Ma quale Barbie? Ora anche le bambine preferiscono i videogame…

Notizia dell’ultima ora. Le bambine accantonano le barbie per giocare con i videogames. Bè, non proprio dell’ultima ora. Che le bambine dovessero giocare “solo” con le bambole e i bambini “solo” coi lego, e che le bambine lo dovessero fare unicamente per replicare la realtà di mamme e sorelle e i bambini, invece, per soddisfare l’intrinseco bisogno di costruire e demolire, è sempre stata una grossa forzatura sociale. Al livello della cameretta rosa per le bambine contrapposta a quella azzurra per i bambini. Invece la questione è, come sempre, un po’ più ampia e complessa. E si intreccia con l’impostazione che i genitori decidono di dare al gioco dei figli, con i regali preconfezionati per maschi e per femmine (qualcuno ricorda il pasqualone?), con la necessità (fin da piccoli) di intessere rapporti sociali con gli amici, e quindi di parlare lo stesso linguaggio.

Per esempio, soltanto pochi anni fa una bambina che non entrasse in possesso di giornaletti come “Cioè” non avrebbe avuto modo di instaurare una conversazione in classe con le amiche – io, per esempio, sarei stata esclusa da tutto il fenomeno “Spice Girls” che ha investito la mia generazione -. E non perché tutte le bambine amassero “Cioè”, ma solo perché tutte le mamme lo compravano, e di conseguenza le bambine che non volevano essere escluse lo chiedevano alle mamme per reazione.

In questo modo un’impostazione indotta dai genitori e dal gruppo finisce col diventare dato statistico. Un bambino che voglia giocare con le barbie è discriminato, al pari di una bambina che preferisca i pantaloni alle gonnelline. Perché? Perché le bimbe devono essere principesse, e i bambini devono distruggere e demolire, come la società impone. Certo, poi al sicuro nelle loro camerette i bambini – fortunatamente – fanno un po’ quello che passa loro per la testa. Possono decidere di fare accoppiare barbie con Batman gigante, o di tagliare la testa a barbie e inserirla in una costruzione lego.

Le bambole permettono non solo – come ricorda il pubblicitario Adrian Voce – di “rispondere all’esigenza infantile di mettere in scena il mondo dei grandi”. Ma anche di creare mondi immaginari e nuovi, di esplorare la propria sessualità e di far interagire (per paradosso) il maschile con il femminile. Giocando con le barbie ci si rende presto conto che le possibilità di interazione e di scambio sono infinite, e che i bambini sono molto più elastici dei grandi su questioni come il sesso, la famiglia, persino l’aborto. Per quel che mi riguarda, ricordo perfettamente il giorno in cui con un’amica decidemmo di far abortire una barbie che era rimasta troppo presto incinta di Ken, ed anche quello in cui (giocando con un amico), sia barbie che Batman gigante finirono annegati dalla pompa sul balcone dentro la carrozzina di BabyMia. Purtroppo però nelle statistiche ufficiali queste commistioni fra giochi e sessi difficilmente vengono contemplate.

Però un dato è davvero interessante, ed è quello dei videogiochi elettronici. Un dato che è andato formandosi proprio con la diffusione di computer e console per videogiochi, e che ha fatto sì che la tecnologia diventasse parte integrante e fondamentale della vita di ognuno di noi. Infatti, se all’inizio la loro diffusione ha toccato principalmente lo stile di vita di ragazzi e ragazze, ora, come già era accaduto per il telefonino, il dato anagrafico si è abbassato in modo sensibile. Che cosa ha determinato questa preferenza?

La risposta potrebbe essere molto semplice. È possibile che – al di là della distinzione tra videogiochi “per bimbe” e “per bimbi”, e al di là dell’idea ormai vetusta che voleva i maschietti come gli unici dominatori della playstation – i bambini, certamente più svegli degli adulti, abbiano trovato un linguaggio comune con cui entrare in contatto (e attraverso il quale emulare i fratelli e le sorelle più grandi). Un linguaggio che aggrega, e non divide, e che permette di avvicinarsi velocemente a un mondo (quello tecnologico) che nel bene o nel male dovrà necessariamente diventare parte della loro vita.

Tutto questo senza dimenticare i giochi di sempre, che, come rivela lo studio condotto su duemila bambini dalla società energetica E.ON, sono solo scalati in ordine di preferenza. Sicuramente è solo una questione di tempo, ma presto ci si dovrà rendere conto del fatto che, ben più del gioco in sé, l’unica cosa davvero importante è che i bambini giochino.

Susanna Curci

 

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