Salviamo la Costituzione, diventiamo conservatori. Come Marx…

«Una parte della borghesia desidera di portar rimedio agli inconvenienti sociali, per garantire l’esistenza della società borghese. […] Rientrano in questa categoria economisti, filantropi, umanitari, miglioratori della situazione delle classi lavoratrici, organizzatori di beneficenze, protettori degli animali, fondatori di società di temperanza e tutta una variopinta genìa di oscuri riformatori. E in interi sistemi è stato elaborato questo socialismo borghese. […] Una seconda forma di socialismo meno sistematica e più pratica cercava di far passare alla classe operaia la voglia di qualsiasi movimento rivoluzionario, argomentando che le potrebbe essere utile non l’uno o l’altro cambiamento politico, ma soltanto un cambiamento delle condizioni materiali della esistenza, cioè dei rapporti economici. Ma questo socialismo non intende affatto, con il termine di cambiamento delle condizioni materiali dell’esistenza, l’abolizione dei rapporti borghesi di produzione, possibile solo in via rivoluzionaria, ma miglioramenti amministrativi svolgentisi sul terreno di quei rapporti di produzione, che dunque non cambiano nulla al rapporto fra capitale e lavoro salariato, ma che, nel migliore dei casi, diminuiscono le spese che la borghesia deve sostenere per il suo dominio e semplificano il suo bilancio statale. […] Il socialismo borghese giunge alla sua espressione adeguata solo quando diventa semplice figura retorica. Libero commercio! nell’interesse della classe operaia; dazi protettivi! nell’interesse della classe operaia; carcere cellulare! nell’interesse della classe operaia. Questa è l’ultima parola, l’unica detta seriamente, del socialismo borghese. Il loro socialismo consiste appunto nell’affermazione che i borghesi sono borghesi nell’interesse della classe operaia».

Così Karl Marx nella parte III del Manifesto del Partito Comunista descriveva quella chimera politica che vorrebbe mantenere il capitalismo eliminandone però gli aspetti negativi. Questo breve passo circoscriveva un insieme in cui sarebbe rientrata gran parte della storia politica occidentale. Per adesso accantoniamo i vecchi testi e passiamo a quella che tra qualche anno sarà Storia ma oggi ha il nome meno nobile di “cronaca politica”.

La notizia è recente seppur già da tempo si sente odore (o meglio puzza) di cambiamento per la Costituzione e in alcuni casi si sta già procedendo (vedi pareggio di bilancio e riduzione dei deputati). Il senatore PDL Marcello Pera, filosofo teocon prestato alla peggior politica, qualche giorno fa si è presentato al Colle suggerendo un modus operandi per cambiare la Carta: eleggere in contemporanea alle legislative del 2013 un’assemblea Costituente composta da 75 indipendenti che rediga una nuova Costituzione da sottoporre poi a referendum popolare per l’approvazione. [LEGGI QUI] Per adesso è soltanto un’ipotesi che ha però già ottenuto attenzione dai leader dei due principali partiti politici, Bersani e Alfano, dimostratisi più che desiderosi di dare il loro contributo.

La Costituzione è la norma fondamentale del nostro ordinamento statale: la colonna portante su cui si basa tutta l’architettura della legislazione italiana. Seppur fortemente compromessa dalle contaminazioni del diritto comunitario sia primario (i trattati europei) che derivato (le direttive e i regolamenti), giuridicamente prevalenti sulle stesse norme costituzionali, rimane pur sempre un monumento del diritto, ritratto di un’epoca neanche troppo lontana e sintesi dell’anelito e delle illusioni di un arco di forze politiche che voleva rinnovare la società italiana. Per qualche tempo funzionò: la Carta Costituzionale fu la maschera indossata dal capitalismo quando, sulla spinta dello sviluppo economico e sulla base delle riforme statalistiche e sociali del Ventennio, riuscì a creare un certo benessere nonché un buon livello di sicurezza sociale garantendo quei diritti costituzionalmente tutelati. Adesso le quisquilie giuridiche della maschera sono divenute superflue e ingombranti per il nuovo capitalismo finanziario e necessitano di una revisione.

Una nuova carta costituzionale sancirebbe il passaggio dal capitalismo del XX secolo che un minimo di diritti li garantiva a quello del XXI in cui c’è spazio solo per il mercato e le sue storture. Da un capitalismo in cui la classe dominante riteneva possibile mitigarne i difetti ad uno in cui i difetti divengono ulteriori profitti. Dalla padella alla brace, per esser brevi.

A questo orrenda fotografia preferisco il vecchio ritratto dove socialisti, comunisti e democristiani (con il contributo non riconosciuto dei fascisti) cercarono ingenuamente di creare un sistema economico meno iniquo. Caddero tutti nell’errore già analizzato da Marx (ossia tentare di far perdere il vizio al lupo) ma almeno misero su carta un’idea di società che per quanto imperfetta è sempre migliore di quella propinata dalle tecnocrazie elitarie che si avviano a governare il mondo e in ogni caso perfettibile con un po’ di buona volontà (politica).

Perciò tutte le forze politiche che si riconoscono (anche solo parzialmente) nei principi liberali, democratici o sociali della Costituzione devono difenderla da ogni cambiamento per salvaguardare la nostra storia ma soprattutto la tenuta della nostra legislazione sociale, già messa in serio pericolo dai continui tagli. Se proprio non riusciamo a trovare nuove vie rivoluzionarie per superare il capitalismo il socialismo conservatore va più che bene. L’importante è non arrendersi al dogma neoliberista.

 Cristian De Marchis

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks