Casa dolce casa… e il suo rovescio…

L’articolo che segue sarà pubblicato domani, 22 giugno, sul settimanale Gli Altri.

La redazione


LA CASA
FRA APPARTAMENTO E APPARTENENZA
miro renzaglia 

L’uomo “e” la sua casa o l’uomo “è”  la sua casa? Questo è il problema. La differenza sta tutta in quell’accento piazzato sulla vocale “e”: senza accento, uomo e casa rimangono entità apparentate da una semplice congiunzione; con l’accento, invece, diventano tutt’uno, fino a quasi (poi ci ritorno su questo quasi) non potersi concepire separatamente. Il problema posto non è di poco conto: il cammino della civiltà, o di quella che reputiamo civiltà, passa per questo accento cruciale. Dalle caverne del Neanderthal alle ville con piscina di Beverly Hills, dalle pagode indiane agli igloo esquimesi, dalle palafitte neolitiche alle macchine abitative di Le Corbusier, il problema-casa rimane intimamente legato alle vicende storiche dell’uomo. Parafrasando Martin Heidegger, quando diceva: «Il linguaggio è la casa dell’essere», possiamo affermare che la casa, intesa come luogo del suo “appartamento”, è uno dei linguaggi dell’uomo. E sicuramente, fra i tanti linguaggi che l’uomo conosce, fra i non secondari. Anzi…

Ops: mi è partito in anticipo, rispetto al progetto di questo articolo, il sinonimo di casa-appartamento. Beh! già che ci siamo, affrontiamolo subito. Sempre, da che mondo è mondo e da quando l’uomo è uomo, costui ha sentito il bisogno di appartarsi. L’etimo classico dice che la locuzione viene dal verbo “appartare”: separare, dividere, mettersi in dis-parte. Per estensione, possiamo dire che l’appartamento prefigura il luogo dal ritiro dall’essere parte comune con il resto del mondo, concedendosi l’uomo, per tale via, il necessario riparo, ristoro, riposo dalle fatiche della vita all’esterno, dal rapporto con l’altrui qualsiasi, soprattutto con chi non si è scelto ma è capitato sulla sua via per avventura della vita sociale. Nell’appartamento, ci si ritira, insomma, per recuperare forze ed energie al fine di poter affrontare meglio le insidie e le avversità, ma anche le gioie e i piaceri della comunità alla quale si “appartiene”.

Ho detto: appartiene. E non vi sembra che il rapporto fra appartarsi e appartenere sia in intima parentela etimologica? Ma certo che lo sono: ci si apparta, infatti, per tornare ad appartenere. In caso contrario, ovvero se la casa diventa l’eremo di clausura per i refrattari alla vita in comune, sono nevrosi. Ha un bel dire, Pascal secondo cui: «I guai di un uomo derivano dalla sua incapacità di starsene seduto tranquillo nella sua camera. ». Una scelta di NON vita rispettabilissima, per carità che, per esempio, gli eremiti cristiani dei millenni andati avrebbero sottoscritto in pieno. Ma siamo sicuri che non sia un indizio di nevrosi dovuto allo stress che la vita sociale inevitabilmente comporta?  Personalmente, invece, sottoscrivo l’aureo detto di un filosofo dei nostri giorni, Vasco Rossi, quando sostiene: «Voglio una vita spericolata, la voglio piena di guai». Invitando tutti, da par suo, «A bere del whiskey al Roxy Bar» ovvero, fuori casa.  Perché, come diceva un’altra illustre figura del pensiero post-moderno, Amedeo Nazzari: «Chi non beve in compagnia, peste lo colga». Ma queste  – me ne rendo conto – sono divagazioni sul tema. Torniamo all’argomento…

Abbiamo fin qui disquisito sul rapporto fra uomo e casa. Coi suoi pro e i suoi contro. E se, invece, rispetto a quanto ipotizzato all’inizio dell’articolo, eliminassimo sia l’ “e” che l’ “è” di questo rapporto? Ovvero: se fra casa e uomo non ci fosse alcun rapporto? Prendiamo, per esempio, il caso dei barboni, dei clochard che, non a caso, vengono definiti anche: “senza tetto”. Chi sono costoro? Possiamo distinguere due tipologie di massima: quelli che la casa l’hanno persa e quelli che alla casa hanno rinunciato. I primi – appare chiaro – sono vittime del sistema. Del sistema politico, sociale, economico e persino familiare. Sono vittime, tout court, insomma. Si rifugiano nell’appartenenza (alla metropoli, soprattutto) perché privati del diritto di appartarsi. Uno stato serio che avesse a cuore la sorte dei suoi cittadini, dovrebbe provvedere loro, magari in una maniera migliore del lasciare aperti i sotterranei delle stazioni metropolitane nelle gelide nottate  invernali. Ma con gli altri, quelli che alla casa hanno rinunciato per scelta; quelli, cioè, che hanno deciso di essere eremiti non sul cucuzzolo della montagna in intima confessione con Dio e con il proprio Ego e in spregio agli umani contatti; con questi altri – dicevo –  che si sono dati tutti all’ appartenenza, senza riservarsi alcun appartamento, come la mettiamo?

In realtà, la mia è una domanda riflessa. Nel senso che è la loro stessa esistenza a porre il punto interrogativo sulle nostre certezze riguardo alla casa: per noi, bene irrinunciabile costi quel che costi; per loro, invece, una sorta di prigione dalla quale sono evasi. Pensateci bene: quanto c’è costato comprarla, con debito mutuo, o pagarne l’affitto? Quanto ci costa mantenerla in piedi o ristrutturarla? E l’Imu e il condominio e le utenze domestiche per gas, acqua, elettricità, connessioni telefoniche e di reti varie?  E il tempo che impieghiamo per tenerla pulita e in ordine (e se non impieghiamo personalmente questo tempo, lo paghiamo alla collaboratrice domestica che lo fa in vece nostra)? Alla fin fine, la domanda risolutiva è: siamo noi a possedere la casa o è la casa a possedere noi? In questa chiave di lettura, si può comprendere la scelta del barbone, del clochard che ha deciso di essere un “senza tetto”. In fondo, è una questione di libertà. Estrema, certo, ma pur sempre di libertà si tratta…

miro renzaglia

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