Mario Balotelli ha vinto, finalmente…

C’è un ragazzo, in mezzo agli altri. Lo vedi subito, è lì sul campo. Alto, dinoccolato, pelle scura, con il talento esplosivo.  C’è un ragazzo, di nome Mario. Occhi svegli, sguardo torvo, muso imbronciato. Dicono che lui non esulti mai, dicono che ce l’abbia sempre col mondo. Quel mondo che non lesina mai un giudizio, una paternale saccente, un epiteto sulle sue origini e sulla sua pelle, un articolo che fruga fra le sue lenzuola o che indaga nel suo privato.

C’è un ragazzo che gioca a calcio, e lo fa benissimo, quando vuole lui. C’è un ragazzo che ha imparato troppo presto a non piegare la testa per necessità, a tal punto da diventare riluttante ad ogni tipo di regola. Mario l’Immaturo, Mario il provocatore, Mario il presuntuoso.  Il carattere è forgiato da delusioni cocenti, assaporate appena venuto al mondo. Il resto del composto è mescolato dalla sfrontatezza, dalla consapevolezza, dalla perenne voglia di ribellione.

Mi ricordo la prima volta che entrò in campo con la maglia dell’Inter, la mia maglia, la maglia di milioni di tifosi.  Si giocava a Cagliari, era il dicembre del 2007. Mario entrò al 90’ per sostituire Suazo. Da lì, rapida cavalcata: tre giorni dopo venne schierato titolare contro la Reggina, in Coppa Italia. Risultato? Quattro reti ad una e doppietta per Balotelli: «Bravo io? No, dài, soprattutto sul secondo, son stati un po’ polli loro», dichiarò nel dopogara. L’estate precedente si erano già levate voci sul talento di questo ragazzino proveniente dal Lumezzane e cresciuto nel vivaio interista: «Il Milan ha Pato? Noi abbiamo Balotelli», disse il presidente Moratti.

Certo, curiosa esistenza quella di Mario. Italianissimo, e nero come l’ebano. Quel dinoccolato incedere, in mezzo ai suoi coetanei italiani, ma diversi da lui, perché “non ci sono negri italiani”, come si dice in giro, dai campetti di periferia, al bar, al grande stadio di Serie A. Le origini ghanesi non si possono tradire, si possono però valutare con sentimento:

 Si è scritto di due persone costrette –scrive Mario in una lettera aperta del 5 novembre 2008 -, perché povere e senza lavoro, a “dare in adozione” il figlio. Falso, perché non sono mai stato dato in adozione (ora sì che aspetto di essere adottato da quelli che considero i miei VERI genitori) e soprattutto nessuno li ha mai costretti ad abbandonarmi in ospedale quando ero neonato e a sparire negli anni successivi all’affido. Affido da loro voluto e che, come ormai tutti sanno, è durato fino ad oggi. E che non è stato fatto semplicemente perché lo ha detto un’assistente sociale (altra stupidaggine che ho letto sui giornali) ma perché l’ha deciso il Tribunale dei Minori di Brescia, con decreto firmato anche dai miei genitori biologici (che ora sostengono di essere stati ingannati). Sono in affido dalla famiglia Balotelli da quando ho 2 anni e ogni due anni l’affido veniva rinnovato sempre con decreto del Tribunale. Qualcuno si è chiesto perché?

Queste righe estrapolate da una lettera ricca di pathos, stanno a tradurci un po’ quell’espressione che non conosce misure, come i comportamenti. Dallo sguardo corrucciato al sorriso spontaneo, dalle magie in campo alle “cazzate” al di fuori (e, a volte, anche al di dentro). Non conosce la normalità, Mario. O meglio, non la sa riconoscere come tale. Perché? Perché quando l’ha incontrata per la prima volta, quando è entrato a far parte della famiglia Balotelli, per lui quella non era normalità, ma straordinarietà.

