Philippe Petit. Trattato di funambolismo. (Consiglio alla lettura per Mario Monti)

I limiti esistono soltanto nell’anima
di chi è a corto di sogni

Philippe Petit

Ormai mi sembra tutto chiaro con questo governo tecnico e con il suo capintesta Mario Monti. Tutto chiaro, nei presupposti, nell’azione, negli esiti.

Governo nato sotto l’onda emotiva, gonfiata ad arte, di un collasso imminente, che ha agito in nome e per conto dei padroni di sempre, banche e finanza d’assalto, che hanno tutto l’interesse a scatenare il panico, per tenere sotto scacco un debitore che non si vuole risanare ma tenere sotto il tallone di ferro del suo debito.

I risultati sono scontati, il debito rimarrà elevato, gli interessi da pagare non strangoleranno il Paese, perché il debitore deve essere sufficientemente debole per non infastidire ma abbastanza forte per non soccombere sotto il peso del suo fardello. L’Italia si avvierà a essere sempre più povera e, soprattutto, la ricchezza si polarizzerà ancora di più. I ricchi saranno sempre più opulenti e i poveri sempre più miserabili. E la polarizzazione, indice d’inciviltà crescente, farà tracollare la cultura. Per prima quella della solidarietà tra concittadini.

È in questo scenario che io, irreprensibile cittadino, mi sento di dare un consiglio di lettura a Mario Monti, nella speranza, temo vana, che possa essergli utile per rimodulare il suo comportamento e per riportarlo su un binario in cui prevalga la cultura della politica.

Gli voglio consigliare il Trattato di funambolismo di Philippe Petit che Ponte alle Grazie ha avuto il merito di pubblicare.

Glielo voglio consigliare perché Monti è considerato e si considera un tecnico.

Philippe Petit è un artista da strada, un acrobata che ha girato in lungo e in largo il mondo, battendo ogni piazza e che è passato alle cronache per aver compiuto delle traversate sul filo d’acciaio, spettacolari, rischiosissime e tutte rigorosamente illegali.

Nell’introduzione Paul Auster ricorda, tra le tante, la camminata tra le guglie di Notre Dame a Parigi e la traversata sul filo tra le torri del World Trade Center a New York.

Insomma Philippe Petit è un funambolo che ha portato il funambolismo alle sue estreme conseguenze che possono ricondursi a due tratti principali.

Da un lato, il gesto funambolico che attira l’attenzione dei passanti per la temerarietà e per l’eterea poesia che l’informa e lo sberleffo del gesto clandestino e creativo che si prende ironicamente beffa, con levità assoluta, dell’ordine costituito, dei suoi divieti e che in qualche modo si riconduce al gesto, perché sfidare la legge di gravità e l’ordine pubblico sono un gioco di specchi e di rimandi tra la legge fisica (trascesa nella metafisica della poesia funambolica, che conserva però una carnalità vivificante anche se scarnificata dal peso in eccesso) e la legge giuridica (sbeffeggiata con leggiadra ironia dal gesto clandestino).

Dall’altro la consapevolezza che quella leggerezza ironica e irriverente è sostenuta da una ferrea disciplina che si esprime in una tecnica sublime che fa del funambolo un grande professionista.

Nel suo libro Philippe Petit mette tutta la sua esperienza di acrobata e funambolo senza trascurare nulla.

Il libro assume la forma di un manuale a metà o meglio di un manuale doppio. Accanto alle descrizioni e alle indicazioni di tipo tecnico, vengono anche sondati quegli aspetti del funambolismo più eterei e filosofici. A partire dalla definizione di Funambolo: “Resta chi fa uno spettacolo che è simile a un gioco d’azzardo. Chi è fiero della propria paura. Osa tendere cavi sui precipizi, si lancia all’assalto dei campanili, allontana e unisce le montagne. Il suo cavo d’acciaio, la sua corda, devono essere tesi all’estremo. Egli si serve di un bilanciere per le grandi traversate. È il Ladro del Medioevo, l’Ascensionista del secolo di Blondin, il Funambolo” e dall’avvertimento che l’autore utilizza per aprire il libro: “Il filo non è ciò che s’immagina. Non è l’universo della leggerezza, dello spazio, del sorriso. È un mestiere. Sobrio, rude, scoraggiante. E chi non vuole intraprendere una lotta accanita di sforzi inutili, pericoli profondi, trappole, chi non è pronto a dare tutto per sentirsi vivere, non ha bisogno di diventare funambolo. Soprattutto, non lo potrebbe. A proposito di questo libro: lo studio del filo non è rigoroso, è inutile”.  Il manuale è un intreccio di questi due aspetti che si fondono tra loro e che tra loro sono in mutua e perpetua assistenza.

