Marco Iacona. Album di un secolo…

Sono ormai dodici anni che ci siamo lasciati alle spalle il Novecento. Il secolo breve, il secolo delle ideologie, il secolo della tecnica più ancora che della scienza. Sono ormai dodici anni eppure il Novecento non ci vuole lasciare. Oppure siamo noi che fatichiamo a liberarcene, come accade con quelle relazioni sentimentali così profonde, così importanti o magari così abitudinarie, che alla fine si stenta a chiuderle nel cassetto dei ricordi.

A ben guardare gli anni Duemila sono ormai molto diversi dai decenni che li hanno preceduti, eppure al tempo stesso ne sono ancora permeati. Complice internet, che ha reso il computer uno sconfinato juke-box della memoria, capita sempre più spesso, a noi “baby boomers”, di saccheggiare il grande patrimonio di cultura pop del nostro passato, di passare al setaccio la terra comune degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta. Oppure di riscoprire suoni, immagini e volti della prima metà del secolo, finalmente usciti dai libri di scuola e privi di quella patina di polvere che sempre accompagna le letture imposte dalla cattedra. Il Futurismo, la Grande guerra, le lotte sociali, il fascismo, il sogno dell’impero.

Gli anni Duemila sono ormai del tutto differenti dal Novecento, ma per ora non entusiasmano. Sarà la crisi economica, sarà lo spauracchio dell’austerità, sarà l’assenza di figure carismatiche (oggi vanno per la maggiore i “grigiocrati”), ma non è facile guardare al futuro con fiducia e tanto meno con entusiasmo. E allora viene voglia di voltarsi indietro. Marco Iacona, autore di Album di un secolo. Icone di un Novecento post-ideologico (Rubbettino), lo fa in maniera magistrale, sia pure senza rimpianti e nostalgismi.

Catanese, ricercatore universitario e giornalista, pure lui figlio del “boom” degli anni Sessanta, Iacona ripercorre un secolo nel quale, per usare le sue parole, «bellezza, arte, indagine e solidarietà non hanno colori politici». Quanto meno non più, visto a distanza di alcuni anni. Un Novecento insolito, come il secolo cantato da Giorgio Gaber, nel quale adesso si può anche ridere per le assurde divisioni fra destra e sinistra; anche se hanno lasciato dietro di loro scie di sangue e di rancore. Un secolo, il Ventesimo, che apre all’indistinto, all’informale, che accosta la cultura alta (l’indagine sociologica, l’arte figurativa o il trattato filosofico) a quella bassa e che raccoglie le fenomenologie del moderno senza alcun pregiudizio.

Uno dei pregi di Iacona consiste nel non subire più di tanto il fascino o la presunta egemonia culturale della sinistra; andandosi anzi a “riprendere” autori che erano stati arruolati d’ufficio dagli avversari, da Pasolini all’amato Cesare Pavese, da Woody Allen ai Simpson, fino a buona parte della “beat generation”, lanciando la sua sfida sul terreno solo in apparenza neutro dell’immaginario e della cultura di massa e conciliando personaggi in antitesi tra loro.

Scrive nella prefazione Luciano Lanna, già direttore del Secolo d’Italia, giornale al quale l’autore collabora da tempo: «Iacona è, oltre che un rappresentante della sua generazione, anche un esponente di quella grande Italia provinciale che ha attraversato e superato, prima delle versioni romano centriche e milanocentriche, l’Italia lacerata e segnata fuori tempo massimo dalle contrapposizioni della guerra civile. Nelle tante realtà di provincia la pressione, spesso tragica, dei colpi di coda della guerra dei padri è andata affievolendosi in anticipo, consentendo di percepire  più velocemente quell’immaginario unificato che stava emergendo».

Ecco dunque un’agile e sbarazzina carrellata di personaggi apparentemente lontanissimi fra loro, dove non solo Nietzsche e Marx si danno la mano, parafrasando una famosa canzone di Antonello Venditti, ma lo fanno anche Jünger e Bukowski, Sciascia e Woody Allen, Simone Weil e Peggy Guggenheim. E i favolosi Anni Sessanta dei Beatles s’intrecciano con l’Italia di fine boom economico di Lucio Battisti.

«Cresciuto dopo la guerra dei Settanta – dichiara l’autore nella sua introduzione al volume – quando la democrazia barcollò fra golpe e dissensi, sangue e terrore, ho anch’io vicende da raccontare e ideali da onorare. Volti da amare, ragioni e artisti da sostenere. L’happy end appartiene alla mia generazione e con esso la valutazione del tempo libero e del confronti privo di pregiudizi».

Giorgio Ballario

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