Antonio Rapisarda. 60 anni di un Secolo d’Italia

Dal punto di vista del lettore di quotidiani il giornale mattutino è un rituale che si accompagna, spesso solo idealmente, al cappuccino e al cornetto. La lettura dei titoli, oggi anticipata dalle numerose rassegne stampe televisive, e il successivo approfondimento devono essere consumati in fretta, fumanti, col profumo della stampa che ancora non si è vaporizzato, dopo aver comprato il giornale dal proprio edicolante di riferimento, magari per scambiare a caldo qualche commento.

Come il cappuccino e cornetto appunto, che hanno bisogno, per trasformarsi nel prezioso viatico mattutino che sono, di freschezza, di fragranza, di profumo, di complicità con il barista.

Tutti i lettori sanno che il giornale sfogliato il pomeriggio o la sera può informare ma non restituisce mai la magia della notizia del primo mattino.

Tutti i lettori sanno che il quotidiano è tale proprio per questa sua instabile presenza giornaliera e per la sua caducità, come le notizie in esso contenute che a mezzodì sono già vecchie o dimenticate.

Il quotidiano è una scheggia inserita in un flusso temporale che è al tempo stesso croce  e delizia.

Croce perché non si astrae mai da questo scorrere del tempo in cui è immerso e brucia se stesso in una sospensione difficilmente raccordabile alla successiva.

Delizia perché le notizie di oggi sono presto sommerse dalle notizie di domani che ne prendono il posto e ciò che un giornale ha detto sarà presto dimenticato, non sarà fissato mai in modo definitivo.

È per questo che un giornale è contemporaneità e non Storia.

Ed è per questo che quando ho avuto per le mani il testo curato da Antonio Rapisarda, 60 anni di un Secolo d’Italia, libro scritto per il sessantesimo compleanno del Secolo d’Italia mi sono incuriosito assai.

Volevo verificare quanto una testata giornalistica, vista storicamente nel suo percorso complessivo, riuscisse a uscire dal demoniaco circuito circolare della quotidianità e avesse la possibilità di diventare narrazione e dunque Storia.

Per poter far questo mi sono dovuto addentrare in quel labirinto intricato che è l’insieme di 60 anni di notizie giornaliere con un filo di Arianna utile a non perdersi costituito da questo volume.

Antonio Rapisarda, che del Secolo è giornalista, ha costruito questo libro dividendolo in due parti tra loro comunicanti ma distinte.

Nella prima è lui stesso che ricostruisce tutta la storia di questi sessant’anni, descrivendo, in piccoli e agili capitoletti, le tappe più significative che hanno caratterizzato la Storia e le vicende del Secolo. La successione degli eventi, è mescolata al ricordo dei più importanti direttori della testata e dei suoi più prestigiosi collaboratori.

Nella seconda sono stati inseriti contributi diversi: giornalisti che sono transitati per il Secolo, personalità politiche, uomini di cultura, che con aneddoti, ricordi personali, articoli ripercorrono tutti quegli anni. Il tutto impreziosito dalla riproduzione delle più evocative prime pagine del giornale. A sinistra la riproduzione della prima pagina, a destra il contributo scritto che ne spiega il contesto e gli umori al contorno. Cosa che permette, a libro squadernato, di leggere e vedere, in una sorta di fusione tra visione sincronica e lettura diacronica.

Passano così in rassegna tutta una serie di fatti, noti e meno noti. I lettori del giornale non avranno difficoltà a ricordarsi anche di quelli che appaiono come delle beghe interne al partito. Gli altri avranno la possibilità di soffermarsi, almeno per un poco, su degli episodi poco conosciuti che però offrono la possibilità di percepire, anche se a volo d’uccello, quale temperie, quale umore, quale umanità si celasse dietro e dentro a quel giornale.

