(di Daniel Rustici) - “Se si dovesse raccogliere tutto il sangue versato dai comunisti contro le ingiustizie potremmo riempire i mari di tutto il mondo”. Girovagando per facebook mi sono imbattuto in un manifesto elettorale della Federazione della Sinistra ( il cartello elettorale che raccoglie buona parte delle anime dei superstiti del comunismo) che recitava questa frase. Anche senza essere maliziosi viene quasi naturale domandarsi se il sangue di cui si parla sia quello di chi si è sacrificato per l’Ideale o quello dei milioni di morti che hanno fatto e continuano a fare i regimi comunisti in giro per il mondo.
Al di là della risposta, il senso del manifesto esplicita con chiarezza l’enorme limite del comunismo: l’estetica del sacrificio, la visione paradisiaca del futuro che però per realizzarsi deve necessariamente succhiare la vita e il sangue di molti che vivono nel presente. Vero è che all’interno della galassia comunista c’è chi, come Bertinotti, ha provato a sradicare questa concezione, a ribaltarla proponendo la via della nonviolenza come soluzione per riproporre in chiave moderna il pensiero originato da Karl Marx. Ma quella scommessa credo sia stata persa .Il tema della nonviolenza è stato recepito solo come una novità, un po’ folkloristica, da “appiccicare” alle altre lotte, senza che si comprendesse davvero quanto fosse radicale e rivoluzionaria quella nuova istanza di liberazione. Senza che si capisse che rinunciare al principio della sopraffazione voleva dire mettere in discussione le basi stesse dell’ideologia comunista. Senza che si traesse la conclusione che il comunismo, per come si è manifestato nel Novecento dove è diventato Regime, è stato una variante rossa dei fascismi, quando questi si sono fatti a loro volta Regimi.
Non in molti sono giunti alla e conclusione che quell’armamentario di falci e martelli che sventolano sopra i palazzi del potere, quel modo di intendere la realtà come un organismo uniforme da assoggettare ad un’unica idea fossero concezioni profondamene reazionarie e che quindi quel modo di intendere il comunismo, paradossalmente, è di destra.
Non si tratta di fare dispute nominalistiche o di screditare chi ancora si professa comunista o sventola una bandiera rossa. Ma solo di riflettere sul fatto che se comunismo dev’essere non può che essere qui ed ora, senza spargimenti di sangue, senza rimandare al futuro la felicità che ci spetta come diritto. Si tratta, scegliendo liberamente se definirsi ancora o no comunisti, di spostarsi un po’ più a sinistra del comunismo che è stato. Di essere così ribelli da voler toccare subito e con mano l’orizzonte.
Daniel Rustici
Altri online








se ci tieni tanto si fa presto a fare i conti.
Quante guerre hanno innescato i paesi cosiddetti comunisti,quante invece le cosiddette democrazie?
Quante vittime,interne ed esterne,hanno fatto e continuano a fare ,non necessariamente con azioni millitari o di polizia ma anche con speculazioni economiche,i regimi fascisti ?
Vorrei rispondere al giornalista che ha scritto l’articolo ringraziandolo, perché è comunque un articolo serio e scritto bene. Ma l’estetica del sacrificio è roba che non ci appartiene, noi ci siamo sacrificati, ci sacrifichiamo e ci sacrificheremo perché vogliamo un mondo diverso, migliore. E sappiamo che per farlo dobbiamo anche versare sangue; è la storia che ci insegna che i cambiamenti non avvengono mai con la solo “non violenza”, il pacifismo “estremista” ha fatto solo male alla sinistra che per vari aspetti in certe occasioni si è rivelata quasi patetica.
Quindi, il mio manifesto non è un vantarsi spudorato della nostra storia, ma è un ricordare a tutti che la nostra storia è fatta di grandi sacrifici, fatti con passione e volontà. E volevo ricordare soprattutto che noi non siamo carne da macello per demagoghi e qualunquisti.
Nicolò Monti, Resp. Comunicazione FGCI Lazio
Grazie Nicolò. Io non penso che la nonviolenza debba diventare un dogma, a volte la violenza è necessaria, unica cosa vorrei che non se ne facesse apologia. Per il resto condivido il tuo pensiero