Caro Veneziani, prima di “Tornare a Itaca”, parliamoci chiaro…

Ho avuto modo di conversare qualche volta, al termine di vari convegni e conferenze, con Marcello Veneziani, trovando molto spesso di fronte a me un interlocutore alla mano, la cui disposizione ad ascoltare gli altri, cozzano vistosamente con l’arroganza, la maleducazione e lo snobismo saputo di molti, troppi, intellettuali nostrani di qualsiasi tendenza, malati di un quanto mai stupido ed inopportuno complesso di superiorità sociale. L’ultima opera di Veneziani, La Rivoluzione Conservatrice in Italia, rappresenta un’accattivante carrellata sul percorso di un pensiero qui identificato ed inquadrato nell’aporia di una “Rivoluzione Conservatrice”. Gioberti, Prezzolini, Papini, Ricci, Rensi, Gentile, Evola, Del Noce e tanti, tanti altri, vengono riletti, inquadrati, riposizionati, all’interno di quella che Veneziani definisce la via italiana a quella “Rivoluzione Conservatrice” che in lui assume appunto il significato compiuto di un’aporia vivente ma, che dai più, viene invece identificato in una specie di giuoco logico-linguistico volto a confondere le idee di una pubblica opinione sempre pronta a identificare i buoni con le forze del progresso ed i cattivi con il retrivo spirito di conservazione.

Ma così non è. In Veneziani, Rivoluzione Conservatrice è la spinta a contemperare, conciliare e sintetizzare quei due filoni del pensiero protagonisti della scena occidentale, a partire dall’Età dei Lumi, Rivoluzione e Conservazione, per l’appunto. L’analisi accattivante giuoca però, con il fuoco dell’equivoco di un termine che sarebbe, a mio parere, meglio sostituire con “Pensiero Eterodosso” o “Altro pensiero”, non potendosi definire completamente reazionarie o rivoluzionarie determinate esperienze, questo almeno con gli attuali riduttivi parametri del pensiero occidentale. Andrebbe piuttosto detto che, determinate forme del pensiero, operando una radicale sintesi tra due tendenze innate, finiscono con il determinare una versione “altra” della rivoluzione, molto più radicale della prima perché, nel suo voler conservare determinati valori in una cornice di totale cambiamento, ne opera una profonda trasvalutazione, determinando così un profondo mutamento del codice genetico della cultura e dei valori di una società.

La stessa idea di una nazione come l’Italia, la cui nascita culturale precede di molto quella politica, rappresenta uno stravolgimento della tesi ufficiale secondo la quale la genesi della nostra nazione si sarebbe verificata esclusivamente  nell’alveo culturale illuminista e giacobino. Tutto ciò, fermo restando il fatto che, nell’ambito della storia delle idee, il termine “Rivoluzione Conservatrice” rappresenta un particolare momento della storia del pensiero, incentrato sull’esperienza di una serie di autori della Germania degli anni ’20 e che per ciò stesso andrebbe sottoposto ad attenta revisione. Ma non è del, sia pur interessantissimo dibattito ideologico suscitato dal testo di Veneziani, che qui si vuole trattare, bensì delle iniziative ad esso correlate e cioè il tentativo di dare definitivamente corpo ad una vera e propria “ideologia italiana”, tramite la formazione di una nuova espressione di tipo politico.

Il tutto all’insegna di un’iniziativa, promossa dallo stesso Veneziani assieme a Renato Besana, dall’accattivante titolo “Ritorno a Itaca”. Il guaio non sta nell’iniziativa “si et si”, bensì nell’illusoria premessa di raccogliere alla sua ombra i vari pezzi di un ambiente, quello della “destra” italiana, oggi in evidente difficoltà, a causa del precipitare di eventi di cui questi signori, senza alcun dubbio, condividono appieno le responsabilità.

Vogliamo fare qualche esempio? Veneziani che è uomo di cultura, non dovrebbe far molta fatica a ricordare quanto per la cultura certi signori non hanno fatto. In molti, in troppi, all’indomani dell’ascesa degli attuali “colonnelli” dell’ex AN a posti di responsabilità nella pubblica amministrazione, avevano coltivato l’illusione che costoro avrebbero fatto, anche sotto il profilo della cultura, “qualcosa di destra” per dirla morettianamente. Invece nisba. Eppure al potere c’era uno che di media se ne intendeva, visto che era il proprietario di Mediaset e che, volendo, qualche spazio per creare mediaticità culturale a certe idee lo avrebbe ben potuto concedere. E dire che, anche un certo ambiente, a partire dalle esperienze del campo Hobbit e della Nuova Destra, si era fatto irretire dalle tesi gramsciane sul rapporto tra politica e cultura. Eppure niente. Le uniche uscite tivvù dei nostri eroi, si limiteranno a sparute apparizioni in differita notturna del buon Accame e del già citato Veneziani.

