Sconfiggiamo la violenza sulle donne ma femminicidio è una parola sbagliata

(Angela Azzaro) – 54 donne uccise da mariti, fidanzati, ex. 54 dall’inizio dell’anno. Un’enormità. Un crescendo di violenza maschile che inizia a bucare il muro del silenzio dell’informazione, ma non quello delle istituzioni che balbettano e continuano a non fare niente.

Ma qualcosa va fatto. E subito. Lo stanno capendo in molti che non si può più stare a guardare. In questo senso è apprezzabile l’appello di Se Non Ora Quando “Mai più complici” che in pochi giorni ha raccolto migliaia di firme. Mi rendo conto che si tratta di un fatto importante, ma voglio lo stesso fare un paio di appunti. Lo faccio non per amor di polemica, ma perché voglio con tutta me stessa che qualcosa cambi. Da anni mi occupo di violenza maschile sulle donne, del micidiale intreccio tra informazione e politica: conosco i dati, non mi stupisco delle percentuali, ma ogni volta che una donna muore mi scandalizzo e arrabbio allo stesso modo. Come se fosse la prima volta.

Voglio quindi criticare due punti di quell’appello perché spero che la discussione aiuti a trovare soluzioni, aiuti a capire come uscire da questo tunnel. Il primo punto su cui mi preme riflettere è sull’uso della parola femminicidio. Per l’appello l’uso di questa parola è scelta dirimente di cambiamento. Da anni chi si occupa di violenza maschile ci si è dovuta confrontare. Un’avvocata molto brava come Barbara Spinelli è stata la prima a proporla all’attenzione dell’opinione pubblica e ci ha scritto un libro documentato.

Nonostante le spiegazioni di Barbara Spinelli e l’appello di Se Non Ora Quando a me l’uso della parola femminicidio non convince per niente. In questo senso do ragione al pezzo di Isabella Bossi Fedrigotti pubblicato oggi sul Corriere che chiede di non usarla mai più. Il suo ragionamento mi interessa soprattutto all’inizio quando parla dell’etimo, che ci “riporta” ad essere femmine e non donne. Ciò che trovo però più preoccupante nell’introdurre l’uso di “femminicidio” è che l’accento cada sulle “vittime” e non sugli assassini. Sarà fastidioso, ma finché posso preferisco dilungarmi e dirla tutta per come è: violenza degli uomini sulle donne. Penso che la strada maestra per sconfiggere questa piaga sia quello di soffermarsi, anche con la lingua che usiamo, sui responsabili. Il femminicidio sposta l’attenzione e ne risulta, ancora una volta, che le donne sono le vittime. Il vittimismo alle donne non fa mai bene, anche quando vittime lo siamo davvero. Puntiamo sulla messa in discussione degli uomini, nominiamo loro. Nomiamo una cultura che determina la violenza. I deboli, anche quando uccidono, sono loro. Sono loro che sono sotto scacco. Non noi. Non le donne colpite, molto spesso, come i fatti di cronaca ci raccontano, per la loro libertà.

A questo proposito, e vengo al secondo dubbio rispetto all’appello, penso che il coinvolgimento della parte maschile, per quanto importante e auspicabile, sia fatto in maniera troppo generica. La presa di parola degli uomini è un passaggio fondamentale ma non può essere fatto con una firma apposta in un testo che non li chiama in causa davvero. Per chiamare in causa intendo messa in discussione. Intendo conflitto. Critica a partire da sé. Per aderire a “Mai più complici” basta leggere e firmare. Tanto che chiunque lo può fare, senza alcuno sforzo. Vorrei infatti sapere cosa

pensa davvero Roberto Saviano, tra i più noti che hanno aderito, della violenza maschile: riguarda l’altro o parla anche di lui, della sua cultura? E’ una domanda fondamentale che non possiamo sorvolare perché la violenza degli uomini sulle donne riguarda anche noi. Racconta la nostra normalità.

Angela Azzaro
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