Elezioni anticipate. Napolitano le vuole…
ma con calma, senza fretta…

Come spesso capita, la politica italiana ha preso in questo scorcio agostano un ritmo frenetico da comica finale. Come sempre capita, messaggi e segnali sono tanto criptici da essere difficilmente compresi al volo da chi non segue palazzi e palazzetti per mestiere o per invitta perversione.

E’ quindi opportuno fare il punto sullo stato dell’arte in materia di legge elettorale. La legge, al 90% si farà, le elezioni in autunno, con la medesima percentuale, no. Non le vuole Berlusconi, perché pensa che il tempo giochi a suo favore e pur di rinviare la scadenza sarebbe capacissimo di silurare la nuova legge. Non le vuole più che tanto il Pd, perché se da un lato risolverebbero l’impaccio delle primarie dall’altro eliminerebbero anche la preziosa grancassa propagandistica offerta dalla primarie stesse. Soprattutto non le vuole Napolitano, perché la delicata campagna d’autunno deve guidarla senza se e senza ma il suo pupillo Mario Monti.

Solo che Napolitano vuole anche il voto anticipato, perché se la legislatura arrivasse a scadenza naturale per un pelo non sarebbe lui a dare l’incarico. Fortuna che in questo caso a quadrare il cerchio ci vuol poco. Basta anticipare le elezioni ma di qualche settimana. Un mesetto, quanto basta a re Giorgio per esercitare la propria sovranità anche nella fase cruciale della formazione del prossimo governo. Che le elezioni politiche vengano anticipate di un soffio perché il presidente-monarca esige di dare lui le carte, condizionando così la partita come fa da anni, desterebbe scandalo in qualsiasi Paese non fosse popolato da politicanti rotti a ogni aberrazione e da remissivi sudditi. Questo, sempre per fortuna, lo è. Di conseguenza nessuno ci troverà niente di strano.

Dunque voto in febbraio, salvo possibili accelerazioni, ma con quale legge? Letta promette sorprese e stupefacenti effettacci speciali. Straparla? No, invia messaggi. La fazione del Pd di cui è tra i principali capi bastone vuole a tutti i costi le preferenze. Bersani e i suoi sono invece pronti a tutto per strappare i collegi.

I nobili princìpi contano meno di zero. La contesa è terragna. Con i collegi il segretario deciderà chi portare in Parlamento e chi no. Proprio come col porcellum, ma in maniera meno vistosa. Con le preferenze invece, gli eredi della Dc, che in materia non li batte nessuno, democristianizzerebbero il Pd peggio che con una mano di vernice in tinta biancofiore.

Chi la spunterà? Bersani, perché anche se ufficialmente il Pdl vuole le preferenze sottobanco ha già dato il via libera ai collegi. Non è quello il fronte che interessa Berlusconi che, oltretutto, non è affatto scontento di potersi continuare a capare i rappresentanti del popolo uno per uno.

Tutto a posto allora?Macché. Il nodo irrisolto c’è, ed è il premio di maggioranza. Per Bersani è decisivo che sia altissimo: un 15% che consegnerebbe alla sua lista 95 deputati in regalo, roba che manco al superenalotto. Non può chiedere di meno perché quel premio esorbitante è la sola (e comunque esigua) possibilità che ha di evitare un governo di unità nazionale, che comporterebbe la sua morte politica. Eventualità che, senza una improbabilissima solida maggioranza Pd (con Sel incorporata)-Udc non gliela toglie nessuno.

Per motivi uguali e contrari, Berlusconi non schioda dal 12,5%, pari a circa 77 deputati premio: cifretta di rispetto ma che non dovrebbe permettere il formarsi di una maggioranza. Nulla di personale, caro Pierluigi, affari, solo affari. L’affare in questione è che senza in governo di unità nazionale Silvio perderebbe tutto il notevole potere che ancora detiene, e si ritroverebbe col villoso petto esposto alle lupare dei tanti nemici che si è fatto negli ultimi decenni, e per questo deve inpedire che le elezioni partoriscano una maggioranza in grado di votare la fiducia a un governo.

Sulla carta il dissenso su un punto così vitale potrebbe far precipitare tutto e impedire la modifica della legge elettorale. Retorica d’accatto a parte, sarebbe da brindisi. Chi coltiva ancora il sogno proibito di un banalissimo, trasparente e unitario centrosinistra di governo, la foto di Vasto, insomma, può oggi sperare quasi solo nella sopravvivenza del porcellum (sistema peraltro meno indigeribile di quello a cui stanno lavorando gli scienziati pazzi del Palazzo e maleolenti scantinati annessi).

Ma sarà bene non sperarci troppo. Premio o non premio, Napolitano vuole la riforma. Nell’Italietta del XXI secolo, quando re Giorgio schiocca la frusta gli animali del Circo Montecitorio saltano.

Andrea Colombo
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