La sinistra (forcaiola) che ti aspetti: Maurizio Lattarulo non deve lavorare per il Comune di Roma…

L’indignazione per l’incarico al Comune di Roma dato da due anni all’ex carcerato Maurizio Lattarulo arriva il giorno dopo la notizia che, rifiutandogli il permesso con pretestuosi motivi burocratici, è stato impedito a un detenuto di Regina Coeli di discutere la propria tesi di laurea. Due casi che non possono non togliere le ultime illusioni a chi ancora creda che il carcere abbia davvero, come previsto nei codici, una funzione rieducativa accanto a quella meramente punitiva.

Ma se a deplorare l’episodio del laureando (trenta esami dati durante la reclusione, i parenti già avvisati del gran giorno, rassicurazioni sul fatto che nessun problema ci sarebbe stato fino solo a poche ore prima…), si sono sentite tante voci, persino dei più irredimibili giustizialisti, difendere Lattarulo e il suo diritto a lavorare sembra molto più difficile. Perché?

Pesano le stigmate di essere un ex fascista, prima di tutto. In quanto amico da sempre dell’ex Nar Massimo Carminati, Lattarulo venne definito all’epoca (una ventina d’anni fa) “vicino ai Nar”. Carminati lo presentò poi ai membri della Banda della Magliana, lui per loro conto cominciò a gestire l’allora illegali macchinette del videopoker e qualche pasaggio dei prestiti a usura, per cui diventò “il braccio destro di Renatino De Pedis”.

Per amore di verità, va puntualizzato che Lattarulo ebbe una condanna per il solo reato di associazione a delinquere e scontò 30 mesi, che non fu mai  dei Nar anche se frequentava ambienti di destra, che quando l’accusa nei suoi confronti di banda armata cadde lui uscì da ogni inchiesta. E una volta che si sia riabilitati, come la legge insegna e vuole, l’interdizione ai pubblici uffici viene meno, sparisce,  non esiste più. Si negasse a un individuo, pur responsabile di crimini gravi, la possibilità, la speranza di cambiare e di vivere un pezzo di vita in modo diverso, tanto varrebbe ucciderlo o abbandonarlo per sempre su uno scoglio in mezzo al mare. Il principio della riabilitazione garantisce il reinserimento a pieno diritto nella società, e altrimenti non potrebbe essere. Nel caso di Lattarulo, le espressioni “vicino ai Nar”, “amico dei boss” e “luogotenente di Renatino” danno la misura di un perbenismo peloso, che pretenderebbe, sulla base di frequentazioni passate considerate sgradevoli (e che di per sé non costituiscono reato), di proibire per sempre a qualcuno di partecipare alla vita della comunità.

Si sono distinti per risentimento e sdegno i deputati del Pd, che gridano alla vergogna e proclamano che il Campidoglio è diventato una succursale lavorativa per ex terroristi di destra, fascisti e boss della malavita. «Chi si è macchiato di connivenza con la malavita e soprattutto con quella legata alla destra nera e fascista non può lavorare in una pubblica amministrazione», proclamano i virtuosi Fiano e Meta, annunciando un’interrogazione parlamentare. Per Pedica, Idv, «con Alemanno la malavita è entrata in Campidoglio». Onorato, dell’Udc, si domanda angosciato come è possibile che sia stato scelto proprio il braccio destro di De Pedis per una consulenza esterna. Meno drammatico ma decisamente crucciato il garante dei detenuti del Lazio Angelo Marroni, per il quale la vicesindaco Sveva Belvisto avrebbe fatto meglio a non dare a Lattarulo un incarico così impegnativo, onde evitare «pericolose ambiguità». A parte le inesattezze – ex terrorista, Boss, braccio destro De Pedis – il punto della riabilitazione (sentenza definitiva nel 2010) è totalmente rimosso. Con coraggio bisognerebbe allora affermare o che la riabilitazione non ha senso e non se ne deve tener conto (nonostante la legge), o che l’ipocrisia deve dettare le linee guida dell’amministrazione. Altra opzione non si vede, non c’è.

Un dettaglio non da poco: la consulenza di Lattarulo, arrivata dopo anni di volontariato nel settore e ricompensata con 1.500 euro mensili, riguarda il programma di reinserimento dei detenuti, materia su cui l’uomo certo può dimostrarsi più competente di tanti altri, puri teorici.

Susanna Schimperna

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