Angelo Mellone. Romani…

Cum flueret lutulentus, erat quod tollere velles

Orazio

Se avete una qualche esperienza, anche di seconda mano, di analisi cliniche, saprete benissimo cos’è un liquido di contrasto. In particolare, avrete fatto l’esperienza del solfato di bario, propinato prima dell’esame all’apparato digerente. L’infermiere di turno si presenta con un bibitone bianco, lattiginoso, densissimo, inodore e incolore. Quando provate a deglutirlo sentite un fastidioso sfregamento abrasivo sui denti e la spiacevolissima sensazione che quel bolo non andrà mai giù nell’esofago se non sospintovi con violenza. Quando arriva nello stomaco, poi, lo riempie, restituendo quell’odiosa impressione di pienezza che si prova dopo un’abbuffata colossale, ma svuotata di quei ricordi gastronomici che la suddetta abbuffata ci dispensa.

Se avete provato tutto questo, o qualcuno ve lo ha raccontato, potete abbandonare queste impressioni di lettura, perché Romani. Guida immaginaria agli abitanti della Capitale di Angelo Mellone, pubblicato da Marsilio, fa proprio questo effetto. Un liquido vischioso, pesante, denso, non deglutibile, indigeribile. Nella sua presunta ironica levità, inodore e incolore.

Il libro è un insieme di quadretti, istantanee le chiama l’autore, nate da un nucleo iniziale di articoli scritti per Il Tempo, volti a fotografare tipi psicologici, caratteri, profili antropologici della romanità, la piattaforma ideologica, culturale, umana che fa di un cittadino della capitale un romano appunto, “per scoprire che la cassetta degli attrezzi della romanità, in fondo, è composta da poche cose: lo stile di vita, la parlata, il cibo, l’estroversione, il cinismo, l’egocentrismo, l’orgoglio di vivere nella città più bella del mondo, la derisione del potere e nondimeno la dipendenza da esso, il familismo di tifo e di quartiere, l’indolenza, l’andare lento e naturale dei sentimenti”.

Si parte da un assunto basale che la dice lunga sull’originalità di pensiero del nostro: «I Romani come popolo non esistono, o almeno non esistono più», che potrebbe far da doppio alla trita declinazione: “non ci sono più le mezze stagioni”, topos di tutti i luoghi comuni, cantato anche da Latte & i Suoi Derivati in Figlio mio, ovvero dritte per svoltare, che diventa nella variante: «non ci sono più i Romani di una volta».

L’idea portante del libro è che la “romanità”, nucleo primordiale delle caratteristiche specifiche del romano, ha ceduto il passo al “romanismo”. Il romanismo è una romanità distorta, ipertrofica, modificata che, dalla realtà primigenia del passato, si ritrova gettata in un mondo iperreale contemporaneo che ne ha ingigantito grottescamente i lineamenti. Responsabile di questa trasformazione è l’influenza che, sull’immaginario collettivo, hanno i media. I libri, i film, le fiction televisive, i reportage, gli articoli di giornali, su Roma e sui Romani, un’interrotta cateratta che, inondando i cervelli di tutti, ha generato questa modificazione genetica.

Le istantanee, sono il frutto di un’osservazione, non sul reale che non c’è più, ma sull’iperreale che invece prospera grazie all’interferenza massiccia dei media. Così i tipi che abitano la capitale e che vengono descritti, sono degli Avatar potenziati che solo pallidamente ricordano “La Roma de ‘na vorta”.

Ci informa cortesemente l’autore: «Ma cosa vuol dire che la romanità contemporanea è una dimensione iperreale? L’iperrealtà è un concetto che Jean Baudrillard impiega per definire la nuova forma sociale prodotta dalla combinazione di intrattenimento, informazione e nuove strumentazioni comunicative… La realtà viene filtrata e trasformata in sequenze di immagini e pseudoeventi che forniscono esperienze più intense e coinvolgenti rispetto alle scene ordinarie della vita quotidiana. La realtà non viene cancellata o sostituita, ma abbellita… L’iperrealtà è il mondo della televisione, della letteratura mediatizzata, dei programmi di intrattenimento, dei talk show, il cui sguardo, riverbera nell’immaginario sociale. Si pone come canone del discorso pubblico».

