Schettino non è un mostro. Ma un po’ vigliacchetto, sì…

Dice un vecchio proverbio di mare, proprio nel dialetto di Francesco Schettino: «’Ncaglià rint’a rena cosa bbona nun è, ma rint’e’ scuoglie pev’è», finire su un bagnasciuga arenoso non è degno di un navigante, ma andare a cozzare contro gli scogli è proprio disonorevole. E si fosse fermato a questo disonore, non ne staremmo ancora a parlare: magari se lo ricorderebbero solo i vecchi lupi di mare che, incontrando in qualche bettola di porto l’ex comandante, eviterebbero di sedersi al suo tavolo. Purtroppo, la scala del disonore Schettino se l’è fatta tutta. In discesa.

E’ la triste vicenda, molto tragica, di un guappo napoletano, forse anche un po’ sfigato, al comando di una città galleggiante con 4000 anime a bordo, che lui, con una manovra ad alto rischio, porta fuori rotta fino a schiantarla su uno scoglio, provocando il naufragio e, quel che è peggio, il decesso di 32 passeggeri.

E’ questo che risulta dalla registrazione incisa nella scatola nera. Alle 21.39 e 14 secondi del 13 gennaio, Francesco Schettino, capitano di lungo corso, sale in plancia e con il convenzionale “I take the conn” assume il comando, disattiva il pilota automatico e pronuncia il fatidico “Timone alla mano”. Alla sua mano.

Da quel momento, la nave devia verso la costa dell’Isola del Giglio per omaggiare l’ex comandante in pensione Terenzio Palombo, che colà risiede, con l’ormai tristemente noto “inchino”. La collisione avviene alle 21.45 e 7 secondi.

Ma il peggio, il guappo napoletano lo combina dopo: dà in ritardo l’ordine di chiusura delle porte stagne, quando ormai l’acqua era già entrata, ordina con ritardo di oltre un’ora, alle 22.51, l’evacuazione della nave e, supremo disonore per qualsiasi capitano di mare, abbandona la nave prima che l’evacuazione stessa di equipaggio e passeggeri fosse completata.

Troppi errori per sollevarlo da responsabilità che sono schiaccianti. E appaiono anche sconcertanti le considerazioni che Schettino fa sulla trascrizione della scatola nera, affidate in esclusiva al settimanale “Oggi”, nelle quali, in buona sostanza, cerca di scaricare le sue responsabilità sul primo ufficiale Ciro Ambrosio e sugli altri ufficiali in plancia rei, a suo dire, di avergli ceduto il comando senza informarlo di aver oltrepassato la distanza di sicurezza dalla costa. E di avergli mal riferito sulla chiusura delle porte stagne.

Il che può anche essere vero ma non attenua per niente la sua posizione di massimo responsabile per l’accaduto. Schettino non sarà un mostro ma certo un incapace alla navigazione e anche un po’ vigliacchetto lo è senz’altro. Un figlio per nulla originale di questa Italia che fa dello scaricabarile un esercizio di stile, dell’autodifesa a pagamento una virtù, del “sì, sono colpevole ma anche gli altri non sono innocenti” quasi un titolo di merito, del negare perfino l’evidenza per salvarsi il culo uno sport nazionale. Unica attenuante molto, molto generica, può essere quella sfiga che ha scelto proprio lui, fra i tanti che si sono dilettati negli anni a praticare quell’idiozia pericolosa che in gergo chiamavano “inchino”, per punire la sfrontatezza.

La galera non si augura a nessuno, è vero. Ma il detto deve essere interpretato nella doppia accezione di “carcere” e di “imbarcazione”. Ecco, io a Schettino non metterei più in mano neanche un canotto a remi.

miro renzaglia

 

 

 

 

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