Elsa Fornero: “Il lavoro non è un diritto”. Perfetto: fine della Costituzione italiana…

«Work isn’t a right». Così la Fornero ha cercato di giustificarsi con il Wall Street Journal – diretta espressione della Borsa più grande del Mondo, ergo della Finanza delle Finanze – che, il giorno prima, aveva parlato della riforma del lavoro italiana.

Come tentare di “svuotare il lago di Como con mestolo e cannuccia”, così se n’erano usciti i giornalisti americani. “Impari da noi, che un lavoratore lo usiamo solo finché ci serve. Poi via, aria, go out”.

D’altronde, nella loro ottica, il lavoro è solo e soltanto un contratto tra due parti: il datore di lavoro e il lavoratore. L’uno e l’altro sono liberi di rompere quel contratto quando vogliono, senza dare giustificazioni di sorta. Mica come da noi, dove il lavoratore licenziato ingiustamente può fare causa e farsi reintegrare.

“Come si permettono, Elsa, ti vuoi far rispettare?”. E quella si dev’essere sentita punta nel vivo. E così: “work isn’t a right” ha detto lei per far vedere che quando ci si mette non ha niente da invidiare a nessuno e che una donna come lei non ha paura di esprimere concetti scomodi, scomodissimi.

E mentre lei, tra un consiglio dei ministri e una riunione megagalattica sul Welfare, s’immaginava scroscianti applausi d’Oltreoceano, il resto del mondo politico e sindacale mugugnava. “Dev’essere proprio scema, non se li è letti gli articoli 1 e 4 della Costituzione?”.

E mentre mugugnava, il mondo politico, intanto votava compattamente, o quasi, il DDL sulla riforma del lavoro. Una riforma che non cambia niente in meglio, e peggiora tutto ciò che c’era da peggiorare.

Così, incassato il risultato, la stessa Elsa è corsa a correggere il tiro, come un Berlusconi qualsiasi: «parlavo di posto di lavoro, non di lavoro in generale. Il lavoro in generale è un diritto, il posto non credo lo sia».

Lo sapevamo anche noi, specialmente in un periodo come questo, che il posto di lavoro non è un diritto. “Grazie al cazzo, Elsa, ma hai detto un’altra cosa”.

All’inizio pensavo che la Fornero si fosse meritata una bella mozione di sfiducia. In realtà, a pensarci bene, la dichiarazione che ha fatto è roba buona per Amnesty International. Violazione dei diritti umani. Perché il lavoro, in ogni parte del Mondo, è un diritto sacrosanto. E’ il lavoro che nobilita l’uomo, mica l’elemosina di qualche riccone. O no?

Ma il mondo della politica e del sindacato non se n’è accorto, se non in qualche sparuta eccezione. Tutti a cercare di guadagnarsi un posto in bella vista nel favoloso mondo dei mass media: dichiarazioni su dichiarazioni, tutti infoiati a pensare alla Costituzione tradita, al Ministro ignorante che non conosce due articoli. Finché le trincee sono righe d’inchiostro, ci vuole un cazzo a combattere.

Perché, così com’è facile mettersi in coda e votare a favore del DDL, è facile d’altro canto non capire dove voglia arrivare la Fornero stessa e tutto il mondo che è chiamata a rappresentare.

Allora, facciamo un riepilogo: il giornale della più grande Borsa del mondo fa un articolo in cui la bacchetta. In particolare la bacchetta su una riforma in cui i partiti – poco e male – hanno cercato di aggiustare il tiro iniziale. “Poco, troppo poco” dicono quelli. E lei risponde per le rime. Dice che la sua è una riforma epocale e che bisogna farla finita di pensare che il lavoro sia un diritto. Non lo è, un lavoro si deve guadagnare, anche a costo di sacrifici.

Fateci caso, si tratta di parole chiave: lavoro, guadagno, sacrifici. Il giorno prima e il giorno stesso della votazione sulla Riforma del Lavoro, che sfonda l’articolo 18 una volta per tutte e che conclama il precariato come lo stile di vita ufficiale.

Ci mancano solo i cartelli per strada, come in ‘Essi vivono’ di Carpenter, e siamo al completo. La guerra psicologica, iniziata chissà quando, sembra non dover finire mai. Elsa ha dato un segnale: “questo è solo l’inizio”. Tranquillizzando i suoi referenti. La classe politica invece continua a litigare, a posizionarsi, a scartare, a nascondersi per mettersi meglio in evidenza. Gioca, in una parola sola. E non si rende che il gioco è uno solo: massacrare la classe lavoratrice.

Graziano Lanzidei

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