Ricordare Cecchin, Almirante, Gallitto, Duelli? La sinistra dice no…

Alle dure, talvolta eccessive prese di posizione della sinistra e di alcuni suoi ambienti siamo ormai abituati, in particolare quando argomento della diatriba è il passato prossimo del Paese.

Anni di Piombo e Guerra civile sono gli ostacoli insuperabili di una nazione che non ha maturato un senso di responsabilità e condivisione: anziché affrontare con criterio e onestà intellettuale pagine dure e buie della storia patria,  preferisce rinchiudersi tra le quattro mura della retorica e delle verità di facciata

Poco male, verrebbe da dire. Poco male se la ricerca storiografica e i tentativi di restituire alla luce fatti, eventi, protagonisti del XX secolo non scaturisse immediate e dure critiche, che sfociano irrimediabilmente nell’ostruzionismo e nella chiusura a ‘riccio’.

Dopo le irruzioni nelle librerie nelle quali erano presentati i volumi di Giampaolo Pansa si credeva d’averle viste tutte. In realtà si era solo al principio. La lezione degli Anni Settanta sulla pericolosità dello scontro ideologico non è stata imparata e, anche nel fatidico 2012, pronunciare nomi come Acca Larentia, Cecchin , Almirante e Decima Mas ripropone polemiche noiose e stantie che, dalle colonne dei giornali, arrivano sin nei banchi dei consigli comunali e in Parlamento.

E’ il caso di Roma, cuore storico, culturale e soprattutto ‘militante’ dell’Italia. In trenta giorni tre grandi polemiche hanno infiammato lo scontro istituzionale tra Campidoglio e opposizione: la via da intitolare a Giorgio Almirante, la cerimonia del 16 Giugno in piazza Vescovio in ricordo di Francesco Cecchin, infine il premio “Duelli – Gallitto”, curato dalle associazioni X MAS e Campo della Memoria.

Il premio della discordia

Ex marò del battaglione NP (Nuotatori paracadutisti, lo stesso del regista Piero Vivarelli, ndr), Bartolo Gallitto è stato uno degli uomini di punta del MSI, di AN; consigliere d’amministrazione di INAIL e INPS, presidente dell’ENAS nel 2008 è saggio garante del Popolo della Libertà.

Raffaella Duelli, deceduta nel 2009, in contemporanea con Gallitto, è un’ausiliaria del Battaglione Barbarigo, prima unità della Decima Mas a combattere contro gli anglo americani. Intervistata da Luciano Garibaldi, autore de Le soldatesse di Mussolini, con un commilitone del Btg Lupo ha per anni ricercato nomi e notizie dei marò caduti ad Anzio. Nel dopoguerra e fino alla morte, tre anni fa, è dedita al volontariato. Frequenta la facoltà di psicologia, poi lavora come assistente sociale ad Ostia e nella Città dei Ragazzi di Roma.

Un uomo e una donna particolari Gallitto e Duelli. Nell’Italia delle vendette, dei tradimenti e dei volta faccia, delle carriere facili scaturite da una tessera di partito e dal rinnegare un passato e un’esperienza di vita, il politico e la volontaria hanno costruito il proprio futuro senza abbandonare coerenza ideale e personale.

A chi si chiede perché il motivo di un premio, la risposta arriva veloce, semplice, secca: la passione per il Paese e per il sociale, l’impegno politico ed istituzionale, il coraggio delle scelte. In una Società dove merito, sacrificio, dedizione sono sovente sostituiti dalle raccomandazioni, è lecito premiare chi continua a lavorare e a sudare in continuità con Bartolo e Raffaella.


Una piazza infuocata

“E Francesco che è volato sull’asfalto di un cortile/con le chiavi strette in mano strano modo per morire” cantava Mancinelli in Generazione 78, una tra le più belle canzoni della musica alternativa.

Francesco Cecchin è una vittima senza giustizia degli Anni di Piombo. Una delle tante purtroppo. Piazza Vescovio si è popolata anche quest’anno di militanti vecchi e giovani, coetanei del caduto e nuove leve cresciute nel ricordo e nella memoria dei ‘cuori neri’. “Nazisti” li hanno chiamati gli ex partigiani. E poi c’è quel monumento, pomo della discordia. Un monumento per Francesco: se la legge non ha condannato i suoi assassini, erigere anche una pietra a suo ricordo aiuterà i cittadini della capitale a non dimenticare la follia dell’omicidio politico e la vergogna di una giustizia mai arrivata.
Perché l’ANPI non è d’accordo? Semplice, perché Francesco era nel Fronte della Gioventù, un missino, un fascista. Vecchia storia: perché non un monumento per tutti i giovani ammazzati?  chiede l’anziano partigiano alla guida dell’associazione. Perché se la ricerca della verità dovesse essere espressa in termini numerici, non siamo sicuri che tutti abbiano ricevuto il medesimo trattamento.

La via per il Segretario

A prescindere da considerazioni di carattere politico, straegico o personale è indubbio che Giorgio Almirante sia stato uno dei più significativi protagonisti della Destra italiana.  Ex capo di gabinetto del governo della RSI, dirigente poi segretario del MSI, il nome di Almirante è legato ai destini e alle speranze di un elettorato e di una base militante che faticosamente si è aperta la strada verso la partecipazione alla istituzionale in un paese in cui il monopolio culturale di sinistra è stato sempre molto forte.

Odiato, detestato ma anche amato e rispettato da nemici del calibro di Nilde Iotti ed Enrico Berlinguer, Giorgio Almirante potrebbe oggi dare il proprio nome ad una via della Capitale. A Viterbo esiste già da anni una circonvallazione a lui intitolata. Nella Città Eterna il valore sarebbe, fuor di dubbio, diverso. Se Iotti, Pajetta e Berlinguer avevano potuto apprezzare le doti del segretario missino, oggi Anpi e centro sinistra contestano l’idea di ritrovarselo nella toponomastica citatdina. “E’ quello delle leggi razziali” tuona qualcuno, al quale si potrebbe tranquillamente obiettare che buona parte del gotha della sinistra italiana ha provenienza fascista, da chi militò nel GUF (il raggruppamento universitario del regime) a chi aderì a reparti della Repubblica sociale dove si entrava più per determinazione ideologica, che non per coercizione.

Finora abbiamo parlato di slancio, militanza, determinazione, coerenza: tutti valori condivisibili. E allora perché osteggiare atti o iniziative volti a celebrarli? E’ possibile che la discriminazione politica sia ancora così dura e impenetrabile? Come è possibile parlare di democrazia e di rispetto per la vita se anche un monumento ad un diciassettenne appare come una provocazione, un gesto contrario “alle fondamenta democratiche della Repubblica”? E’ forse ora che gli italiani facciano una volta per tutte i conti con il loro passato e con questa identità antifascista che, più che rappresentare la maggioranza della popolazione, si limita ormai ad essere cavallo di battaglia di associazioni e gruppi incapaci di contestualizzare se stessi e le proprie idee, fomentando di conseguenza rancori e odi mai sopiti, ai danni delle nuove generazioni.

Marco Petrelli

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