Dieci domande a Sergio Marchionne (che “Repubblica” non farà mai)

Non sono domande pruriginose né provocatorie, non toccano la vita privata di nessuno, non rispondono a un pur legittimo interesse di cronaca. Sono gli interrogativi che lo Stato italiano avrebbe il dovere di fare e per le quali dovrebbe reclamare una risposta, non come gesto di graziosa cortesia ma come atto dovuto.

Da anni, infatti, Marchionne prende metodicamente in giro l’Italia e in particolare i lavoratori impiegati nelle sue aziende. Moltiplica i dividendi degli azionisti a spese dello Stato italiano. Adopera una inesistente, offensiva e calunniosa “improduttività” degli operai italiani come alibi per i suoi insuccessi sul mercato. Ottiene aiuti dall’Italia promettendo investimenti fantasma mentre investe sul serio non in Italia ma nei Paesi in cui può contare su larghissime sovvenzioni di Stato. Si prepara a lasciare questo Paese nell’inerzia totale e colpevole delle istituzioni. Chiude uno stabilimento via l’altro senza assolvere ai propri doveri nei confronti dei lavoratori che condanna alla disoccupazione. Considera l’azienda che dirige al di sopra delle leggi e si avvale del più bieco inganno per non pagare le tasse: la cittadinanza svizzera. Queste domande, che interessano l’economia del Paese e riguardano la perdita di uno dei nostri principali asset italiani, dovrebbe farle prima di tutti Mario Monti. Invece si è dimostrato ancora più servile di Berlusconi: tutto quello che è riuscito a balbettare è che la Fiat ha il diritto di fare ciò che vuole.

Invece dovrebbe chiedere, prima di tutto: 1. Dove sono finiti i 20 miliardi promessi 3 anni fa per gli investimenti in Italia? E 2. Quanti soldi lo Stato italiano ha versato alla Fiat dal 2008 tra incentivi, formazione, cassa integrazione e mobilità? Non sono domande indiscrete. In cambio degli investimenti promessi la Fiat ha ricevuto dall’Italia sovvenzionamenti cospicui. Peccato che, una volta intascato il malloppo, dei 20 miliardi di quegli investimenti Marchionne abbia smesso anche solo di parlare e a chi gliene chiede conto risponde che non può rispondere. Senza che nessuno osi insistere.

Per gli stessi motivi, il governo della Repubblica dovrebbe anche pretendere riposte su: 3. Quanti soldi le banche italiane, con le spalle coperte dallo Stato, hanno prestato agli azionisti Fiat? Il governo e in particolare la brillante ministra del Lavoro Elsa Fornero dovrebbero quindi imporre delucidazioni su alcune questioni che rischiano travolgere le vite dei dipendenti della Fiat, e non solo loro. L’impatto sull’indotto e quindi sull’intero territorio delle chiusura di quegli stabilimenti andrebbe infatti molto oltre la dimensione, già drammatica, dei dipendenti Fiat: per ogni posto di lavoro perso nelle fabbriche della Fiat ne verrebbero cancellati altri 3 in quella stessa area. A maggior ragione sarebbe fondamentale sapere subito: 4. Qual è l’alternativa industriale alla chiusura di Termini Imerese? 5. Qual è l’alternativa industriale alla chiusura di Irisbus di Avellino? 6. Qual è il nuovo stabilimento italiano che Fiat vuol chiudere?

Prima di chiudere gli stabilimenti, Marchionne avrebbe dovuto infatti prefigurare un’alternativa industriale. Non lo ha fatto oppure, come nel caso di Termini Imerese, lo ha fatto per finta, fingendo di aver individuato un’alternativa solo per aggirare i propri obblighi. Allo stesso tempo, l’ad del Lingotto si sta preparando a chiudere un altro stabilimento: vorremmo sapere con trasparenza e onestà quali sono i sono i suoi progetti, dal momento che ne andranno di mezzo migliaia di lavoratori. Ancora una volta, per giustificare la chiusura e la delocalizzazione, Marchionne tenterà di addossare le colpe ai lavoratori italiani che lavorerebbero poco e guadagnerebbero molto. Sarà bene specificare che la realtà è opposta. Se si guarda al solo indicatore valido, la velocità con i pezzi scorrono sulla catena di montaggio, si scopre che gli operai italiani sono tra i più produttivi al mondo. Quanto ai guadagni, tenendo conto dei frequenti ricorsi alla cassa integrazione, incassano in media mille euro al mese: molto meno che nel resto dell’Europa. La verità è che Marchionne preferisce trasferire gli stabilimenti nei Paesi dell’est perché lì può contare su massicce sovvenzioni di Stato, naturalmente facendosi finanziare il trasferimento dal cornuto e mazziato Stato italiano. La verità, purtroppo, è anche che la Fiat ha da lungo tempo abbandonato ogni ambizione di costruire auto innovative, ben disegnate, adeguare alla compatibilità ambientale: automobili che si possano vendere.

Per questo vorremmo sapere: 7. Quali investimenti sono stati fatti in Polonia, Serbia, Russia e con quali aiuti di Stato? 8. Quali modelli alternativi sono previsti per gli stabilimenti italiani e dove sono allocati? Infine siccome, da liberali, siamo abituati a pensare che la legge debba essere uguale per tutti e che pagare le tasse non possa essere un obbligo solo dei poveracci e dei lavoratori dipendenti, riteniamo necessario anche sapere: 9. Perché Fiat non applica le sentenze della magistratura favorevoli ai lavoratori dei tribunali di Roma, Bolzano, Torino, Bologna Napoli, Bari, Termoli, Lanciano, Verona, Modena, Milano, Trento? 10. Perché Marchionne non paga le tasse in Italia?

Restiamo in attesa di cortese riscontro, se non da parte di Marchionne che ha tutto l’interesse a restarsene zitto e muto, almeno da parte del governo italiano che, al contrario, avrebbe non solo il dovere ma anche tutto l’interesse a ottenere queste risposte e poi a procedere di conseguenza.

Maurizio Zipponi
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