Dagli anni dell’esordio, costituito solo da quattro fogli e totalmente in bianco e nero, ai giorni d’oggi, dove il giornale si è moltiplicato nelle pagine, si è colorato ed è sbarcato sul web, i lettori ritroveranno il ricordo della collaborazione di Julius Evola, l’invettiva “Ezra Pound ai falsificatori” autografo del grande poeta al suo arrivo in Italia, dopo la scarcerazione dal manicomio criminale in cui era stato rinchiuso per anni, l’impegno dei tanti valenti direttori, tra cui personalmente mi fa piacere ricordare soprattutto Giano Accame, intellettuale purissimo, animo libero, uomo curioso e apertissimo, pronto alla collaborazione.

E ancora i fatti del 68 e Valle Giulia, la presa del potere dei colonnelli in Grecia del 67, gli anni 70 e l’isolamento di quegli anni, la scoperta di Bettino Craxi e del suo decisionismo, gli anni dello sdoganamento e quelli delle svolte, fino ai giorni d’oggi con gli ultimi dissidi per la supremazia proprio all’interno del Secolo con l’estromissione del Direttore Perina che l’aveva rilanciato e trasformato in una testata curiosa e intelligente, pronta e aperta al dialogo e l’avvento di una nuova linea editoriale più piatta e reverente seppur ancora con sacche di qualità.

Da tutto questo ne esce un quadro collettivo che descrive l’entusiasmo che venò e che vena ancora l’esperienza del Secolo che in anni calamitosi, come i settanta, seppe farsi “fortino” per evitare a un’intera generazione di farsi spazzare via.

Entusiasmo che partiva da lontano con tutta una serie di direttori, giornalisti, collaboratori vari spinti più da una passione che da una reale volontà di guadagno, certi che la parola che volevano esprimere non doveva farsi soffocare e che il ricordo delle fiere radici da cui il giornale era sorto non potevano essere deluse.

Dalla lettura corale degli interventi e delle prime pagine dei giornali affiora però qua e là ciò che la quotidianità aveva sepolto e che la Storia invece fissa in modo visibile.

Ci sono prese di posizione che non possono essere condivise nemmeno con la litania auto assolutoria del “quelli erano i tempi”.

Considerare ad esempio “estremo rimedio” la presa del potere da parte dei militari in Grecia, per evitare che la teppa rossa s’impadronisse delle piazze, sventolando lo spauracchio del comunismo, mi sembra di poter affermare sia inaccettabile allora come ora.

È questo lo svantaggio di ricostruire in Storia la vita di un giornale. Come dice il poeta “ La Storia dà torto e dà ragione” e qui il Secolo aveva torto. Come aveva torto quando con ambiguità, che l’autore classifica invece come capacità dialogante tra diverse posizioni, commentò, schierandosi contro, i fatti di Valle Giulia, per poi cercare di placare la rabbia dei propri giovani con un articolo a favore della rivolta studentesca, a compensazione.

Il rischio ma anche la bellezza di voler storicizzare, in un libro, un percorso temporale di un quotidiano è proprio questo: mettere a nudo i torti, le posizioni errate, i commenti inaccettabili, accanto ovviamente alle ragioni.

Lasciare il quotidiano nel cono d’ombra del tritacarne temporale ha invece un grande vantaggio. Tutto viene digerito in un solo giorno e domani nessuno si ricorderà più da quale pezzo di carne è venuta fuori quella polpetta.

Ma mettersi a nudo per far capire io reputo che sia un gesto di coraggio e di onestà intellettuale fuori dal comune. Esporsi, senza rete, offrendosi al giudizio dei contemporanei è meritevole e bilancia quella lieve enfasi retorica che ogni tanto, nei contributi della seconda parte, affiora e che ha un sapore un po’ dolciastro dal retrogusto mieloso che tutte le celebrazioni hanno.

Un libro da conservare, per non dimenticare mai che, comunque la si pensi, la vita di un giornale con tutto il suo portato storico, ideale, umano è un bene comune che va preservato costi quel che costi.

Perché quando tacciono le parole inesorabilmente si mettono a parlare, col loro cupo rombo, i cannoni.

