Di sana e robusta Costituzione. Elsa Fornero e il contesto…

Antefatto: il Wall Street Journal offre un’analisi [1] del ddl n.650 (la riforma del lavoro a firma Elsa Fornero), commentandola con misurata e discreta ironia e lamentandone la scarsa ambizione. Il ministro Fornero offre intervista al giornale finanziario d’oltreoceano [2] per ribadire il suo impegno a riformare (nel senso del riformatorio giudiziario) il mercato del lavoro e i lavoratori, cui segue annosa polemica eccetera eccetera  [3]. Fine dell’antefatto.

Personalmente riscontro una certa incoerenza tra le parole del ministro e gli articoli primo e quarto della Costituzione [4], ma non è di questo che si vuole qui trattare. Piuttosto, interessa rilevare l’importanza del contesto.

Rapida ricerca su Google News permetterà a chiunque di notare come tutti i giornali e le agenzie di stampa online attribuiscano a Fornero la seguente affermazione: «L’attitudine della gente deve cambiare. Il lavoro non è un diritto, va guadagnato, anche con il sacrificio». Strano ma vero, queste non sono le parole di Fornero, bensì una traduzione approssimativa e riassunta del pensiero espresso (vedasi la risposta originale alla nota [2]). Altrettanto strano, ma altrettanto vero, ecco alzarsi per le vie dei social network (ché infatti ormai la protesta è solo quella del «popolo della Rete») le barricate del mal interpretato impegno sociale. Numerosi gli inviti a Fornero ad andarsi a rileggere la Costituzione repubblicana, ad avere più rispetto per i lavoratori e per lo Stato che serve in quanto ministro, etc. Impegno sociale più che mai proficuo, infatti nel pomeriggio il ministro ha precisato il significato della propria affermazione, ricordando come il diritto al lavoro sia riconosciuto e promosso dalla Costituzione Italiana al suo quarto articolo.  Evidentemente Fornero cerca di stemperare le polemiche (che non ha difficoltà ad attirare a sé, quasi fosse un magnete) giocando sulle sfumature del termine inglese «job», traducibile appunto sia con «lavoro» che con «posto di lavoro».

Ed ecco l’importanza del contesto, parte prima. A chi avesse letto l’intervista sul Wall Street Journal sarebbe apparso chiaro il significato inteso da Fornero, poiché seguiva naturalmente dal complesso dell’intervista. Per comodità del lettore riporto una traduzione più rigorosa: «Questa riforma è una scommessa sul cambiamento nel comportamento [degli italiani] sotto molti aspetti. La mia paura più grande è che non riusciamo a vincere questa sfida. Tutti, non solo i lavoratori, devono comprendere e cambiare. Questo include i giovani, che devono capire che un posto di lavoro non è qualcosa che si ottiene di diritto, ma che si conquista, qualcosa per cui si combatte e si deve a volte essere pronti a fare dei sacrifici». Per certi versi la precisazione del ministro pare quindi superflua, e le testate giornalistiche italiche potrebbero pure assumersi l’onere di impiegare un buon traduttore. D’altra parte, questa polemica non poteva cascare in un momento più appropriato. Quest’oggi infatti si votava alla Camera per l’approvazione definitiva del ddl. Ma data la rapidità con cui la polemica si è estesa – ta dah! – l’imminente approvazione del ddl non fu il fulcro del dibattito sociale.  Non è nemmeno tanto questione di discutere se sia una buona o cattiva riforma, quanto della portata oggettiva che questa riforma ha poiché determina dei cambiamenti che, se non epocali, sono quantomeno straordinari in materia di mercato del lavoro e tutela dei lavoratori. Le ultime riforme di dimensioni paragonabili a quella presente sono quella delle pensioni del 1995 da parte del governo Dini, che vide una prima introduzione del sistema contributivo (seguirono vicissitudini, ma ci ha pensato – guarda caso! – il ministro Fornero a resuscitarla, lo scorso dicembre) e quella del lavoro del 1997, il denominato pacchetto Treu approvato sotto il governo Prodi I (una sorta di prefazione al ddl approvato quest’oggi). Ma grazie alle infauste parole del ministro del Lavoro, ecco che l’approvazione della riforma odierna è passata in assoluto secondo piano. Casualità, certamente.