È descritta nei dettagli l’istallazione del cavo d’acciaio e dei tiranti, fondamentale operazione per l’incolumità del funambolo e per la buona riuscita della sua camminata. Così come sono elencati tutti gli esercizi e l’allenamento cui il funambolo si deve dedicare per avere agilità, forza, levità e sicurezza nell’intraprendere la sua esibizione.

E poi il saluto funambolico, lo spettacolo, la prova sul filo, la battaglia durissima e poetica che vi si svolge, la paura e la perfezione. Infine le grandi traversate ad altezze vertiginose.

Ne scaturisce una sensazione strana e compatta, in cui Petit tende a dimostrare che esiste un’unica forma di funambolismo che è nel contempo scienza e arte, esigenza tecnica del mestiere e lirismo.

È per questo motivo che vorrei consigliare a Monti la lettura di questo volumetto. Perché ciò che racconta Petit riguardo al funambolismo e alla sua arte, è esportabile in tutti i campi dell’umana azione.

In fondo l’autore racconta sinteticamente il rapporto che esiste tra arte e tecnica e del mutuo scambio che esiste tra le due.

Ci racconta come non sia possibile nessuna forma d’arte senza una tecnica di base che la sostiene. Tecnica di base che va di pari passo con l’applicazione, lo studio, il duro calvario dell’allenamento.

Niente è casuale e semplice nell’espressione artistica, anzi spesso è costrizione, disciplina, dedizione, noia, ripetitività che permettono però il dispiegarsi di ciò che, a prima vista, è reputato frutto dell’improvvisazione, della semplice naturale ispirazione dell’artista.

Come, ad esempio, nella poesia, dove l’ispirazione è incatenata nel verso, ammanettata al ritmo e le parole che sembrano fluire, come d’incanto, in una sequenza musicale, sono scolpite duramente dal corpo informe del vocabolario, in una faticosa disciplina che solo la tecnica compositiva può sostenere.

Nella musica come nei mestieri.

Petit ci vuole avvertire che non esiste arte, senza la piattaforma tecnica su cui poterla fondare. E allo stesso tempo, ci dice l’autore, se il gesto si riduce a una tecnica, nessuna arte potrà mai essere rappresenta e l’aridità del tecnicismo essiccherà tutto nella morte dell’anima.

Monti, che tutti dicono tecnico, credo possa giovarsi molto da questa lettura, perché si applica assai bene anche alla politica e alla sua arte.

Per essere politici non basta amministrare secondo un canone tecnico ferreo di gestione. La politica non esiste se è mera applicazione delle regole della “partita doppia”, che, seppur vanno conosciute come fondamento tecnico della buona gestione dei conti economici di una società come di una nazione, non possono esaurire il compito di un politico.

Per essere politici bisogna possedere fantasia, visione, lungimiranza, passione, amore, arte.

Solo così la tecnica potrà ridiventare vero zoccolo duro di conoscenza su cui fondare la propria visione.

In un momento in cui Monti pensa già a una possibile ricandidatura, il Trattato di funambolismo gli darebbe la possibilità di capire che alla tecnica serve un’anima, senza la quale è pura glacialità, così come la visione poetica che, senza una tecnica a sostenerla, è pura visionarietà velleitaria.

E qui ci viene in soccorso ancora lo stesso Petit che in forma aforismatica esprime tutta la potenza della sua arte.

“Il cavo d’acciaio ha sostituito la corda, ma se respira è grazie alla sua anima di canapa”.

Questo sarebbe il miglior insegnamento per l’algido, composto, sobrio, inappuntabile Mario Monti. Troppo pieno di sé e della sua scintillante tecnica che, come il filo d’acciaio di Petit, è nulla se non ritrova la sua anima di canapa.

Mario Grossi 

 

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