Zdenek Zeman. Il calcio come poesia…

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 20 luglio, sul settimanale Altri.

La redazione


ZEMAN SINDACO DE ROMA
miro renzaglia

Torna Zeman. Dopo 13 anni il tecnico che quest’anno ha riportato il Pescara in serie A, si risiede sulla panchina dell’A.S. Roma. Dovette lasciarla 13 anni fa, appunto, per questioni “politiche”. Dopo la sua accusa a un calcio malato di “finanziarie e farmacie” (con evidente riferimento al doping che le società praticavano nei bilanci e sulla pelle degli atleti) la Roma subì una serie tale di “strane” decisioni arbitrali da costarle, con un calcolo approssimativo per difetto, una decina di punti in classifica. L’allora presidente Sensi (padre) con una decisione presa a malincuore, molto a malincuore, fu costretto a mollarlo e ad assumere un allenatore benvisto dall’establishment calcistico: Fabio Capello. Per quanto dolorosa, la scelta non si rivelò del tutto sbagliata: con il mascellone friulano, l’Unica Squadra della Capitale conquistò il suo terzo e fin qui ultimo scudetto.

Torna Zeman, dunque. E già la scelta caduta su di lui (dopo essere stati sondati i vari Montella, Vilas Boas, Bielsa e chissà chi altri) è un fatto abbastanza inedito: finanche, inaudito. Prima ancora che dal direttorio societario Sabatini-Baldini, è stata la piazza (o la curva, se volete) che, con un incessante tam-tam, sulle onde delle radio locali e sui social network, ha, di fatto, imposto il generale Zeman alla guida della coorte giallorossa per la stagione 2012-2013.  Un’autentica scelta del popolo, una prassi di democrazia diretta che a memoria di homo-calcisticus non conosce eguali. “Aridatece Zeman” era la perentoria richiesta del popolo giallorosso che, soprattutto dopo aver dato prova di una pazienza infinita con il (fallito) “progetto” di Luis Enrique, non poteva essere elusa. E, alla fine, è stata esaudita.

Pochi altri allenatori (sicuramente non Capello) hanno lasciato  un segno così profondo nell’animo dei tifosi romanisti. A memoria, me ne viene in mente solo uno: Nils Liedholm. Ma lo svedese aveva comunque vinto uno scudetto e sfiorato una Coppa dei Campioni. Zeman, invece, ha conquistato tutti con la sua filosofia di gioco (e non solo di gioco) a prescindere dai risultati. E per una tifoseria capace di issare uno slogan come quello che ha esposto in Curva Sud quest’anno: “Mai schiavi del risultato”, è un segno di inimitabile coerenza sentimentale averlo rivoluto.

E, infatti, prima ancora che partisse la campagna acquisti, che fino a oggi non può certo definirsi esaltante, è bastato il nome del boemo a scatenare, come non si vedeva da anni, una sontuosa campagna abbonamenti. Indice certo di un legame viscerale con questa città che, persino dalla sponda biancazzurra, e già questo è un piccolo miracolo, viene riconosciuto e apprezzato. Un uomo, insomma, capace di unire persino gli opposti, in nome di ideali condivisibili: il bene comune della collettività (della squadra) su quello dell’individuo (fosse anche il fuoriclasse-bandiera); dell’etica pubblica trasmessa con l’esempio sul doppio-moralismo ipocrita; del funzionale al servizio del bello e non del bello sacrificato alla funzione; del risultato perseguito attraverso il lavoro, tanto lavoro, sul campo senza ricorrere alle scorciatoie di “palazzo”; un uomo così – si diceva – avrebbe probabilmente successo anche in politica.

“Zeman-Sindaco-de-Roma”, come dice il titolo di questo Queer è, ovviamente, una provocazione. L’uomo dalla doppia Zeta sta bene dove sta: sul rettangolo di gioco ad insegnare che il calcio è metafora della vita. E la metafora – si sa – trova la sua massima espressione nella poesia. Calcio-poesia è quello di Zeman (per contrapposizione non irrispettosa, potremmo individuare in quello di Mourinho il calcio-prosa che può essere altrettanto bello ma che raramente è in grado di esprimere metafore sublimi). Un calcio verticale, veloce di gambe e di pensiero, sintetico, ritmico, musicale. Ovvero e appunto: un calcio poetico. Pensateci: lo stesso modulo tattico al quale Zeman è fedele, il 4-3-3, non ricorda da vicino la struttura classica del sonetto (4-4-3-3)? E avete mai visto un poeta giocare in difesa? Macché, il poeta conosce solo un modo per esprimersi: attaccare il fondo magmatico della parola (la porta avversaria) per raggiungere con il massimo risultato estetico (il gol, anzi: “i” gol) il compimento dell’opera (il risultato finale).

Se questo è vero, non sembrerà strano che il poeta Zeman sia stato a lungo messo, se non proprio fuori, almeno ai margini della cittadella calcistica. Un antico precetto che risale niente di meno a Platone, ritiene i poeti pericolosi per la comunità in quanto, con la loro capacità di produrre estasi estetica, sovvertirebbero l’ordine normalizzatore e gerarchico della società dei “migliori”.  In questa chiave, risultano rivelatrici le obiezioni che a suo tempo sollevò Luciano Moggi contro di lui: «Zeman non si rende conto che con queste parole rischia di far crollare il sistema». Si riferiva, il buon Moggi, alle accuse al calcio malato che ricordavamo all’inizio e di cui lui, Moggi, era il sommo sacerdote neo-platonico. Ma non paia un azzardo traslare la reprimenda di Lucianone a tutto ciò che il boemo ha rappresentato e rappresenta per il calcio italiano. Da cui, la lunga condanna all’esilio del poeta Zeman.

Ciononostante, non sempre ma qualche volta accade che il popolo scelga di sfanculare il “sistema” dei presunti “migliori”. E decida non solo di riaccogliere la poesia all’interno delle mura cittadine (fossero anche soltanto quelle di uno stadio) ma di affidarne al poeta le chiavi: quelle che aprono e conducono dritte dritte ar «core de ‘sta città / unico grande amore / de tanta e tanta gente / c’hai fatto innammorà…».

miro renzaglia

 

 

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