Sbatti il mostro in prima pagina. Uno a caso: Valerio Fioravanti…

Si avvicina il trentaduesimo anniversario della strage di Bologna e puntualmente gli avvoltoi tornano a volare. Stavolta è un documentarista che chiede a Valerio Fioravanti un’intervista, se la vede negare per ragioni di comprensibile opportunità, scambia quattro chiacchiere in libertà, le registra di nascosto e poi le contrabbanda come intervista ufficiale. Risultato: su tutti i quotidiani campeggiano titoli splatter sul mostro che “offende i parenti delle vittime della strage”.

Perché? Cosa ha detto, non in un’intervista ma in una chiacchierata, dunque con tutte le iperboli del caso, Valerio Fioravanti? La frase più incriminata è quella secondo cui Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei parenti delle vittime, sarebbe un parente a metà, avendo perso la suocera.

E’ una battuta brutta, di quelle che si fanno quando non si pensa di essere registrati: l’abitudine di diffonderle dice tutto su che mestiere pezzente sia diventato il giornalismo. (Non solo nel caso di Fioravanti, sia chiaro: se Vittorio Emanuele dice al telefono che Giuliana Sgrena è una troia ha tutto il diritto di non vedere l’epiteto sbattuto sui giornali, e questo anche se lui è un verme e Giuliana una bellissima persona).

Per spiegarsi la battuta in questione, del resto, bisogna ricordare che Bolognesi non è solo il presidente ecc. E’ anche un tipo che se affermi che il processo contro i Nar per Bologna grida vendetta agli occhi della giustizia non si perita di chiamarti depistatore di fronte a migliaia di persone ed è pronto a fulminare chiunque osi avanzare dubbi in merito a una sentenza che di dubbi ne solleva a carrettate.

Oltre a questa incredibile offesa alla memoria delle vittime, Fioravanti ha solo aggiunto che i servizi deviati non esistono. Apriti cielo! Come si è permesso? Scusate tanto ma è una opinione, a mio parere del tutto condivisibile e comunque del tutto lecita. Dov’è lo scandalo, di grazia?

Non è il primo episodio del genere. Un altro regista ha girato e soprattutto fatto molto girare un film in cui si vede Francesca Mambro ammazzare un povero ragazzo con tanto di colpo di grazia, senza un motivo creato. Così, tanto per fare. E’ una bugia, ed è stato dimostrato anche sul piano processuale, ma tant’è. Trattandosi di Francesca Mambro tutto è lecito.

Un’altra volta, rispondendo a una domanda su chi fossero a suo parere i veri responsabili della strage, Fioravanti rispose: “Non lo so. Per quel che ne so io potrebbe anche essere stata una tribù di omosessuali africani o chiunque altro”. I giornali titolarono a tutta pagina: “Fioravanti: a fare la strage sono stati gli omosessuali”. Quando si è mostri si è mostri.

Il punto dolente è in realtà tutto qui. Questo florilegio di bassezze e di idiozie ha un obiettivo preciso: affermare che Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sono due psicopatici assassini, e non due delle migliaia di giovani che negli anni ’70, per lo più a sinistra ma anche a destra, ritennero che solo la violenza e la lotta armata potessero cambiare le cose in questo Paese.

Non è tanto la costruzione di due mostri quanto quella di un movente. Siccome in oltre trent’anni nessuno è riuscito a spiegare, e nemmeno a ipotizzare, perché mai i due si sarebbero resi responsabili della più sanguinosa tra le stragi, l’unica è concludere che lo hanno fatto perché sono mostri pazzi. Si sa che i cani arrabbiati, come James Holmes a Denver, sbranano senza bisogno di un movente. Comodo, no?

Andrea Colombo
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