Il nuovo inganno del dittatore Monti: elezioni lampo a novembre…

La posta in gioco non è più (solo) a chi far pagare i costi della crisi e neppure (solo) la conferma o meno della deriva travasata senza soluzione di continuità dal berlusconismo al montismo. La posta in gioco riguarda ormai la sopravvivenza o meno della democrazia italiana.

Le mani decisive di questa partita non si giocheranno in un futuro indefinito ma nei prossimi mesi, forse nelle prossime settimane. A indicare l’esito del gioco non saranno le esagerazioni ridicole tipiche dell’era berlusconiana, quando si denunciavano attentati contro la democrazia due volte al giorno, ma i nudi fatti. Se le prossime elezioni saranno ridotte a una farsa, se l’esito delle urne sarà predeterminato (ovviamente senza mettere al corrente del particolare gli elettori), se l’appuntamento col voto sarà derubricato a fastidiosa formalità da sbrigare aggirando l’impaccio, potremo a buon diritto parlare di morte non della seconda repubblica ma della Repubblica.

I fatti sono eloquenti. E’ un fatto che il presidente del Consiglio nominato dal Colle e dalla Bce abbia proposto a Napolitano un’ideuzza che, se accolta, riprodurrebbe su vastissima scala l’infame modello del referendum di Mirafiori.

Si tratterebbe, com’è noto, di accelerare i tempi delle elezioni con una crisi “pilotata”: scioglimento delle camere in settembre, campagna elettorale lampo, apertura delel urne all’inizio di novembre.

Gli elettori andrebbero così a votare in un clima di isteria emergenziale. Martellati da una campagna mediatica e istituzionale senza precedenti e messi di fronte a una scelta secca: confermare più o meno direttamente le politiche (e probabilmente anche la premiership) di Monti o addossarsi la responsabilità di chiudere l’azienda Italia. E’ precisamente il concetto di democrazia squadernato dal quel gentiluomo di Marchionne a Mirafiori.

Naturalmente i partiti, per quanto abituati ormai a campare in una specie di universo parallelo, si rendono conto di non poter esplicitare il progettino senza stomacare molti dei loro elettori. Urge pertanto una riforma elettorale che introduca il proporzionale, si vedrà poi con quale soglia di sbarramento e con quale premio di maggioranza. In questo modo, i diversi partiti potrebbero chiedere il voto su un loro specifico programma e con una loro candidatura alla guida del governo, salvo poi, di fronte alla frammentazione dei risultati elettorali e all’urgenza della crisi, “ripiegare” sull’unità nazionale e su un nuovo governo Monti. Stavolta con qualche politico dentro, in postazione di rincalzo.

Che il giochino riesca è per molte ragioni incerto. Tra le vittime, ad esempio, ci sarebbe Pierluigi Bersani, ed è improbabile che il segretario piddino accetti di mettere il capino sotto la lama senza nemmeno scalciare un po’. Berlusconi, poi, dovrebbe prestarsi al gioco ritirandosi in buon ordine dietro le quinte, essendo un’alleanza con lui improponibile (laddove l’ipocrisia dei politicanti piddini non farebbe una piega di fronte a sponsali con un prestanome dell’Impresentabile).

Solo che Silvio il diffidente non ci pensa per niente. Conosce i suoi polli e la loro indefessa tendenza al tradimento. Sa che solo la sua presenza in prima persona e alla guida di un partito determinante per le sorti del governo continuerà a garantirgli il moltissimo che gli ha sinora garantito Monti.

Ma se questo piano dovesse fallire si può star certi che verrà fuori quello B, e poi, se del caso, anche tutte le altre lettere dell’alfabeto. Perché il punto chiave è che, in nome dell’Europa, dello spread, dei mercati e della moneta unica, bisogna che il risultato delle elezioni sia deciso da prima ancora di convocare i comizi e, di nuovo, senza chiedere il parere del popolo sovrano.

La scelta è dunque secca, e la sinistra sarà chiamata a scegliere non tra Europa o non Europa, non tra dittatura della finanza e demcorazia. Se l’uno o l’altro dei piani orditi nei palazzi più alti e nelle redazioni repubblicane più autorevoli riuscirà, di democrazia, in Italia, non sarà più il caso di parlare. Se non nelle nostalgiche serate d’autunno, per commuoversi ricordando “come eravamo”.

Andrea Colombo
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