Il sorpasso: metafora dell’estate come la vorrebbe Mario Monti…

L’articolo che segue sarà pubblicato domani, 29 giugno, sul settimanale Altri.

La redazione

C’ERA UNA VOLTA L’ESTATE…
miro renzaglia 

All’inizio fu il boom. Era il 1958 e, sotto la spinta dell’industria dell’automobile e di un’edilizia intensiva e spesso abusiva (e tollerata) che avrebbe devastato ambienti e città – sì, sì: è vero – ma che fu pure in grado di riassorbire nel mondo del lavoro moltitudini sottratte all’esercito enorme dei disoccupati del decennio precedente; era il 1958 – si diceva – e l’Italia conobbe quel fenomeno passato alla sua storia come “miracolo economico”. Durò un quinquiennio: già nel 1963, il ciclo espansivo poteva dirsi concluso ma, pur nella sua brevità, produsse quella «mutazione antropologica», denunciata e condannata da quel reazionario di Pier Paolo Pasolini, che va sotto il titolo di “consumismo” e che, nonostante tutto, sembra persistere. Auto, frigoriferi, lavatrici, televisori diventarono oggetti del desiderio esaudito degli italiani (magari a botte di cambiali che il ritrovato “posto fisso” consentiva di onorare). E poi, ma non troppo poi, fu allora che nacque il mito dell’Estate. O, meglio, della vacanza estiva: quella che fin lì era privilegio di classe (abbiente) divenne fenomeno di massa. Ad agosto, soprattutto ad agosto, il paese svuotava il suo interno, in particolare quello delle città, e riempiva le riviere. E chi non poteva ancora permettersi la vacanza, narra una leggenda, si chiudeva in casa a tapparelle abbassate per negare al vicino, che invece partiva per Rimini, la soddisfazione della superiorità del proprio status. Insomma, come ben fotografava il poeta Edoardo Vianello, l’italiano «con le pinne, fucile ed occhiali / si tuffava con la testa all’ingiù». E fu, sul momento, un bel tuffarsi…

Il culto, il mito, i riti e i simboli dell’Estate perpetuati fino ad oggi nacquero – come si diceva – in quel periodo “miracoloso”. Narrati, cantati e filmati in centinaia di opere popolari, quella che restituisce meglio l’immagine dei “favolosi anni 60” è la pellicola girata nel 1962 da Dino Risi, Il sorpasso. Detto brevemente, la storia narra del viaggio “iniziatico” con il quale Bruno (Vittorio Gassman), certo non per bontà d’animo ma perché gli serviva qualcuno provvisto di contante, avvierà Roberto (Jean-Louise Trintignant) nello spirito di quel tempo. Il primo, Bruno, caciarone e squattrinato, perennemente arrapato dalle donne, sicuro di sé fino alla sfrontatezza, irresponsabile e menefreghista di qualsiasi valore che non sia la soddisfazione del proprio piacere, suo unico dio, incarna lo spirito dell’italiano che se la vive alla giornata nell’incoscienza dell’Estate Permanente. Roberto, invece, è un timido studente di giurisprudenza che, proprio ad Agosto, in una Roma deserta, se ne sta rinchiuso in casa per preparare un esame negandosi, tutto intento com’è al domani da costruire, il piacere del qui e adesso. Nonostante le iniziali resistenze, tuttavia, si farà trascinare in un’avventura senza meta certa, on the road and on the beach, dal travolgente e irresistibile entusiasmo dell’altro, fino a prenderci gusto: un attimo prima del fatidico incidente (l’avventato sorpasso, appunto, effettuato da Bruno) che ne provocherà la morte.

Il film – lo ripeto – è straordinario: un vero e proprio capolavoro. Non solo per la capacità di restituirci lo spaccato di quell’epoca ma anche per qualità di regia e di recitazione. Ciononostante, è la morale savonarolesca sottesa che lascia amari. Non inganni la naturale simpatia che Bruno suscita con la sua irrazionale vitalità. E’ un espediente narrativo ultranoto: si sollecita nel lettore un approccio favorevole al protagonista per dimostrarne, con un colpo di scena finale, la sua fallacità e la sua colpa. In fondo, si tratta di una variante punitiva ma alla rovescia della favola di Esopo dove a perire, stavolta, non è la cicala canterina ma la formica che si è fatta corrompere dalle sue attitudini al lavoro per concedersi all’ozio e alla gioia di una vacanza.

Una morale che fa ancora comodo soprattutto in questi tempi di sorgiva sobrietà. Italiani, non doletevi troppo se fra tasse, tagli, disoccupazione, licenziamenti e precarietà, blocco dei salari, aumento del pane della pasta e della benzina, dovete rinunciare ai miti dell’estate vacanziera. In fondo, un sano ritorno ad abitudini più austere, anche se vi sono imposte da una crisi che non avete voluto, di cui non siete responsabili e di cui in larga parte ignorate perfino le cause, non può che giovarvi. Avete visto come finisce male chi lascia le virtù del sacrificio anche solo per concedersi un innocente viaggetto? Rinunciate ai piaceri della vita: spiagge, oli abbronzanti, ombrelloni-oni-oni, pattini e pedalò, stupide partite a beach-volley e ancora più stupide partite a biliardino. Il gelatino, in fondo, ve lo potete mangiare anche seduti sul balcone di casa vostra (se Equitalia ancora non ve l’ha tolta). E spegnete quel dannato condizionatore: non sapete quanto consuma? Poi non vi lamentate col Governo dei Più Sobri, se la bolletta è troppo cara. Penitenziagite, fratelli e sorelle, penitenziagite…

miro renzaglia

 

 

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