Vertici Ue. Ma quale vittoria italiana? Gli ultras di Monti traditi dal proprio tifo…

(di Andrea Colombo) – Il vertice di Bruxelles non poteva fallire. Solo per questo non è fallito. Se per settimane la stampa di mezzo mondo ripete che il fallimento di un consesso sarebbe una catastrofe che al confronto la profezia dei Maya è una scampagnata, si può star certi che al momento buono i partecipanti, si fossero pure scannati a mani nude sino a un secondo prima, usciranno dalla sala in perfetta letizia, con gli occhioni da cerbiatti disneyani, scambiandosi congratulazioni per lo storico risultato raggiunto. La verità viene fuori alla distanza. Sarà così anche stavolta.

L’Italia porta a casa poca roba, del tutto insufficiente a evitare il naufragio, e anche quel poco che ha raggranellato è minacciato di requisizione non appena del tutto spente le indiscrete luci della ribalta. Va benissimo lasciare a “Supermario” la palma del vincitore, anche perché un esecutore altrettanto fedele mica lo si trova tutti i giorni. Purché non pretenda di portarsi a casa anche un po’ di sostanza dietro la facciata rutilante.

Ok, nulla di strano. Non è la prima volta che i politicanti cercano di trarsi fuori da un brutto guaio fingendo di averlo risolto. Berlusconi, politico un tempo celebre in Italia pur se oggi dimenticato, lo faceva un giorno sì e l’altro pure. Il guaio è che i partiti italiani di tanto han perso la poca testa ricevuta in dote dalla sorte che non solo ripetono la favola sperando che si trasformi per miracolo in realtà, ma ci credono pure.

La parabola parallela del Pdl (sfrontato, chiassoso e grossolano come sempre) e del Pd (più discreto e ipocrita, come sempre) è tanto puntuale quanto impressionante. Nei primi mesi del governo Monti si ficcavano reciprocamente l’indice negli occhi per decidere a chi “apparteneva” la nuova stella ascendente. Quello massacrava poveracci, metteva sul lastrico pensionandi, razziava diritti dei lavoratori? La sinistra si sperticava per cantarne le lodi. Vomitava disprezzo sulla destra senza nascondere la convinzione che alla base del disastro ci fosse la loro inettitudine plebea? Quelli si sgolavano a ripetere “E’ uno di noi. E’ nostro fino in fondo”. Indecorosi e incresciosi, gli uni non meno degli altri.

Poi, intorno a marzo, la musica è cambiata. Più precisamente si è mutato nell’opposto. Supermario correva a spron battuto verso il record dell’italiano più odiato dai concittadini (dopo l’inarrivabile Elsa). I partiti procedevano a falcate altrettanto ampie per prenderne le distanze. Disgustati i giudizi del Pd. Stomacati quelli del Pdl. L’ex salvatore della patria se ne stava piazzato lì come un ingombro maleolente del quale nessuno sapeva come liberarsi. Ma tutti speravano, senza nemmeno più riuscire a nasconderlo, che della sgradevole incombenza si occupassero gli altri.

Ed ecco che, di colpo, Mario Monti è tornato a fare il redentore di professione. Tutti lo vogliono, tutti lo acclamano, tutti sgomitano per arruolarlo nelle loro file. Nessuno, naturalmente, si preoccupa di spiegare cosa sia cambiato nelle sue politiche. Tagliava il tagliabile e toglieva diritti prima: lo fa anche adesso. Bela oggi con i forti e ruggisce con i deboli esattamente come faceva prima.

La sola differenza è che, dopo Bruxelles, sembra che, per questa oscena via, abbia almeno ottenuto in cambio alcune graziose concessioni dai suoi stessi principali. Non sarebbe un buon motivo per abbracciarne le politiche neppure se fosse davvero così. In ogni caso, è una bugia dalle gambe cortissime alla quale gli stessi partiti che la raccontano vogliono credere perché un altro modo per combattere la disperazione non ce l’hanno.

Di qui a poco si troveranno esattamente come un mese fa, anzi peggio. E vedrete se non ricominceranno i mugugni contro quel Monti che vorremmo tanto sapere chi ce l’ha mandato! Insuperabili.

Andrea Colombo
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