Zeman II: il ritorno la vendetta e… vi ricordate di Liedholm?

Torna, Zeman, torna. Dopo 13 anni il tecnico che quest’anno ha riportato il Pescara in serie A, torna a sedersi sulla panchina dell’A.S. Roma. Dovette lasciarla, 13 anni fa, appunto, per questioni “politiche”. Dopo la sua accusa ad un calcio malato di “finanziarie e farmacie” (con evidente riferimento al doping che le società praticavano nei bilanci e sulla pelle degli atleti) l’A.S. Roma, subì una serie tali di “strane” decisioni arbitrali da costargli, con un calcolo approssimativo per difetto, una ventina di punti in classifica. L’allora presidente Sensi (padre) con una decisione presa a malincuore, molto a malincuore, fu costretto a mollarlo e ad assumere un allenatore benvisto dall’establishment calcistico: Fabio Capello. Per quanto dolorosa, la scelta non si rivelò sbagliata: con il mascellone friulano l’A.S. Roma conquistò il suo terzo e fin qui ultimo scudetto.

Torna Zeman, dunque. Montella o non Montella, Vilas Boas o non Vilas Boas, Guardiola o non Guardiola, lo sfogliamargherita alla fine si è fermato sul nome giusto: forse l’unico che poteva ridestare entusiasmo nella falange avvilita del pubblico giallorosso dopo la debacle clamorosa e tristemente fragorosa di Luis Enrique. Ed è stata una scelta del popolo. Un atto di autentica democrazia diretta. Per settimane le radio della Capitale e i social network hanno fatto sentire la loro voce: “Aridatece Zeman”.

Pochi altri allenatori (sicuramente non Capello) hanno lasciato  un segno così profondo nell’animo dei tifosi romanisti. A memoria, me ne viene in mente solo uno: Nils Liedholm. Ma lo svedese aveva comunque vinto uno scudetto e sfiorato una Coppa dei Campioni. Zeman, invece, ha conquistato tutti con il suo gioco, a prescindere dai risultati. E per una tifoseria capace di issare uno slogan come quello che ha esposto in Curva Sud quest’anno: “Mai schiavi del risultato”, è un segno di inequivocabile coerenza sentimentale.

Sul piano strettamente tattico, in comune con lo svedese, il boemo ha lo stesso pregio: quello di esaltare con il gioco delle loro squadre l’immaginario del popolo. Due giochi tattici molto simili, i loro, sui fondamentali: zona, 4-3-3 fisso, sovrapposizioni sulle fasce dei terzini. Diversa, invece, è la loro concezione nella gestione palla: possesso insistito anche per vie orizzontali quello di Liedholm, solo (o soprattutto) verticale quello di Zeman. Identica la mentalità: quella offensiva. Tanto che il Barone arrivò a schierare un centrocampista di regia, pure abbastanza lento come Di Bartolomei in difesa e il boemo a considerare quasi un traditore chi si riduce a passare indietro la palla anziché tentare il passaggio in avanti.

Le maggiori somiglianze, sorprendentemente si trovano nella loro indole caratteriale: sostanzialmente taciturni e flemmatici nella gestualità fisica, addirittura impassibili di fronte alla vittoria e alla sconfitta, erano (e sono nel caso di Zeman, Liedholm essendo passato a miglior vita) dotati di una velocità di pensiero che rende ancora oggi i loro detti memorabili, sapevano (e il boemo ancora lo sa) rompere l’insopportabile vaniloquio degli operatori calcistici con sferzanti battute rimaste celebri.  Tanto che sarebbe stato divertente metterli a confronto in una intervista incrociata dove, probabilmente, avremmo assistito ad un siparietto del genere: «Gli schemi sono belli in allenamento: senza avversari riescono tutti».
 «Il mio calcio è prevedibile? Una stupidaggine: che cosa ne sanno i miei colleghi degli schemi di Zeman?». «La partita perfetta è quella che finisce 0-0».
«Tutte le partite partono dallo 0-0, sta alla squadra migliore cambiare il risultato».

Anche Liedholm come Zeman era un allenatore di ritorno. Aveva, lo svedese, già seduto sulla panchina giallorossa negli anni Settanta, Gaetano Anzalone  presidente. Anche lui, in quella prima avventura non aveva ottenuto grandi successi, ma aveva lasciato un segno. Segno che venne colto al cambio di proprietà da Dino Viola che lo rivolle a Roma nella sua gestione. E fu scudetto. Non è detto che la storia si ripeta sempre allo stesso modo, ma non si sa mai… E, comunque, nel dubbio: Zeman tutta la vita…

miro renzaglia

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