Mario Grossi

INTERVISTA ALL’AUTORE
a cura di Mario Grossi 

Al di là della “palestra intellettuale” per molte generazioni di destra, definizione che non mi piace molto, potresti darmi, con uno slogan, una definizione del Secolo e del suo percorso temporale?

Il Secolo è e rimane la testimonianza viva dell’unicità della destra italiana. Unica nel contraddirsi, certo. Ma anche nella capacità di essere sintesi. E per questo sempre moderna.

Tra i tanti Direttori che si sono succeduti chi è stato il più significativo? E perche?

Tutti i direttori hanno avuto capacità specifiche. Da Giorgio Almirante, che da giornalista intuiva come la professione potesse essere una tappa della paideia a Nino Tripodi, che investì, da intellettuale raffinato, tutto se stesso volendo un giornale pedagogico. Penso poi al maestro autorevole che fu Alberto Giovannini o a Giano Accame, esempio di coerenza e di capacità di connessione. Ma anche Gennaro Malgieri, così appassionato alla battaglia culturale, o Flavia Perina, così attenta alle tematiche della post-ideologia. E oggi Marcello de Angelis, che sta riannodando con efficacia uno ad uno i fili di questa storia e che ha posto le basi affinché questa storia continui.

Ricordando Giano Accame scrivi: ”Venne chiamato nuovamente a dirigere il Secolo un intellettuale indipendente non legato al partito….” e lo descrivi come un personaggio del “dialogo” e della curiosità. Non pensi che anche oggi sarebbe benefico, in termini di dialogo e di curiosità, pensare a un direttore indipendente?

L’indipendenza non te la dà di certo l’autodefinizione di indipendente. La precondizione del dialogo è la condivisione. Dalle parti del Secolo questa, al netto delle difficoltà, non è mai mancata. Non si può dire la stessa di cosa di altri “lidi”.

Nei primi anni della sua esperienza, nel Secolo ci scriveva Evola ed Ezra Pound lo utilizzò per il suo chiarimento “Ezra Pound ai falsificatori”. Oggi ci leggo interventi di Vittorio Sgarbi. Non ci sono più “gli uomini di una volta”? “Gli uomini di una volta” non vanno più bene al Secolo? O sono questi, oggi, “gli uomini di una volta”?

Oggi, non so che cosa ne pensi tu, non vedo tanti Ezra Pound in circolazione. Non avremmo avuto un governo tecnico, antiumanistico, sostenuto dal cosiddetto mondo della cultura. Il problema non è che non li leggi solo sul Secolo. Il vero guaio è che non li leggi da nessuna parte.

Il Secolo mi sembra come l’Atalanta. Ha un vivaio di giovani promettenti che poi se ne vanno. Molti giornalisti che sono poi diventati grandi firme, dopo aver esordito sul Secolo, se ne sono distaccati per trovar fortuna altrove. L’hanno fatto perché hanno cambiato modo di pensare, perché al Secolo non si diventa grandi firme o perché è più facile affermarsi, facendo l’occhiolino ai lettori da testate più trendy e a maggior tiratura?

Vivaddio che se sono andati dal Secolo. Significa che questo giornale rappresenta quella cinghia di trasmissione che un maestro come Antonio Gramsci teorizzava come passaggio della battaglia per l’egemonia. Questo giornale ha senso se rappresenta questo: uno stadio della vita professionale. Il resto, come diceva D’Annunzio, è andare verso la vita.

Io mi sono rimesso a comprare il Secolo sotto la Direzione di Flavia Perina, soprattutto la Domenica. Lo trovavo pieno di cose interessanti da leggere. Oggi ho provato a rileggerlo e mi sembra che abbia perso di smalto, anche se ci sono alcune penne che mi piacciono molto. Concordi sul fatto che il giornale si sia fatto un po’ più allineato e per questo un po’ meno frizzante?

