Parliamo di terrorismo… Ma Sergio Segio, no…

Ci risiamo. Non nuova a situazioni simili, l’Italia è un paese in cui l’amarcord resta sempre il miglior pozzo ove sguazzare, tra schizzi d’acqua infantili e reticenze pesanti come il piombo. Piombo che è finito nelle gambe di Roberto Adinolfi, piombo che ha sconvolto quindici lunghi anni di storia della nostra era repubblicana, e che ora affligge l’immaginario più retrò, portando con sé anche le bombe. Come sempre accade, giornali e tiggì offrono al telespettatore il tempo di un giudizio lapidario, e nulla più. Non interessa il contenuto, interessano emotività e strategia vincente. Non discostandosi molto da questo cliché, la giornalista Lucia Annunziata (quanto consapevolmente non si saprà mai) ha deciso di rompere gli schemi del linguaggio televisivo per tentare di capire, attraverso affinità e differenze, quali possano essere i prodromi di questa tensione sociale che ha cominciato a portare un richiamo della violenza politica, direttamente dalla periferia più ombrosa del nostro inconscio. Nella puntata de “In ½ Ora”, andata in onda una decina di giorni fa, la Annunziata ha voluto dedicarsi al problema (che allora era solo di natura eversiva, senza che si paventasse la possibile ombra stragista) attraverso le esperienze dirette dei protagonisti  degli anni della lotta armata, fenomeno annunciato come se fosse all’anticamera di una nuova esplosione.

Da una parte Sabina Rossa, deputato del PD e figlia del sindacalista Cgil Guido Rossa (ucciso dalle Brigate Rosse il 24 gennaio 1979). Dall’altra, Sergio Segio, fondatore del gruppo eversivo Prima Linea ed ex militante armato degli anni ’70. Detto che Segio ha scontato 22 anni di detenzione in seguito alla condanna per gli omicidi dei magistrati Emilio Alessandrini (gennaio 1979) e Guido Galli (marzo 1980), detto che lungo questi anni ha abbracciato con convinzione la strada della non violenza, detto che è impegnato in numerose iniziative e organizzazioni nel campo del sociale, e che coordina una redazione impegnata a monitorare la situazione dei diritti sociali nel mondo, fa ancora specie sentire come il livore di quegli anni non sia affatto scemato, tanto da indurre più d’uno a giudizi lapidari sulla presenza dell’ex di Prima Linea in televisione.

Lo sdegno e la brama di forca non si son fatti attendere e, nonostante  la discussione abbia fatto emergere la possibilità di riuscire a capire la genesi di un movimento come quello della Federazione Anarchica Informale attraverso i mutamenti della società, il pensiero (e le parole) si sono concentrati nell’accanimento contro la tolleranza nei confronti del “peccatore”. Durissimo Cicchitto: «Pur con tutta la comprensione possibile, tuttavia Segio eviti di darci consigli sulla lotta al terrorismo». La domanda che sorge spontanea è chi, secondo Cicchitto, possa essere in grado di dare consigli in quest’ambito: se qualche giornalista, se il figlio di qualche vittima (che allora era un bambino), o qualche funzionario di polizia, magari preso tra quelli che dopo trent’anni hanno ammesso di esercitare regolare tortura a militanti ed eversori in carcere. Per Maurizio Gasparri, «la presenza di Sergio Segio in tv su Rai Tre dalla Annunziata in un momento in cui torna la violenza è una scelta vergognosa. Le tesi giustificazioniste della violenza sono un tragico errore. Lucia Annunziata cede al richiamo della foresta e si è assunta una gravissima responsabilità», mentre Lucia Annunziata adduce ad esclusive motivazioni di “par condicio” la sua scelta, contribuendo a far perdere spessore alla sua stessa intuizione.

La “par condicio” Sabina Rossa-Sergio Segio non deve esistere, proprio perché è arrivato il tempo di far cadere etichette e ruoli ormai consegnati ad una storia passata, storia da utilizzare per comprendere nuovi possibili pericoli, e non per alimentare inutili recrudescenze.

La polemica che si alza ogni qualvolta qualche esponente di quel periodo interviene in pubblico è il termometro dell’immaturità civica (oltre che etica) in cui cade spesso un paese come il nostro, abituato a non curare ferite e drammi sociali che dovrebbero essere medicati, prima che dimenticati. Compresi, prima che giudicati. La spirale di violenza (violenza che fa purtroppo parte dell’indole umana) si innesca inevitabilmente in un contesto di scontro. Si fa sempre però una gran fatica a capire quale insegnamento sia consegnato in dote da un’esperienza dolorosa come quella degli anni Settanta.