Straordinaria come la sua storia, e come la sua fortuna nel trovare quel che molti di noi non hanno neanche il tempo di desiderare: una famiglia. Un padre, una madre, un avamposto sicuro su cui contare, quando la tempesta si fa violenta e da solo non ce la si fa.
Nessuna normalità, per Mario. Nessuna complicità col mondo, ma perenne sfida con esso, spesso accolta a modo suo: ed ecco le intemperanze, e l’idiosincrasia con chi vuole mettergli le briglie.

Perché se in campo nessuno gli sta dietro, al di fuori la partita è ben più tosta: i colpi di testa si pagano, e non si può rimediare con un gol, o con una giocata ad effetto. Ci vuole qualcuno che ti tenga per mano, e che ti aiuti a diventare responsabile, accettando quella normalità mai vissuta come tale.

Anche perché l’ostilità balotelliana è sempre una fiammella accesa, che si può imparare a convogliare, ma difficilmente a spegnere: «Oggi c’è l’ennesima conferma che il pubblico di Verona fa sempre più schifo», dichiarò dopo un Chievo-Inter in cui (come al solito) fu preso come bersaglio dalla tifoseria avversaria.

La normalità di Mario Baruwah Balotelli è settata su diversi parametri, come in occasione dell’attrito con la curva dell’Inter, che non gli perdonò un suo gesto (maglia buttata a terra) in risposta ai fischi durante Inter-Barcellona. Fischi che stridono sei volte di più  nelle orecchie di uno come Mario, costretto a lasciare l’Italia accompagnato da insulti, stavolta rincarati da quelli che prima lo difendevano, ed esacerbati dai giornali.

Ovvio che, una volta costruito il personaggio, te lo cuciono addosso e non te lo stacchi più. A nessuno importa che tu abbia poco più di vent’anni, a nessuno importa ciò che hai passato e ciò che hai vissuto: “se tutti i ragazzi adottati si comportassero così”, o “ma da che paese viene quel Balotelli? Perché naturalizzano gli stranieri? Proprio un viziato”, oppure ancora “Non ha testa, non diventerà mai un campione”.

E hai voglia a dire che non sei italiano, ma italianissimo. Hai voglia a dire che sei nato e vissuto in un paese che ti ha riconosciuto italiano soltanto dopo i diciotto anni, e che per accettarti come italiano ha dovuto aspettare una notte di gloria (viatico giusto per te, ma impossibile per i figli di migranti come te). Hai voglia a dire che sei nato e che vivi in un paese in cui il razzismo è un problema, specie se fai di tutto per sfidare a muso duro il mondo, e peggiori la situazione. Niente. Il vestito ormai ti si è appiccicato alla pelle, e il grande sarto del non-pensiero collettivo avanza inesorabile, senza concedere nulla, e senza interessarsi troppo della questione. Balotelli il Pazzo è stato confezionato, e non c’è niente che si possa fare.

Niente, o quasi. Perché poi in una notte di fine giugno, Mario piglia la nazionale italiana e la trascina in finale dell’Europeo sbancando i rivali di sempre, i fortissimi tedeschi. Due gol, e tutti a casa, a modo suo: mostrando i muscoli. E d’improvviso un paese ai suoi piedi, e Mario Balotelli diventa italiano per tutti. Dicono che non esulti mai, dicono che ce l’abbia sempre col mondo. Quel mondo che ora è ai suoi piedi: conoscendo Mario, non credo se ne faccia un granché. Perché in fondo, lui non ha voglia di inchini e riverenze. Lui ha voglia di sorridere, come tutti, e sentirsi accettato. Ora che ha un paese a sostenerlo, riuscirà a portarsi a casa la partita più importante della finale con la Spagna, quella del suo riscatto personale. Il tutto a modo suo, scaraventando palloni in porta e mostrando i muscoli. Quasi a voler dire: “Mario ha vinto. Finalmente”.

Nicola Mente

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