Permettimi di non essere d’accordo. Rispetto e registro, chiaramente, la tua sensazione. Penso però che sia stata una certa informazione mainstream a forzare la mano, in un determinato e preciso momento che corrisponde alla crisi tra Fini e Berlusconi, su certe tematiche che sul Secolo, come hai visto nel libro, sono state sempre affrontate. Poi, è chiaro, ogni direzione ha le sue sensibilità.

Giochiamo al gioco della destra e della sinistra. Io sono un lettore di destra, mi dai un buon motivo per leggere il Secolo?  Io sono un lettore di sinistra, mi dai un buon motivo per leggere il Secolo?

Concludo il mio contributo nel libro invitando proprio a superare le categorie (di cui Gaber ci ha mostrato i caratteri paranoici) di destra e sinistra quando si affronta la storia del Secolo. Con queste non si capirebbe, ad esempio, una figura eccezionale come quella di Beppe Niccolai. Per cui a un lettore di destra, se vuole capire la sinistra, direi di leggere Niccolai. A uno di sinistra, se vuole capire la destra, la stessa cosa.

Parliamo di Valle Giulia. Il Secolo condannò l’episodio ma permise anche la pubblicazione di un pezzo a difesa delle proteste. Questo atteggiamento tu la indichi come capacità del giornale di ospitare, nel pieno rispetto del dialogo, posizioni diverse. A me invece sembra una riproposizione in chiave giornalistica del vecchio schema del doppio petto. Non ti sembra, a distanza di tanti anni, un po’ ipocrita un giornalismo fatto così?

Non ho parlato di pieno rispetto delle posizioni. Ho solo registrato come, in qualche modo, convivessero nello stesso giornale – come nel Msi – posizioni diverse sull’argomento. Certo, posizioni laceranti, a volte apertamente inconciliabili. E comunque è chiaro come la posizione ufficiale del partito sia stata quella del titolo cubitale sul Secolo: stare contro la contestazione. Ho solo fatto presente come questa linea non fosse condivisa da tutti. Prima di tutto da moltissimi giovani del Msi, che lo dicevano apertamente. Ho solo riportato una “notizia” che spesso e volentieri viene omessa – a destra come a sinistra – quando si affronta quell’argomento.

A proposito di Via Milano scrivi che fu: “Il fortino dentro il quale si formerà una generazione particolare di giornalisti e di dirigenti politici”. Una sorta di università per tutti. Ricordi la dura presa di posizione di PiGi Battista a tal proposito e la replica piccata di Gasparri. Pur ricordando i tempi calamitosi, non fu troppo asfittica quell’aria? 

Probabilmente – e vista oggi – in parte sì. Ma che quella fosse una comunità assediata è una verità storica. E poi non mi risulta che da parte di giornalisti della grandi testate – esclusa qualche eccezione come Giampiero Mughini – ci fosse ai tempi tutta questa liberalità nei confronti della destra italiana che veniva discriminata nelle strade, nelle redazioni, nelle università. La reazione, in parte, è comprensibile. Ovviamente calata in quel contesto.

Nell’ultimo intervento di De Angelis si dice che il giornale proviene tuttora “dalla stessa sorgente”. L’impressione che si ha leggendo il libro non sembra confortare questa opinione. Tu che ne pensi?

Le biografie dicono questo. Gli approdi, certo, possono essere molteplici. Sono cose che capitano ai vivi.

Come hai vissuto l’esperienza di scrivere e curare questo libro, tu che hai condiviso in prima persona, solo una piccola parte di questa storia?

Come un grande onere e onore. Non credo, ovviamente, di aver raccontato tutto e tutti. Ma ho cercato di raccontare per lo meno come i “fatti” sono stati affrontati del Secolo. E ho avuto la conferma di un giornale sempre connesso con la realtà. Nonostante la realtà non sia stata sempre connessa con il Secolo.

Per il centesimo compleanno del Secolo che cosa diresti oggi, fantasticando sul suo cammino dei prossimi quarant’anni?

R. Ce ne saranno di cose da raccontare…

 

 

 

 

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