Sergio Segio è una persona a cui dovrebbe essere permesso di parlare, ed è una persona da cui si può riuscire a trarre elementi preziosi per far sì che non si possa più innescare un processo di guerra. La sua è una visione empatica di un mondo che è stato il suo. L’esperienza diretta, seppur atroce, è il miglior bagaglio culturale che si possa tramandare. L’esclusione coatta per chi ha affrontato un delicato processo intimo, il pregiudizio e l’astio nei confronti di chi ha riconosciuto e pagato i propri errori, fanno parte di un imbonimento mentale che porta ad avallare le folli pretese di un ministro che vuole riempire le strade di militari, legittimando così la stessa “dottrina dello scontro” da cui Segio ed altri sono usciti.

Una dottrina che il Ministro Cancellieri vuole cavalcare a spron battuto anche oggi, dopo la strage brindisina, rischiando di accelerare l’attrito già stridente tra istituzioni e parti sociali.  Questa è la strada più veloce verso un innalzamento della tensione che, come dice Segio, «dipenderà dalla risposta che darà lo Stato. Mettere in campo l’esercito, militarizzare il territorio come in Val di Susa, è il modo migliore per alimentare il terrorismo», quando la strada più ovvia sarebbe quella di dare «risposte economiche alla crisi, più equità, tutelare il mondo del lavoro». Perché «quando c’è il temporale è molto facile che venga a piovere, bisogna quindi attrezzarsi». Operazione che si può fare dando un occhio a quel disagio sociale che è in grado di alimentare la minaccia della violenza, ora che i nuovi brigatisti sembrano raccogliere pericolosi proseliti, e ora che nuovi desideri dinamitardi sembrano attentare al nostro quotidiano.

Anche Sabina Rossa non si discosta poi molto da questo pensiero, rimanendo però su binari squisitamente politici: cosa che – a dire il vero – fa perdere un po’ di forza al ragionamento della parlamentare (che non nasconde le proprie difficoltà quando il discorso cade sulla nuova nomina da sottosegretario per l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro). Strana l’inversione per la quale trent’anni fa era Sabina a rappresentare la parte umana di un mondo intriso di disumanità, lo stesso mondo di cui Segio recitava il ruolo principale.  Dopo anni, le posizioni sembrano invertirsi: da una parte il pensiero politichese di una donna inserita ormai in un meccanismo ben oliato, dall’altra le analisi ben più umane di chi ha avuto modo di ragionare sulla propria esperienza e sulla propria caduta.

Secondo il senatore e componente della commissione di vigilanza RAI Enzo Fasano, però, la Rai si sarebbe messa «al servizio del terrorista Segio, con l’Annunziata in veste di valletta». Il senatore non usa mezze misure: «Che pena e che vergogna», ha affermato Fasano, «invece di condanne senza esitazioni del terrorismo, si mandano in onda tesi giustificative richiamando i fatti del G8, dove c’era chi tentava di uccidere i carabinieri. Anche con la cattiva informazione si alimenta la violenza». Ecco, la cattiva informazione. La condanna del terrorismo attraverso la gogna. Le parole tanto vuote quanto voluminose, atte a schiacciare il pensiero e l’analisi: parole volte al terrore, perché – per riprendere le dichiarazioni di Segio – «quando una democrazia non riesce ad aprire gli armadi dove ci sono gli scheletri, contribuisce ad alimentare questi fatti». Tanto da non poter parlare del G8 come una delle pagine più buie della nostra democrazia.

La minaccia, dunque, incombe su un’Italia statica e incosciente, ancora avviluppata nei suoi drammi passati, in cui ama crogiolarsi. Eppure, tra militari all’orizzonte, bombe davanti alle scuole e condanne figlie dei tabù più incrostati, si continua a dire (anche per bocca delle istituzioni) che «questa volta il paese è preparato». Quel che si riscontra è invece un paese ancora convalescente e ancora alle prese con gli scheletri nel proprio armadio, che nessuno ha intenzione di smantellare. Di questa presunta preparazione ancora non v’è traccia, tra ombrelli che sembrano tutti chiusi mentre il temporale incombe alle nostre spalle.

Nicola Mente

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