Segue levata di scudi dell’opinione pubblica virtuale. Il contesto, parte seconda. Mai la Costituzione si è vista più citata negli aggiornamenti di stato! Come dovrebbe tuttavia essere noto, ogni legge o decreto non ha significato univoco, ma è passibile di numerose interpretazioni. A ciò serve la Corte Costituzionale, chiamata a definire di ogni articolo e comma la corretta interpretazione, allo scopo di dirigere l’opera del giudice e del legislatore. Cosa significa quindi, al primo comma dell’art. 4, «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro»? Un diritto è ciò che ogni cittadino può giustamente rivendicare di fronte alla comunità. La Consulta chiarisce che tale articolo, «senza creare rapporti giuridici perfetti, costituisce un invito al legislatore a che sia favorito il massimo impiego delle attività libere nei rapporti economici» (Cost. 26 gennaio 1957, n. 3).  Altrettanto importante la seconda parte del primo comma, per cui lo Stato «promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto». Nelle parole della Corte: «A questa situazione giuridica del cittadino – l’unica che trovi nella norma costituzionale in esame il suo inderogabile fondamento – fa riscontro, per quanto riguarda lo Stato, da una parte il divieto di creare o di lasciar sussistere nell’ordinamento norme che pongano o consentano di porre limiti discriminatori a tale libertà ovvero che direttamente o indirettamente la rinneghino, dall’altra l’obbligo – il cui adempimento é ritenuto dalla Costituzione essenziale all’effettiva realizzazione del descritto diritto – di indirizzare l’attività di tutti i pubblici poteri, e dello stesso legislatore, alla creazione di condizioni economiche, sociali e giuridiche che consentano l’impiego di tutti i cittadini idonei al lavoro» (Cost. 9 giugno 1965, sentenza n. 45), dove l’enfasi in corsivo è mia. Condizioni economiche, ossia l’esistenza di posti di lavoro e imprese pubbliche, tra altre cose. La Corte Costituzionale sancisce quindi lo stretto legame tra «lavoro» e «posto di»: ostacolando la realizzazione del primo il secondo non è e non può essere, e viceversa. V’è tuttavia anche secondo la Corte una lieve sfumatura che distingue i due concetti [5], e la costruzione lessicale del ministro ancora si regge in piedi, seppur barcollante.

Al secondo comma le cose si fanno interessanti, e il tanto citato articolo conclude: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». La relazione tra cittadino e Stato, per quanto riguarda il diritto al Lavoro, non è allora soltanto dal secondo soggetto al primo nella forma del diritto, ma anche dal primo al secondo nella forma del dovere. Pur nella libertà di gusto e nella limitazione delle possibilità fisiche, ogni individuo deve tramite il proprio lavoro migliorare la situazione sia materiale (economica, infrastrutturale, etc.), che spirituale (morale, intellettuale, etc.) della Repubblica di cui è cittadino. Il suo lavoro deve dare qualcosa allo Stato, sia questo qualcosa tasse, progresso culturale, nuove e migliori strade. Giorno dopo giorno, ogni individuo dimostra col proprio lavoro di essere degno di questo diritto, poiché tramite esso permette allo Stato, e quindi alla complessità dei cittadini, di vivere meglio del giorno precedente. In un certo senso, dimostra di esserselo «guadagnato» questo diritto. Infine, è indubbio che una giornata di lavoro sia stancante per tutti, che trovare il primo impiego è un’impresa di rara difficoltà, che a volte si dovrà subire il licenziamento perché l’impresa per cui si lavora non regge la concorrenza cinese. E si palesa quindi anche la dimensione dei «sacrifici» che il lavoro porta con sé.

La Consulta indubbiamente rivela un vasto significato del diritto al lvoro, evidenziando l’importanza del contesto anche per quanto riguarda le nostre invettive. Insomma, parrebbe proprio che Elsa Fornero abbia colto nel segno e che noi ci siamo scannati per nulla. Che invece di entrare in violenta polemica con il ministro ogni volta che proferisce verbo, dovremmo silenziosamente e religiosamente imparare da lei, che in un’unica frase ha condensato tanti insegnamenti sul valore del lavoro. Ecco, parrebbe. Perché in realtà, c’è un ultimo contesto entro cui questa affermazione va valutata.

Il contesto, parte terza (e ultima). Abbiamo chiarito che i giornalisti hanno tradotto le parole del ministro un po’ alla buona, e ammettiamolo: la cosa non ci ha oltremodo sorpreso. Abbiamo chiarito anche che, una volta analizzata parola per parola l’affermazione sotto accusa, confrontatala con alcune sentenze della Corte Costituzionale e soppesatala con un po’ di buon senso, parrebbe un’affermazione persino condivisibile (e di certo alcuni [6] non hanno nascosto il loro entusiasmo per la «rivoluzione culturale» operata dal ministro: e poi dici che il Paese è allo sfascio). Cosa manca, quindi, per comprendere appieno le parole del ministro? Manca il contesto entro cui queste parole sono state pronunciate: non solo un’intervista ad un giornale organico al centro finanziario più grande del mondo (NYSE Euronext, con sede a Wall Street), che ha – fosse anche per pura questione geografica – poco interesse per le condizioni delle classi lavoratrici italiane; ma una riforma del mercato del lavoro che secondo lo stesso ministro, come riportato nell’intervista al WSJ, «influenza  la società italiana ai suoi livelli più profondi», un cambiamento radicale rispetto agli ultimi vent’anni.

