E Fini disse: “Manca la fregna”… Donna Rosa rispose: “Eccola”… Ma durò poco…

La censura è brutta. Subirla e farla. Ed è quasi incomprensibile quando giunge insospettata, da chi invece porta già nel nome un concetto come la Libertà. Perché se io dovessi parlar male del regime castrista, magari m’aspetterei di non trovare spazio, non dico su Granma, ma neanche sul profilo facebook del governo cubano. M’aspetterei magari la galera o l’esilio in patria. All’epoca di Pinochet, se avessi mai trovato il coraggio di parlar male del generale caudillo pluriassassino, non mi sarei aspettato nient’altro che qualcuno che sfonda la porta di casa e mi porta via, chissà dove, per poi uccidermi e nascondere il mio corpo, magari in qualche fossa comune. Così come sono convinto che, dando ragione sia a Fidel che a Pinochet, m’avrebbero steso tappeti rossi sui quali poter camminare a testa alta e petto in fuori.

Sul gruppo  Facebook di donne iscritte e militanti in Fli – Fli Donna Rosa, per la precisione – che vuol rompere con lo stereotipo del neopuritanesimo flillino e che, con coraggio, mostra nel profilo quattro donne coperte dalla sola bandiera di Fli, non mi sarei mai aspettato la censura. Soprattutto dando ragione e solidarietà a loro, dopo gli innumerevoli attacchi dei giorni precedenti. Certo, il mio messaggio di solidarietà non era proprio ortodosso, ho citato una serie tv marcatamente di sinistra. “Cosa vuoi che sia” ho pensato “sono loro quelli che per primi hanno tirato fuori la storia di superare gli steccati”. E gli steccati mica è detto che sono solo fascismo e comunismo, possono essere anche quelli del sessismo, del perbenismo o della sobrietà.

Immaginate la delusione nello scoprire che la storia degli steccati da superare, aprire o abbattere è solo una finzione e che l’ironia in politica non ha ancora una casa. Eppure la scena me l’avevo proprio pensata bene, ci stava a pennello:

Gianfranco Fini è seduto intorno ad un grande tavolo di quelli da riunione, in radica, ovale e bello solido, insieme ai suoi collaboratori più fidati, diciamo proprio a tutti i suoi colonnelli rinnovati. Davanti a loro ci sono i nuovi consulenti d’immagine del partito. Fini è consapevole che stracciare il contratto con i vecchi è stata una decisione dura e difficile. Ma alla fine, e dopo lunghissime discussioni, lo Stato Maggiore di Fli ha raggiunto la decisione all’unanimità: basta con le solite storielle, andiamo avanti. Dal momento della decisione fino alla prima riunione ufficiale non è stata certo una passeggiata di salute. Dopo un primo momento di smarrimento – in cui a disegnare i manifesti è stato un militante giovane che aveva il grande merito di saperci fare con Photoshop – la fiducia è stata ritrovata con fatica. Era lui che doveva insistere ogni giorno, che doveva portare prima questo e poi quell’altro a prendere un caffè e a ripetere la storiella che per vincere bisogna osare. E la tiritera è andata talmente a lungo che a Fini, un giorno, è venuto pure il sospetto che qualcuno facesse ancora il dubbioso solo per farsi offrire il caffè. “Io dovrei fare anche il Presidente della Camera” ha anche detto al bar del Parlamento. E così, dopo settimane di vivacchiamento grafico e di trattative estenuanti tra le mille anime del partito, anche i più restii a cambiare, dopo aver fatto per conto loro ricerche di mercato lunghe e approfondite, si sono convinti che la società voluta dal Presidente – della Camera, del Partito e di tutto – faceva proprio al caso loro. E’ una società che non ha peli sulla lingua, è innovativa e punta allo shock. D’altronde Fli è allo zerovirgola e il confronto con l’Udc, e con quel saccente di Casini, si fa sempre più difficile. Nemmeno il Terzo Polo vuole più fare, chissà che si starà inventando, e nel frattempo alza la cresta anche Rutelli, che fino a ieri chiedeva permesso pure per andare in bagno, durante le riunioni del Terpo Polo. “Se non ci diamo una mossa” ripeteva ogni giorno Fini ai suoi “i democristiani ci fanno sparire. Loro hanno conoscenze e soldi”. Noi, era il sottinteso, stiamo pure peggio degli anni ’70. E la storia dei tanti nemici tanto onore è una cazzata che ti puoi inventare solo quando a comandare sei soltanto te. “Usciamo dall’accerchiamento” fa Fini ai suoi, in una riunione di qualche giorno prima. E i suoi sorridono e fanno ampi cenni con la testa che “sì, è giunta l’ora di uscir fuori”. La storia dell’accerchiamento gli dev’essere talmente piaciuta che la ripete anche all’agenzia di comunicazione, nei primissimi colloqui telefonici. “Venite con qualche idea, qualche idea forte” dice e poi attacca la cornetta.

