Martelli su Falcone: «Aveva paura di cadere nella trappola dei pentiti»

«La prima volta l’ho incontrato nel suo ufficio. Era il 1987 ed io ero candidato col Psi a Palermo. Lo trovai infilato lì dentro, una sorta di bunker a prova di bomba, circondato da polizia e carabinieri. La prima cosa che gli chiesi fu se il capo della mafia fosse davvero Totò Riina, questo contadinotto appena inurbato. Per me, uomo del Nord, era impensabile che questa multinazionale del crimine fosse governata da una persona del genere. Lui inspirò lentamente – un gesto che in seguito gli vidi fare tante volte – e con aria compunta e con quelle suo occhiate ironiche, mi spiegò che la mafia non era una lobby finanziaria. Cosa nostra – così la chiamavano gli affiliati e così la chiamava lui – non era parente degli gnomi di Ziguro. Il potere della mafia – disse – si fonda sul controllo del territorio, un controllo che si mantiene con la forza e la brutalità. Uccidendo e distribuendo morte. Morte agli avversari, ai politici, ai magistrati e a chiunque si metta di traverso. E il tutto è reso possibile da un esercito di picciotti armati, il suo esercito».

Quello di Claudio Martelli è un ricordo ancora vivo. E quando parla di Falcone fruga nella memoria come un vecchio cercatore d’oro. Vuole trovare le parole giuste per rendere il più possibile plastica e materiale la sua presenza. Quasi che il formidabile magistrato palermitano fosse ancora lì davanti a lui.

«Diventammo amici da subito. A quel tempo portava ancora la barba lunga. Era pallido e magro. Teso, preoccupato». Teso e preoccupato, certo. Falcone allora gestiva il maxiprocesso ai clan siciliani. Un evento storico ma allora ancora tutto da scrivere. E da vincere. Alla fine trionfò. Il suo immane lavoro fu premiato da condanne pesantissime. Falcone aveva centrato in pieno l’obiettivo. Si era immerso dentro Cosa nostra, aveva colto l’essenza di questa creatura inafferrabile e leggendaria e aveva portato a galla il Leviatano davanti al mondo intero. Il maxiprocesso fu seguito da milioni di persone. Palermo brulicava di giornalisti arrivati da mezzo mondo e Falcone divenne Falcone.

«Gli chiesi se non avesse paura che il suo lavoro finisse come il maxiprocesso alla camorra. Quello che generò mostri: scambi di persona, errori madornali. Gli ricordai del caso Tortora… “No – mi disse sornione – ci abbiamo messo anni ad istruire questo processo e lo abbiamo fatto col massimo scrupolo. No – ripeté – non ho alcun timore. Ecco, quello fu il nostro primo incontro».

Uno strana alleanza quella tra Martelli e Falcone. Il primo, allora, era un lanciatissimo politico socialista, un giovane uomo venuto dalla provincia del Nord. Da Gessate per la precisione, un paesino di diecimila anime. Gessàa per i milanesi di via Monte Napoleone. Falcone invece era la Sicilia. Era Palermo. Figlio di un chimico con la passione per il mare, sapeva bene che solo i siciliani come lui potevano capire Cosa nostra. «Certo – continua Martelli – solo i siciliani possono sconfiggere la mafia. Solo chi possiede quei codici, quel linguaggio può entrare in rapporto con i boss. Buscetta è il simbolo di tutto questo. Falcone fece un lavoro straordinario con quel pentito di mafia. Entrò in confidenza senza per questo creare un rapporto di complicità e di intimità. Aveva il terrore di essere catturato da qualche strano meccanismo. Non si fece sedurre da quel personaggio per certi versi straordinario. Non abbassò mai la guardia. Intuì che Buscetta era la chiave per entrare nel mondo di Cosa nostra. E d’altra parte voleva evitare che il pentito dicesse quello che lui volesse sentir dire. Non lavorava per tesi precostuite, non guidava i pentiti. Era consapevole di questo rischio e dimostrò questa sua consapevolezza nel caso Pellegritti».

Giuseppe Pellegritti era un piccolo boss di Catania che sosteneva di conoscere i segreti e i mandanti dell’omicidio Mattarella. Ne aveva parlato con Libero Mancuso e Domenico Sica. Pellegritti andava dicendo che il mandate dell’omicidio Mattarella fosse niente meno che Salvo Lima, luogotenente di Andreotti in Sicilia. Falcone volle incontrarlo ma alla fine del primo colloquio fece partire un mandato di cattura per calunnia aggravata. Pellegritti aveva mentito e Falcone lo capì immediatamente

«Ricordo che il giorno in cui incriminò Pellegritti, a Palermo si scatenò il finimondo. Orlando, il sindaco della primavera, denunciò pubblicamente Falcone. Lo accusava di tenere nel cassetto i nomi dei mandanti politici dei delitti eccellenti degli anni ‘80. Non so perché Orlando decise di alzare questo polverone, so soltanto che qualche tempo prima Falcone aveva accusato lo stesso Orlando di aver riconsegnato Palermo nelle mani di Ciancimino…».

(Davide Varì) – Falcone non andava molto d’accordo con la politica questo è noto. Ma era dentro la magistratura che covavano i veleni veri. «Si presentò al Csm con una corrente che si chiamava “Verdi uniti per la giustizia”. Lo vollero in lista perché era un nome noto ma poi si guardarono bene dal sostenerlo realmente. E infatti Falcone non venne eletto e la sua candidatura venne bocciata anche quando si candidò a capo dell’Ufficio istruttore. Gli venne preferito Antonino Meli, ma lui non disarmò. Continuò a fare il suo lavoro, continuò con le sue indagini. Accettò di fare l’aggiunto anche quando a Palermo arrivò Giammanco. Il colpo finale, probabilmente, arrivò in seguito a una sentenza della Cassazione che negava la struttura gerarchica della mafia, la famosa Cupola che Buscetta aveva descritto in modo così dettagliato. Secondo quella sentenza Cosa nostra era un brulicare disomogeneo di clan in lotta tra loro. Ovviamente aveva ragione Falcone, la mafia aveva una cupola, ma il pool creato da Chinnici e Caponnetto si sciolse».

Poi venne il breve periodo romano. Giovanni Falcone a quel punto era solo. «Sognavo da tempo di fare il ministro della Giustizia – ricorda Martelli – e quando Vassalli fu nominato giudice Costituzionale Craxi e Andreotti proposero che assumessi l’interim alla Giustizia. Un’ora dopo chiamai Falcone perché intendevo avviare una lotta risoluta contro la mafia. Volevo tradurre in leggi dello Stato le sue intuizioni. Lui accettò perché capì che era quello il modo migliore per continuare il suo lavoro: “Sono un operaio antimafia, ora voglio fare l’ingegnere antimafia”, amava ripetere».

E poi arrivò il 23 maggio del 1992, arrivò Capaci. «Ricordo perfettamente quel giorno. Ricordo ogni singolo istante. Ero nello studio di Andreotti. La candidatura di Forlani alla presidenza della Repubblica era stata bocciata. Andreotti spiegò che si sarebbe presentato e che si aspettava il nostro leale appoggio. Poi squillò il telefono. Andreotti rispose, non disse una parola. Riagganciò la cornetta. “Hanno fatto un attentato a Falcone”, disse a me e a Craxi. Scappai a Ciampino. Presi l’aereo per Palermo insieme a Gerardo Chiaromonte. Falcone era già morto».

Davide Varì
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