(di Andrea Colombo) – Tra tutti i fattacci della Repubblica, nessuno ne illustra gli irredenti vizi più di quella che coinvolge l’attuale primo cittadino, Giorgio Napolitano, e l’ex secondo cittadino, Nicola Mancino. Conviene chiarire in anticipo che il garantismo con la faccenda c’entra poco e che persino l’eterno conflitto tra politici e togati stavolta non c’azzecca. Qui si tratta dell’ancora più eterna abitudine italiana a usare pesi e misure, anche etiche, diverse a seconda del tasso di potere e “rispettabilità” dei soggetti in questione.
Si parla di una di quelle vicende che ogni anno presidenti e vicepresidenti di turno commemorano chiedendo che sia fatta infine piena luce: la strage in cui furono annientati Paolo Borsellino e la sua scorta. Piena luce, s’intende, purché sotto i fari ci siano soltanto picciotti padrini e capi mandamento. Un giardino più su ed è già molto meglio che si spengano le luci e tacciano le voci.
Capita invece che di voci ce ne siano due, anzi tre diverse. Sull’ultima stagione di Paolo Borsellino i ricordi dell’ex ministro Mancino non coincidono con quelli degli allora colleghi Scotti e Martelli. Particolari? Mica tanto. Se ha ragione l’ex presidente del Senato diventa improbabile che il magistrato siciliano avesse capito troppo della trattativa in corso con don Totò e che questo gli sia costato la pelle. Se invece ci pigliano gli altri due l’eventualità diventa quasi una certezza.
Un confronto diretto sembrerebbe dunque utile, anzi necessario. A Mancino però l’idea non piace per niente, e già questo non va bene perché i desiderata dei singoli dovrebbero in casi questo caso contare zero. Ma siccome Nicolone non è uno qualsiasi si rivolge al Quirinale e qui invece che cortesi richiami al senso delle istituzioni trova orecchie attente.
Il Quirinale muove mari e monti, scrive lettere al procuratore generale della Cassazione e al procuratore nazionale antimafia. Fa tutto quello che in un Paese democratico non bisognerebbe fare, ma siccome la cortigianeria è più italiana della pizza e dei mandolini gli interpellati invece di imbufalirsi fanno i compiacenti. Il Pg della Cassazione, pezzo da novanta della giustizia italiana, non manca di segnalare all’ex notabile democristiano, ex ministro degli Interni, ex presidente del Senato, ex vicepresidente del Csm che lui “è a disposizione”.
Nel verminaio generale la cosa peggiore, però, è l’aplomb compassatissimo con il quale, a parte il Fatto che ha tirato fuori la faccenda, giornali e giornalisti solitamente schiamazzanti trattano la vicenda. Non un editoriale. Non uno Scalfari a concederci l’ennesima sparata moralista. Nessuna lista di domande rivolte a uno dei tanti presidenti ed ex presidenti che in questa storiaccia si sono “messi a disposizione”. Sarà l’inatteso trionfo della civiltà giuridico-giornalistica o più semplicemente un’apoteosi dell’italianissima ipocrisia?
Andrea Colombo
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Non solo barbapapà Scalfari non ha prodotto questa volta il suo pistolotto moralista ,ma si è addirittura invece prodotto in uno sbrodolamento indegno da avvocato difensore del Quirinale,sostenendo (!) che chi vede scandalo nel comportamento di Napolitano è un destabilizzatore con la mira di far cadere Monti.Pazzesco.Questo è Scalfari,se qualcuno ancora non l’ha capito,e questo è il suo senso dell’etica politica,il suo amore di giustizia uguale per tutti,il suo desiderio che venga fatta vera luce su alcuni degli accadimenti più oscuri e determinanti del passaggio tra prima e seconda Repubblica.