Questa è l’idea forte che sostiene tutta la narrazione. Mi viene da dire che non ho nulla da eccepire in questo, ognuno costruisce il proprio discorso sull’idea che più gli pare appropriata. Quello che, dal punto di vista del lettore, appare inappropriato è tutto il resto. È come se, su una pietanza semplice e che avrebbe potuto deliziare il palato, uno chef improbabile si sia accanito, con mano pesante, scegliendo e iperdosando (sarà l’effetto dell’iperreale?) degli ingredienti sgradevoli, costruendo un cibo eccessivo in tutto: nelle quantità, nei profumi, nei sapori, nella presentazione.

Prima di passarli in rassegna, premetto una domanda sulla pietanza: Che cosa è questo libro? Un saggio, un insieme di reportage, una somma di cronache cittadine, un’analisi antropologica semiseria, un divertissement (per l’autore forse, per il lettore proprio no)?

Lascio all’autore questo compito, perchè in ciò che scrive, sono contenuti tutti i nefasti ingredienti della pietanza. «Romani è un’idea nata dopo che alcuni reportage “da marciapiede” scritti per Il Tempo avevano ricevuto così tanta e inaspettata attenzione e interesse da indurmi a trasformare quegli articoli, e i tanti appunti che erano cantiere di nuove puntate, in un qualcosa di più articolato: istantanee che volutamente mescolano osservazione diretta e fonti bibliografiche, cronaca popolare e sociologica, teoria della letteratura e analisi mediologica, e si muovono sul confine tra ciò che Herbert J. Gans ha definito la high culture, “l’arte, la musica, la letteratura e gli altri prodotti simbolici che sono stati e tuttora sono preferiti dall’élite culturale”, e la popular culture, “i prodotti simbolici utilizzati dalla maggioranza uncultured”».

In questo brano, dicevo, vi sono contenuti tutti.

Presunzione di sé. Basterebbe il sopraccitato passo per dire che l’autore ha una considerazione di sé fuori standard, che non giova allo scritto, farcito di dichiarazioni altezzose analoghe. Altri due esempi ne renderanno più compiutamente il senso. Quando parla del GRA, scrive: «Definirlo, come farebbe qualche antropologo banale, un non-luogo, è appunto una banalità», affondando così, uno come Marc Augè, dalla caratura e dal peso specifico ben diversi da quelli dell’autore. Per poi ripescarlo, per le borgate romane: «Le borgate di Roma dal dì che hanno abbandonato Pasolini e sono piuttosto dei “non luoghi” multirazziali…», restituendo la cifra della banalità a chi se la merita. E quando, autocitandosi, scrive: «E qui mi viene in soccorso una mamma di Prati, Maria Laura Rodotà, che dopo un sapido scambio di punti di vista e proposito di un mio articolo…» che segnala un complesso d’ inferiorità, ribaltato in alterigia, in chi evidentemente vuol far sapere a tutti che la Rodotà, ormai celebre penna del CorSera, legge i suoi articoli e sapidamente con lui li commenta. Una piccola caduta di stile raccolta dall’impietoso lettore. Ma di queste piccole cadute di stile è ricolmo il libro.

Diretta conseguenza della presunzione di sé è:

Il citazionismo ossessivo. È vero che, dovendo descrivere il romanismo iperreale, l’autore non può sottrarsi al gioco del citare incessantemente, mescolando, i Vanzina e Pasolini, Verdone e Cerami, Sordi e Fabrizi, e tutti coloro che in qualche modo hanno contribuito alla costruzione della grande incrostazione iperreale. Ma è decisamente troppo scrivere, a proposito del Pigneto, un passo di questo tenore: «Il Pigneto. Triangolino di strade pasoliniane che si snoda lungo la via omonima, appena oltre le mura di Porta Maggiore, tra le due grandi arterie della Prenestina e della Casilina. Quello dove Pasolini ha ambientato Accattone (1961). Quello dove Francesca Archibugi ha accomodato il Kim Rossi Stuart di Questione di cuore (2009). E dove Paolo Virzì ha ambientato lo struggimento spaesato dei fuorisede e precari di My name is Tanino (2002) e Tutta la vita davanti (2008), che guardano il serpentone della Tangenziale come un altro personaggio arrivato dalla provincia, il professor Cicerino, alia Giorgio Tirabassi, della fiction I liceali (2008)». È la citazione per la citazione. Nessun senso si aggiunge alla descrizione, da questo elenco, forse utilizzato, qui come altrove (in ogni altrove del libro), per pavoneggiarsi un po’. Il brivido concesso da (permettetemi la citazione!) Vertigine della lista di Eco è davvero lontano.