Fuori contesto, la frase del ministro Fornero è forse anche attraente, sembra finalmente quello strappo culturale che stiamo aspettando da anni, decenni. Ma se, per l’ennesima volta, andiamo a vedere cosa la Corte Costituzionale ancora ci può dire circa il diritto al lavoro, scopriamo che «dal complessivo contesto del primo comma dell’art. 4 della Costituzione (…) si ricava che il diritto al lavoro, riconosciuto ad ogni cittadino, é da considerare quale fondamentale diritto di libertà della persona umana, che si estrinseca nella scelta e nel modo di esercizio dell’attività lavorativa» (Cost. 9 giugno 1965, sentenza n. 45). Ancora, l’art. 1 della Costituzione recita «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Ma questa riforma del lavoro, lungi dal rafforzare il Lavoro in quanto «fondamentale diritto di libertà della persona umana», ne degrada al contrario l’essenza.

Le modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, la modifica degli ammortizzatori sociali con il mancato riordino degli stessi, il fallito tentativo di tutelare i lavoratori assunti con contratto temporaneo (i cd. «precari»), e non ultima l’errata concezione che maggiore flessibilità determini maggiore occupazione, fanno di questa riforma un vero e proprio attacco al Lavoro e al lavoratore indebolendoli nei confronti di chi l’impiega, come si può riscontrare nell’opinione di Tito Boeri ed Emiliano Brancaccio [7], economisti di opposta scuola di pensiero, concordi però nel giudizio negativo sulla riforma (e per gli stessi motivi…incredibile!). Contrariamente quindi a quanto propagandato dal «governo dei tecnici» che si presupponeva infallibile e sacerdote officiante di un Bene Superiore, contrariamente alla Consulta che ricorda come il riconoscimento del diritto al lavoro sia «un’affermazione sul piano costituzionale della importanza sociale del lavoro» (Cost. 26 gennaio 1957, n. 3), questa riforma fa del lavoro un fattore di produzione alla stregua di un macchinario qualsiasi. Non più un diritto su cui fondare la libertà dei cittadini, ma un entità unicamente fisica, impiegabile ad uso e consumo delle esigenze dell’imprenditore, proprietario e amministratore del capitale dell’azienda, nel novero del quale dobbiamo ad oggi comprendere anche il «bene lavoro».

Troppa retorica? Volenti o nolenti la Costituzione è il fondamento dell’Italia repubblicana: può essere fatta male (e la possiamo cambiare), può essere in generale obsoleta (e possiamo adattarla ai tempi moderni). Ma resta il fulcro attorno al quale sono organizzati i rapporti giuridici della comunità che è lo Stato, e poiché questo è il contesto politico entro cui si realizza il lavoro come fattispecie definita e tutelata dalla Costituzione, su questo ci dobbiamo basare per un giudizio delle affermazioni del ministro. Giudizio che non può che essere negativo, negando non solo i fondamenti costituzionali del Lavoro, ma la libertà e la dignità del cittadino che dal Lavoro consegue. E se allora le parole di Fornero, giustamente, ci lasciano basiti, ricordiamo che non sono solo parole al vento, ma sono parole figlie di un contesto più ampio, dove il Lavoro «non è qualcosa che si ottiene di diritto, ma che si conquista, qualcosa per cui si combatte».

Sebastiano Putoto

Note

[1] http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304898704577478111174204768.html

[2] «This reform is a wager on behavior changing in many ways. My big fear is we don’t overcome this challenge. Everyone, not just workers, have to understand and change. That includes youth, who need to know a job isn’t something you obtain by right but something you conquer, struggle for and for which you may even have to make sacrifices». http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304458604577490980297922276.html

[3] Polemica che il nostro Lanzidei ha ottimamente riassunto e commentato: http://www.mirorenzaglia.org/2012/06/elsa-fornero-il-lavoro-non-e-un-diritto-perfetto-fine-della-della-costituzione-italiana/

[4] Art. 1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Art. 4: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».

[5] La Consulta ammette altresì, nella medesima sentenza, che «da siffatta interpretazione deriva che l’art. 4 della Costituzione, come non garantisce a ciascun cittadino il diritto al conseguimento di un’occupazione (il che é reso evidente dal ricordato indirizzo politico imposto allo Stato, giustificato dall’esistenza di una situazione economica insufficiente al lavoro per tutti, e perciò da modificare), così non garantisce il diritto alla conservazione del [posto di] lavoro, che nel primo dovrebbe trovare il suo logico e necessario presupposto».

[6] http://www.linkiesta.it/fornero-lavoro-non-%C3%A8-un-diritto

[7] http://www.emilianobrancaccio.it/2012/03/21/boeri-e-brancaccio-sullarticolo-18/

 

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