Fulvio Abbate contro l’epica rionale: la Banda della Magliana mi ha rotto il cazzo!

L’intero catalogo, sia a prezzo intero sia in saldo sugli scaffali dei Remainders, che risponde all’articolo e dunque al codice a barre della “Banda della Magliana” mi ha definitivamente rotto il cazzo. Un dovere dirlo!

Me lo ha rotto più che abbondantemente, così, a questo punto dell’incubo di genere e commerciale, occorre proprio sbilanciarsi, come fosse davvero un obbligo civico, civile, umano. Anzi, di più, occorre urlarlo per amor proprio culturale, una categoria che non sempre viene contemplata nelle società del consumo spettacolare. Ti è chiaro ora il concetto, la saturazione, le due palle grandi così? Basterebbero queste parole, stringate come il bollettino della vittoria firmato dal maresciallo Diaz, o magari quell’Aldo dice 26 x 1 che dette inizio in codice all’insurrezione contro i nazi-fascisti, per concludere lo sfogo liberatorio, doveroso, il ritorno alla purezza e al benefico rossore dello sguardo sulla cosa criminale. Tuttavia, siccome saranno almeno dieci anni dieci che l’argomento, l’articolo, il marchio, il timbro a secco “Banda della Magliana” perfino nella sua variante spettacolare manda in frantumi i nostri sogni, le nostre vite, le nostre prime e seconde visioni, le nostre serate davanti al televisore, non si è potuto fare a meno di lanciare questo pubblico grido di rivolta, di rabbia, di vera ripulsa.

Ripulsa politicamente motivabile in modo assoluto, in nome del rifiuto dell’ovvio e dell’opera d’arte (si fa per dire) nell’epoca della sua riproducibilità rionale, cioè fra Testaccio e Garbatella, fra Trestevere e Acilia-Ostia-Infernetto-Dragoncello;  nell’ordine: per il romanzo-bestseller del giudice-narratore Giancarlo De Cataldo da cui tutto ebbe terribilmente inizio diventando da lì a poco un “modus” editoriale, un format, ma che dico?, un fornetto dove sono finite in cenere le belle inchieste di una volta, quando il sangue dei morti rimasti sull’asfalto era in bianco e nero ancora e lo storico forestiero Denis Mack Smith provava a capire il nostro cortile criminale o, al massimo, lì in tv, c’era Tognazzi nei panni di “FBI – Francesco Bertolazzi Investigatore” oppure “Operazione San Pietro” del grande Lucio Fulci dove è la “Pietà” a essere rubata. Repulsa per il film tratto dal romanzo stesso dal simpatico buontempone Michele Placido, un film recitato dai nuovi colonnelli del cinema italiano, gli eredi non proprio al top di Marcello e di Vittorio, con le loro prevedibili facce garantite, nel migliore dei casi, da avventori della più rinomata trattoria di Trestevere, “Da Augusto” a piazza de’ Renzi, la stessa dove tutti, da Charlize Theron a Ciccio ‘Sto Cazzo, sono trattati nel medesimo modo dal bujaccaro Sandro, vero amante del cinema, e che incubo ancora le parodie del prodotto iniziale, le imitazioni, le contraffazioni, le confezioni adulterate nel brodo del luogo comune, da “Romanzio criminale (sic)” (parodia) a “Manzo criminale” (riparodia).

E voglio sinceramente sperare che qualcuno adesso dica che questo mie parole nei fatti e nella sostanza servono soltanto a pretendere il silenzio su una delle pagine oscure dell’intreccio potere, del “Palazzo” e del sottoscala dei misteri della criminalità organizzata, con il Vaticano pure lui dentro fino al collo insieme alle sue banche, e poi, già che ci siamo, mettiamoci dentro perfino il segreto della morte di Pier Paolo Pasolini, che in questo modo, come direbbero a Porta Portese a Roma quando vogliono venderti uno stock di roba, “famo er blocco” .

Come nella canzone coeva alla nascita della banda, quella vera, quella che serviva a riciclare il denaro non proprio pulito presso la banca vaticana, ecco, giungere planando sopra boschi di braccia tese, un sorriso che non ha né più un volto né più un’età, Walter Veltroni, il già di se stesso, l’ex allievo del Cinetv di via della Vasca Navale, l’uomo che ha portato il suo  “Modello Roma” all’ammazzacaffè, Veltroni pronto a chiedere la riapertura del dubbio sepolcreto di Renatino De Pedis nella chiesa di Sant’Apollinare, il morto scottante che della banda fu dominus e punto luce e collettore, e così il supplizio continua, e intanto, anche qui a Roma, in loco, dopo le feste comandate durante le quali fra i regali riceveremo una copia del capolavoro del giudice-scrittore De Cataldo, autore di Romanzo criminale,  e il dvd del film di Michele Placido nostro, ecco, arriverà Carnevale e tu t’immagini gli Zorri e i moschettieri, o magari al massimo quello con elmettone nero, Dart Fener di “Guerre stellari”, e invece fra via del Corso e forse non solo scoprirai che accanto alla damina settecentesca di una volta e dell’ indiano è arrivato, accanto alla Zoccola, svasato nei suoi pantaloni e borsello per custodire la baiaffa il Libanese, il Freddo, il Dandi, il Bufalo…

Lo Stronzo, aggiungerei io pensando alla persistenza del luogo comune spettacolare e narrativo che si porta dietro l’anvedi, il mo’ so’ cazzi, l’andiedi e il ma vattela a pija ‘nder culo, ossia l’insopportabile koiné linguistica del turista della vita (e della letteratura stessa) di passaggio da Roma, l’Urbe.

Fulvio Abbate
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