Quelli dell’agenzia non si fanno prendere dal panico, conoscono il fatto loro e con Fli – gliel’ha detto il capo – è difficile fare male. “Zerovirgola qualcosa è praticamente zero, far peggio è difficile”. Così si mettono subito al lavoro: prima studiano i dati dei vari sondaggi già fatti, ne commissionano di nuovi. E poi fanno grafici, sentono consulenti politici e psicologi e sociologi. Il giorno della riunione arrivano con una serie di cartelline, le mettono sul tavolo e le aprono. I loro tecnici continuano a studiarle mentre gli altri, i capi dell’azienda e quelli di Fli, iniziano i colloqui preliminari. Come va e come non va, volete per caso il caffè, com’è andato il viaggio, abbiamo intenzione di andare in una sede nuova, l’aria condizionata spero vada bene. Poi si inizia a fare sul serio. Quelli dell’agenzia lo capiscono dall’attimo di silenzio che separa i colloqui informali dalla riunione vera e propria. A volte è impercettibile e a volte è lunghissimo. Questa volta sembrava non finire mai. Perché a Fini è presa un po’ di paura. “E se il nostro elettorato non capisce?”, “se ci giochiamo il sostegno dei cattolici?”, “se ci giochiamo quello dei liberali?”. E mentre lui pensa e ripensa a tutte le possibili ipotesi negative, il capo dell’agenzia di comunicazione prende la parola. “Dottor Fini…” e inizia una requisitoria sullo scarso appeal del simbolo, sul fatto che il nome “anche se bello e significativo” sparisce nella confusione delle azioni. “Pensiero e azione” dice il capo dell’agenzia, citando Ezra Pound. I dirigenti di Fli iniziano a seguirlo con ancora più attenzione. E allora quello continua parlando dei danni del sostegno al governo Monti, del fatto che il cerino dell’antiberlusconismo è rimasto in mano proprio a loro, che erano gli ex alleati, e che quindi sono apparsi più dei traditori che dei ribelli. Senza parlare di quelle frasi trancianti su Mussolini e su tutto il ventennio che sono servite sì per accreditarsi nel bel mondo della politica, a danno però di tutto l’elettorato. “Il significato poteva rimanere lo stesso ma poteva cambiare i significanti”. Qualcuno dei dirigenti di Fli si perde, prende l’iPad e inizia a giocare. Il capo tira avanti, sa che intanto è Fini quello che decide. Che gli altri si scannano solo per suggerirgli qualche idea. Ma quando c’è lui è come se gli altri siano sollevati dalla facoltà di pensare. Quindi va avanti e inizia a parlare delle partecipazioni alle trasmissioni, delle campagne da avviare, dei temi su cui battere e di quelli che invece vanno gettati nel dimenticatoio. La riunione sembra non finire più. C’è chi chiede una pausa per fumare una sigaretta, chi deve andare al bagno. Quelli dell’agenzia invece nemmeno sudano. Stanno seduti e sfogliano carte, mostrano grafici, citano consulenti e filosofi e poeti. E poi, proprio quando sono rientrati tutti e il discorso del capo sembra esser finito, quello poggia i gomiti sul tavolino e si fa avanti, verso Fini che lo guarda. Sfinito ma incuriosito. “E poi… il suo progetto… ha un problema ancora più drammatico, Presidente Fini…” e quello lo guarda come per dire “quale?” e allora il capo dall’agenzia si leva gli occhiali e li tiene in mano e poi fa: “manca la fregna, Presidente Fini”. “Cosa?”. “Manca la fregna” fa ancora lui, e poi “manca la fregna” dice quell’altro, a fianco, e poi “manca la fregna” dice quell’altro ancora e lo ripete pure quello dopo e quello alla fine del tavolo. Lo dicono tutti, ad un certo punto, che al progetto del presidente Fini “manca la fregna”.

Un peccato che la ventata di libertà sessuale promessa da quel profilo sia stata l’ennesima boutade, che la mancanza di fregna fosse solo una suggestione – l’ultima, ve lo giuro – tra il letterario e il cinematografico. Avrei dovuto capire tutto e subito. Si trattava di un fotomontaggio.

Graziano Lanzidei

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