuto in qualche centrimetro di pellicola delle 120 Giornate di Sodoma. Si intuisce lo stato d’animo. Si capisce che ogni rivelazione fatta riguardo all’Eni e al petrolio e agli altri intrallazzi, era già contenuta in articoli di giornali, settimanali o in alcuni libri. Non c’è niente di nuovo, sotto al sole. E non è la frase: “io so, ma non posso fare i nomi” che può aver inquietato gente del calibro di quella che viene tirata in ballo.

La riflessione che fa Trevi – perché non capire lo stato d’animo di Pasolini dalle opere di quel periodo? – possa inquietare ancora di più. E va a toccare quei tasti che la politica – in particolare quella di sinistra, quella che vuole appropriarsi a tutti i costi di Pasolini e del suo pensiero – ha paura di toccare. Non è per caso che dietro al voler vedere per forza la CIA, i servizi segreti deviati, si nasconda un po’ d’omofobia di risulta? E’ davvero così impossibile che si tratti, volgarmente, di una questione di prostituzione maschile o di vendette di ragazzacci? E’ troppo svilente pensare che Pasolini si sia infilato – in un periodo della vita in cui era alla ricerca delle esperienze più triviali e umilianti – in un giro storto? O che abbia avuto a che fare con gente che, se sgarri, chi sei sei te la fa pagare? Dalla serie: “ma vabbè, mica può essere morto perché era frocio no?”. Come se fosse una cosa a cui sia impossibile credere. Come se lui, Pasolini, l’eroe della militanza civile, quello che criticava aspramente la società, perdesse ogni peso specifico. Deve esser morto da martire, non ci sono cazzi che reggano.

“E le ritrattazioni di Pelosi?” è la domanda che di solito viene posta alla fine di ogni ragionamento. Un po’ come le foibe per la Vicky di Casa Pound. Le dichiarazioni di Pelosi, posteriori al processo e che cambiano un po’ come il vento, credo che pesino davvero poco. Se tu sei accusato di un omicidio atroce, e ti sei fatto anni e anni di galera, e poi senti che politici altolocatissimi, tutta l’intellighenzia di sinistra in pratica, sostiene che non puoi essere stato te, che sicuro dietro c’è qualcuna delle trame oscure di quegli anni bui, ecco, a quel punto non ti fai venire mai in mente di accodarti, magari cercando di salvarti il culo, sparando rivelazioni e ritrattando subito per poi rispararle ancora?

Magari la verità è inaccettabile per il politically correct e il buonismo veltroniano. Un Pasolini che va a prostituti, che fa cose inaudite e che quindi non è il classico gay dell’immaginario buonista, è un Pasolini che la sinistra non solo non può accettare, ma di cui non si può impossessare.

Forse è semplicemente questa, la verità.

Graziano Lanzidei

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