Marine Le Pen e dintorni…

(Umberto Bianchi) – Da qualche giorno Roma è tappezzata di strani manifesti su cui in sovrapposizione alla foto di Marine Le Pen, (la candidata alle presidenziali francesi il cui successo ha spiazzato tutti i vari benpensanti) campeggia una scritta, il cui testo suona come un peana al trionfo di una certa “destra” con cui si vorrebbero condividere aspirazioni e successi. Il manifesto firmato dai “destropositivi” di Storace e compagnia bella ci lascia con non poche perplessità. Sì perché quella di Marine Le Pen, se “destra” può esser definita, è qualcosa di peculiarmente e radicalmente differente da quella italiana, alla quale è accomunata solamente dalla condivisione del simbolo della fiamma tricolore.

Di questo se ne è ben avveduto il filosofo francese Michel Onfray, dissacrante, antifascista, ipercritico all’eccesso, ma straordinariamente prudente riguardo alla vicenda dell’ascesa del Front National, così come enunciato in un recente editoriale comparso su Repubblica. Con un acume stupefacente per uno che viene dalle file di certa sinistra, Onfray fa notare che quello della Le Pen non è il successo di quel becero neofascismo, a suo dire incarnato dall’anziano padre-padrone del Front, Jean Marie, bensì di un diffuso e largo malcontento che attraversa la società francese e che in questo caso, è stato incarnato dal nuovo modo di approcciarsi della candidata. Un modo che, a suo dire, ripercorrerebbe quanto a suo tempo fatto da Fini con il vecchio MSI.

E qui, però, Onfray prende uno sfondone da non poco conto perché, se è vero che la Le Pen ha sicuramente adottato un linguaggio più “morbido” per i media, non ne ha però sminuito la durezza e l’intransigenza dei contenuti, anzi. Il fatto è che la Nostra ha usato la medesima metodologia di Fini per arrivare però allo scopo opposto. In questo caso il superamento del nostalgismo e del neofascismo legati a Vichy è unicamente servito al Front a slegarsi le mani, per assurgere alla dimensione di esperienza politica all’insegna di un radicale e duro populismo democratico, plebiscitario identitario ed irresolutamente anti globale. Lo testimoniano i suoi decisi NO all’Euro, al baraccone comunitario di Bruxelles, alla NATO, all’immigrazione ed anche le posizioni prese nel più recente passato dal padre Jean Marie durante l’invasione Anglo americana dell’Iraq.

Quella della Le Pen è, insomma, la classica politica del pugno di ferro nel guanto di velluto, di matrice opposta a quella della destra italiana. Qui, il superamento del neofascismo da parte di Fini, ha unicamente comportato l’appiattimento su posizioni di matrice liberal, pesantemente condizionate dai diktat berlusconiani, ed in più, codinamente seguite da una larga fetta di quell’ “ambiente”, accecato dall’idea di accedere a tutti i costi alla sala dei bottoni, con tutte le conseguenze che questo ha poi portato ed oggi sotto gli occhi di tutti. Confusionarismo, approssimazione e faciloneria hanno caratterizzato gli anni della “destra” italiota al governo, portando poi diritti diritti all’attuale governo Goldman-Monti.

Né oggi è dato di vedere nelle nostrane destre, vecchie o nuove che siano, alcunché di minimamente comparabile con il Front  francese. Solidarismo buonista, uno spudorato filo atlantismo, fanno qui comunella con un nostalgismo utile solo a fare starnazzare allo scandalo le solite vecchie oche dell’antifascismo, che tanto bene assolvono allo scopo di far dimenticare i reali problemi del paese.

E dire che fare politica in Francia su posizioni antagoniste, non deve essere cosa certamente facile. Qui leggi repressive e liberticide (quale quella per cui, qualunque critica ritenuta troppo dura all’immigrazione può esser punita con denunce o carcere, così come accaduto all’attrice francese Brigitte Bardot, sic!) fanno il paio con un sistema elettorale che punisce le minoranze, così come nei desiderata del Mondialismo, lasciando spazi veramente angusti a qualunque espressione di pensiero non conforme. Ma la Francia è anche paese in cui, un forte senso critico è coniugato con un potente sentimento di appartenenza nazionale. La Francia ha non ha solo prodotto la Rivoluzione Francese, ma anche Napoleone, la Comune di Parigi, Proudhon, Blanqui, Sorel ed una miriade di pensatori non conformi oltre, nel passato più recente, a uomini come De Gaulle che, nel generale clima di asservimento europeo ai voleri d’oltreoceano, mostrò di avere il coraggio di dire “no” al totale asservimento della Francia agli USA.

E, senza alcun dubbio, Marine Le Pen si sta avviando sulla strada giusta, riconfermando che la rivolta ai diktat mondialisti sta cominciando a prender corpo in forme, queste sì assolutamente inedite ed inaspettate, ben lasciando a sperare. Perché in Italia si possa arrivare, però, alla costruzione di un soggetto politico realmente antagonista, occorrerebbe arrivare al superamento di tribalistici sensi di appartenenza, senza però arrivare a  stupidi e nocivi rinnegamenti. Occorrerebbe, invece, quella che si potrebbe definire “coscienza critica”, ovvero la capacità di saper coniugare la coscienza dell’appartenenza ad un forte senso critico, in grado di saper sollecitare e sviluppare nuove forme di progettualità politica svincolate dagli attuali ed asfissianti schemi. Solo così si potrà addivenire alla creazione di quel “Frente amplio/Fronte ampio” in grado di contemperare ed assommare in sé il rosso, il nero e tutto l’arcobaleno dei colori dell’antagonismo, aprendo ,in tal modo, la strada alla lunga e difficile riscossa dagli asfissianti ed alienanti dktat mondialisti.

Umberto Bianchi

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