La ricerca dell’invenzione linguistica. Ulteriore conseguenza della presunzione di sé è la ricerca spasmodica del neologismo brillante e della frase ad effetto. Il libro è diviso in capitoletti in cui trovano spazio neologismi vari che suonano così: La Ro-Man che sta per la Romana Mantenuta, Il Ragazzetto Macchinetto Looketto che dovrebbe rappresentare l’idealtipo di certa gioventù capitolina, il Cortino Botulino specie di vacanziere siliconico, l’immancabile Cesarone che non ha bisogno di spiegazioni. Una serie di tentativi non riusciti, scontati alcuni, cacofonici altri, privi di quell’immediata forza di connessione al loro senso altri ancora, per dimostrare la propria tracimante fantasia, l’artistica vividezza dello scrittore di razza e che invece ne sottolineano il contrario. Per non parlare degli scontatissimi contrapposti binomi Veterocoatto/Neocoatto e Fasciobbar/FascioPop. Così come nella ricerca della frase a effetto del tipo: «Tutte le strade portano al GRA» che dovrebbe ironicamente parafrasare la ben più retorica “Tutte le strade portano a Roma” e che fa un effetto raggelante, che incupisce invece di divertire.

La mancanza d’ironia. Su tutto aleggia una mancanza d’ironia che non permette al testo nessun guizzo ma solo rimestamento in un materiale sfruttatissimo e poco ispirato. Si percepisce l’odore di stantio del già scritto, già detto, già visto, una ripetizione che la citazione perpetua inchioda alla scarsa fantasia del testo.

Lo stile che ne consegue. Lo stile è la diretta conseguenza (o la causa prima?) di questo agglomerato un poco informe. Noioso, ridondante, zeppo di riferimenti che non conducono in nessun luogo ma servono solo ad appesantire il fardello. Nel tentativo di stupire a tutti i costi, risulta, in realtà, verboso e furbo, cercando di spacciare la banalità per guizzo geniale, l’incrostazione citazionista per spessore sapienziale. Uno stile che, fatte salve le ovvie differenze, mi ricorda quelli di Veneziani e Buttafuoco, entrambi un po’ supponenti e alla costante ricerca, l’uno del motto di spirito e della parola ardita, l’altro della spirale barocca, del manierismo bizantino che sono però il rovescio della stessa medaglia: il tentativo di accreditarsi nei salotti che contano. Mellone ha un destino a loro comune anche se riprodotto in miniatura.Tutti e tre provengono dal profondo Sud e da lì si sono mossi in cerca di fortuna. Tutti e tre hanno esordito dalla “parte sbagliata” della barricata, Mellone in realtà, per motivi anagrafici, già dalla “parte giusta”, e hanno subìto per questo un lungo ostracismo e un non riconoscimento che evidentemente ne ha turbato lo spirito, incline a una certa considerazione di sé. Tutti e tre poi, in maniera diversa, hanno assaporato una certa notorietà, con i relativi benefici non solo monetari, che ha portato il loro ego a dilatarsi oltremisura, deformando il legittimo orgoglio di essersi costruiti per quello che sono, e distorcendone anche la scrittura che sembra un agglomerato di parole, più o meno raffinato, che talvolta suona, ma che trasferisce un senso di artefatto al tutto. Un senso d’irrealtà che magari nell’autore, è funzionale alla sua esegesi dell’iperreale.

Del libro mi è piaciuta la copertina che riproduce un legionario romano della Palymobil e che iconograficamente rappresenta il concetto d’iperrealtà, molto meglio di tutte le parole spese.

 Mario Grossi

 

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