Stefano Delle Chiaie. L’aquila e il condor…

La recente uscita per Sperling e Kupfer del libro autobiografico di Stefano Delle Chiaie L’aquila e il condor, memorie di un militante politico, a cura di Massimiliano Griner e Umberto Berlenghini con postfazione di Luca Telese, è un evento importante per tutti coloro che, su sponde diverse, hanno vissuto la militanza negli anni anni sessanta e settanta. Si tratta di un libro capace di suscitare grandi entusiasmi, a volte acritici, e grosse stroncature, a volte immeritate, proprio come il suo autore.

A destra si è esaltata la figura del sincero nazional-rivoluzionario senza macchia e senza paura, a sinistra sono tornati i proclami contro il capo dei picchiatori neri di Avanguardia Nazionale, il protagonista delle trame nere e della strategia della tensione, nonché tirapiedi dei peggiori regimi militar-fascisti sudamericani con l’operazione condor. Giudizi diversi e contrastanti ma tutti a mio parere, in nome delle opposte passioni ideologiche, hanno dimenticato che un libro autobiografico non è un lavoro di ricerca scientifica, né può avere alcuna pretesa di essere la verità assoluta, è semplicemente la verità dell’autore, il suo punto di vista e come tale andrebbe preso. Un documento certo importante ma non esaustivo, ed in ogni caso da leggere con spirito critico e con la consapevolezza che la realtà si presta a tante interpretazioni, frutto dell’esperienza di vita dei diversi protagonisti, e che difficilmente la realtà è tutta nera o bianca, ma molto più sfumata.

Delle Chiaie scrive le sue memorie con l’intento di raccontare la propria militanza e rendere omaggio ai tanti militanti che la condivisero con lui “con orgoglio e coraggio”, parte quindi dagli inizi nel MSI degli anni 50, fino ad arrivare al definitivo proscioglimento e scarcerazione nel 1990, in mezzo abbiamo veramente di tutto: le esperienze personali e politiche di colui che tra luci ed ombre è stato un protagonista carismatico del suo mondo e non solo; un personaggio visto da tutta la sinistra ma anche da alcuni camerati come il complice dei peggiori maneggi dei servizi segreti deviati italiani (o un “gorilla” di qualcuno, pensiamo ad esempio al suo recente ritratto caricaturale visto in Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana), dimenticando che nello stesso tempo è stato anche capace di ritagliarsi un ruolo ed un profilo internazionale di tutto rispetto. Un profilo che è veramente riduttivo pensare solo in termini di sicario al servizio dei peggiori regimi sudamericani, arrivato ad un passo da far incontrare Pinochet e Gheddafi o Castro con Rauti.

Fatte le premesse del caso devo confessare che il libro mi è piaciuto nella sua descrizione della realtà missina ed extraparlamentare degli anni 60 e 70, un mondo quasi catacombale in cui ci sono polemiche aspre ed incredibili riappacificazioni, si pensi al rapporto con Almirante, Michelini, Graziani, un mondo in cui fare politica è veramente dedicarsi alla militanza 24 ore su 24, volantinaggi ma anche assalti a librerie e sezioni comuniste, passando per la rivolta di Reggio Calabria nel 1970 e la partecipazione al golpe del principe Junio Valerio Borghese. Un mondo, inoltre, in cui tutti sono in contatto tra loro anche nei momenti di maggiori polemiche, e dove esiste un comune senso di appartenenza oltre le sigle che tornerà utile a molti nel momento della latitanza.

La seconda parte del libro, ancora più interessante è invece dedicata alla lunga latitanza all’estero in Spagna, Portogallo, Bolivia, ecc. ed ai rapporti finora poco esplorati con statisti come Franco, Peron, Pinochet, Savimbi, in nome della “lotta al dominio dell’imperialismo e del neocapitalismo”, dei 2 grandi blocchi Usa e Urss, cercando di unire quanti «oltre le divisioni provocate e gestite dagli interessi dei blocchi, si fossero riuniti in un unico fronte di opposizione al dominio mondialista delle multinazionali».

Le scelte politiche di Delle Chiaie appaiono a volte contraddittorie o di un’ingenuità disarmante, ad esempio si schiera contro le infiltrazioni dell’Ufficio Affari Riservati, però collabora con loro con l’attacchinaggio di finti manifesti filocinesi; all’inizio del movimento del ’68 si schiera con gli studenti di sinistra a Valle Giulia in nome dell’unità generazionale contro il sistema, in seguito è contro la famigerata spedizione punitiva all’università di Almirante e dei suoi picchiatori, ma nel momento in cui la giusta reazione degli studenti di sinistra li costringe a barricarsi alla facoltà di Giurisprudenza va a difenderli; collabora per anni con il regime di Pinochet o con la destra peronista contro i Montoneros, regimi che non sono propriamente contro gli Usa, anzi …

Alcune scelte possono sembrare paradossali, e possono essere spiegate, ed in parte anche Delle Chiaie lo fa, con la considerazione comune a molti camerati che il blocco atlantico dovesse essere considerato come il male minore rispetto al rischio di una dittatura comunista. Un ragionamento che personalmente non mi scandalizza, visto che nel mio mondo di sinistra in nome dell’antifascismo ad esempio in certi periodi ci si è alleati anche con gente che in altri periodi agli operai ed ai contadini in lotta faceva sparare dalla polizia. Dopo molti anni queste scelte meriterebbero un bilancio, forse una critica, che purtroppo sono in pochi ad aver fatto, a destra come a sinistra.

In conclusione del libro “Caccola”, come veniva soprannominato, dopo aver ricordato con una citazione di Codreanu che è meglio il sogno rispetto alla grigia rassegnazione di chi non osa, ci lascia una domanda retorica: «Molti, anche su fronti opposti, sognarono. Quando siamo stati costretti al risveglio, ci siamo trovati in un deserto di idee e di emozioni. Ma allora non fu più nobile il nostro sogno della realtà che ci sconfisse?». La domanda è più che legittima, ma riconosciuta a Stefano Delle Chiaie una coerenza di fondo nelle sue scelte “nazional-rivoluzionarie”, magari senza condividerle, sarebbe anche legittimo porsi un’altra domanda, e cioè se la scelta dei diversi “compagni di strada” di tutta una vita è stata sempre la migliore ai fini della “guerra del sangue contro l’oro”.

Raffaele Morani

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