Innocenti evasioni (fiscali)…

Nonostante la lotta che questo governo ha annunciato ai quattro venti e che ha pubblicizzato su tv di Stato e private – alcuni giorni non era possibile sentir parlare d’altro –, la piaga non è stata debellata, forse nemmeno scalfita: gli evasori esistono ancora. Per questo è stato necessario pensare a nuove forme di regolarizzazione, così le chiamano: le adozioni. E questo mese è toccato a me adottarne uno. Si tratta di un sacrificio economico, certo. E’ una questione d’umanità, sicuro. E’ anche una vicenda che ha a che fare con la civiltà, non ci giurerei ma così m’hanno detto. Più della metà del mio stipendio, versata per me e per qualcuno che le tasse non le paga. Più adozione di così? Solo che, come in ogni adozione a distanza che si rispetti, non mi è dato sapere chi è il fortunato vincitore di questo mese d’imposte. Ho anche provato a chiedere, alla società che gestisce la mia busta paga. Ho anche telefonato all’agenzia dell’entrate. “Non faccia lo scemo, non abbiamo tempo da perdere”. Segno che la burocrazia non tratta né viene a compromessi. Il nome di chi adotti non si può sapere, punto e basta. Eppure, giuro, ho insistito. Fino a che m’hanno attaccato il telefono in faccia sentendo la mia voce. “Pronto?” e giù la cornetta. Ma li giustifico. Ci sarebbe da impazzire se solo uno immaginasse il bene – o il male – che sta facendo. L’impiegato dell’agenzia delle entrate allora si pietrifica come forma d’autotutela, non è quello di sopravvivenza l’istinto più forte che abbiamo?

Ho provato ad immaginare l’evasore adottato. Ogni tanto mi sono dovuto fermare, cercando una distrazione, perché non ce la facevo ad andare fino in fondo. E a me non piace piangere nemmeno quando sto da solo. L’ho immaginato dentro uno di quei macchinoni presi a leasing e intestati a società di comodo, mentre viaggiava a tutta velocità su qualche superstrada incurante degli autovelox. Lui è un nullatenente, non ha nemmeno i soldi per pagarsi la pensione o l’assistenza sanitaria. Qualche truffetta ogni tanto, magari qualche assegno a vuoto, e il conto in banca sempre miracolosamente gonfio. Di qualche banca nei paradisi fiscali. Ci ha fatto trasferire il commercialista, a Madeira, per non avere la noia di dover pagare qualcuno di lì. Che non si sa mai gli stranieri cosa possono combinare. D’altronde il Portogallo è quasi Africa no? S’è messo d’accordo con qualche altro suo amico sfortunato e hanno convinto il commercialista a trasferire la sua attività. Continua a gestire i loro beni, di cui nessuno è a conoscenza, e lo fa dall’estero. A ogni scudo fiscale fa rientrare giusto il minimo per non fare brutta figura, che poi sperpera in qualche investimento sbagliato o in qualche fallimento peloso. S’è pure incazzato ultimamente, quando il suo consulente finanziario gli ha detto che qualcosa andava dichiarato. “Questi al Governo fanno sul serio”. E lui, imperterrito, gli ha intimato di fare come al solito: “che cazzo ti pago a fare?”.

Sembra senza paura, in realtà ne ha da vendere. Diciamo proprio che è terrorizzato. Non ha nulla da perdere, questo pure è vero, ma quel poco che ha vuol tenerselo stretto. E’ abituato così: “vali quanto hai”. E anche se poco, lui qualcosa vuol valere. Sennò che figura ci fa a Cortina con gli amici? Nemmeno un giro di ristorante pagato? Che poi, quel poco, mica si può dubitare che se lo sia guadagnato con altro che non sia il sudore della sua fronte. Forse qualcuno gli ha regalato quella bella seconda casa al mare, che affitta regolarmente in nero quando non ci può andare durante i mesi estivi e invernali? Oppure quella bella prima casa intestata a un altro nullatenente suo amico? E non vi sfiori la mente che la vacanza a Malibu o la settimana bianca possano essere per lui qualcosa di importante. Forse giusto la baita in montagna, quella sì, non se l’è guadangata lavorando. L’ha vinta a carte, con un suo amico che si voleva giocare proprio tutto quella sera. E lui che doveva fare? Dargli ancora una delusione? Attraversava un momento difficile, è andato a vedere il suo tris con una miserabile coppia di 8. Si vede che a quella baita non ci teneva più di tanto, chissà se gli ricordava la segretaria bonazza o la moglie rinsecchita. E c’è da dire pure che, alla fine ma proprio in fondo in fondo, ci rinuncerebbe pure a tutto questo, se solo glielo permettessero.

“Magari a vivere qui” l’avevano sentito dire all’aeroporto dell’Avana quando stava per tornare dopo un mese di vacanze. Li ti pagano tutto, non hai nemmeno il peso di possedere qualcosa. Giusto i vestiti o il cibo che hai nello stomaco. Manco le idee ti fanno tenere per te. Manco quella che ti scopi si ferma a dormire nella tua stanza. Una botta e via, ognuno per la sua strada. I bisogni essenziali vengono soddisfatti: mangiare, bere, scopare e andare al mare. Cosa vuole uno di più dalla vita? A Cuba, ma in Italia mica è così: qui conta chi ha. E lui mica può fare la figura dello scemo. L’educazione e il fato l’hanno condannato a questo destino. Se uno fosse nato a Cuba sarebbe stato sicuramente meglio. Così è costretto a barcamenarsi, finché non arriva uno come me che, nel caso in cui dovesse farsi male, gli paga le spese all’ospedale, gli fa pulire la strada davanti a tutte e due le case, paga la sua quota per poter usufruire di ogni qualsivoglia servizio pubblico.

E così lui fa sentire migliore pure me, a un prezzo modico. Immagina se invece di metterci metà dello stipendio, mi costringeva a metterci la baita di montagna che non ho. Non è anche questo lo spirito civico?

Graziano Lanzidei

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