A proposito di quest’ultimo, ne ricordo all’indomani dell’invasione americana dell’Iraq, durante una diretta al tiggì di Rete 4, un commento critico nei riguardi dell’azione degli USA, immediatamente sottoposto ad un’antipatica stroncatura in diretta, da parte dello zelante lecchino Mediaset  Emilio Fede. E questo per non scendere sul piano della prassi politica ove, nulla di identitario, nulla che si avvicinasse, sia pur lontanamente, a quella tanto caldeggiata “ideologia italiana” è stato fatto, anzi. Mai come in questi ultimi anni, grazie alla presenza di Berlusconi e con il grazioso avallo della “destra”, si era assistito ad un così acritico allinearsi ai desiderata d’oltreoceano, sia che questi riguardassero la politica estera, con il costante ricorso all’intervento militare “umanitario” “urbi et orbi”, sia in politica interna, attraverso la codina adozione di misure economico di stampo liberista, anche e nonostante la piena coscienza del loro devastante impatto sul tessuto socio economico italiano.

E allora, cari Veneziani e Besana, cerchiamo di non farci illudere ancora una volta. Certe persone, certi contesti ci hanno ampiamente mostrato con i fatti di predicare molto bene con atteggiamenti, promesse et similia ma poi, nei fatti, di razzolare in tutt’altra direzione. E’ da molto tempo che chi scrive va dicendo che sarebbe necessario un quanto mai definitivo e doveroso chiarimento di natura ideologica e programmatica, partendo da un irrinunciabile assunto iniziale. L’interrogarsi sull’odierna essenza della civiltà occidentale non è uno sterile esercizio di retorica, perché ci permette di iniziare a piantare quei paletti, che non sarà mai troppo tardi fissare. Occidente significa oggi Globalizzazione, ovvero omologazione universale ad un modello incentrato sull’assoluta supremazia della sintesi tra tecnica ed economia (reale o virtuale che essa sia) a discapito di tutto e tutti, costi quel che costi. Per cui l’essere favorevoli o contrari ad essa non rappresenta, per così dire, un optional ideologico, bensì una scelta di campo definitiva a causa delle ricadute ideologiche di cui essa si fa portatrice. O si è favore di essa ed allora se ne accetta in toto l’assioma per cui UNO è il modello religioso, UNO è il modello politico, UNO è il modello economico a cui urbi et orbi ci si deve adeguare, oppure si sarà giuocoforza costretti a muoversi in un senso diametralmente opposto a quello poc’anzi descritto, per cui si darà per assodata la molteplicità dei modelli religiosi, politici ed economici, contrapponendo il particolare all’universale, l’identità all’omologazione e via discorrendo. Ed allora o si starà da una parte o dall’altra. O risolutamente contro gli USA ed i suoi stati-satellite, contro il circo equestre di Bruxelles, contro l’Euro, contro le istituzioni finanziarie, contro il WTO, contro l’asservimento della politica (come scienza della “polis”, sic!) agli interessi dell’economia, contro l’universale assioma ideologico buonista e politicamente corretto o tutto il contrario, a favore di quanto elencato, senza se e senza ma, senza ulteriori e confusionarie sbavature nostalgiche o pseudo antagoniste.

Una scelta di campo dolorosa, certo, molti amici, compagni o camerati  prenderanno altre strade, troveranno altre e più confacenti fonti di ispirazione, mentre altri, animati dalle medesime affinità, anche se provenienti da altre esperienze, convergeranno. Con la profonda differenza che, stavolta, dovendo tutti parlar chiaro, si eviteranno, confusioni, fraintendimenti e pericolosi impasse che non giovano proprio a nessuno. Ribadisco qui, pertanto, il mio invito ad un franco e disinibito “outing” ideologico e politico. Un invito esteso non solo agli amici e sodali di Marcello Veneziani (a cui va  comunque riconosciuta la buona fede del tentativo in corso), ma anche a tutti coloro che pensano di andare a riempire quei vuoti di potere e di consenso, che l’odierna situazione va prefigurando.

Credere di tirare a campare, di darla a bere a tutti con le storie dell’ “esempio” e della “militanza” o della prassi politica, imperniata sull’ “impegno” sociale, fine a sé stessa, condite magari dall’illusione di poter adeguare modelli o situazioni del passato al presente, ci porta ad assistere a film già visti e di cui conosciamo tutti, fin troppo bene, il finale, all’insegna di strane giravolte, umilianti ripensamenti ed al rimanere confinati nei sottoscala della Storia. Mai come adesso, si preavverte come impellente, quindi, la necessità di un profondo mutamento, che potrà esser portato avanti solo da chi avrà svolto senza tentennamenti quell’opera di chiarimento, senza la quale, qualunque istanza o iniziativa assume l’aria di una insensata e poco credibile boutade.

Umberto Bianchi

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