Marcia “Pro-life” un cazzo… L’aborto è un diritto e voi siete solo liberticidi…

La seconda domenica di maggio, sin dal 1957, ricorre in Italia la festa della mamma. Una festa di origini antichissime, che affonda le sue radici nei simboli e nei riti pagani volti ad onorare il passaggio dall’inverno alla primavera, e dunque a celebrare la fecondità e l’immensa capacità creativa della terra. La terra, simbolo di maternità per eccellenza, accoglie il seme, gli fornisce nutrimento e calore, gli permette di costruire le basi per lo sviluppo di una nuova vita. Così la mamma, che prima di tutto desidera il suo bambino, lo sceglie, e poi lo porta in grembo per tutto il tempo necessario affinché sia pronto ad affrontare la vita. “Madre”, infatti, etimologicamente parlando, è “colei che misura, che ordina”, derivante dal sanscrito MÂ – “ordinare, disporre” -, e non è un caso che la prima questione che una donna si trova a dover misurare, riguardo la maternità, sia proprio quella della scelta. Scegliere di diventare madre, scegliere di trasformare completamente la propria realtà, scegliere di dedicare la propria vita ad un’altra creatura.

Eppure, proprio nel giorno della festa della mamma, proprio nel giorno in cui questa capacità di misurare e disporre la realtà dovrebbe essere celebrata, una manifestazione a Roma protestava la volontà di impedire questa scelta, la mancanza della quale svuoterebbe ogni donna della propria consapevolezza. Una marcia, quella patrocinata dal Comune di Roma, non solo contro l’aborto, dunque, ma contro la stessa possibilità di ogni donna, di ogni madre, di agire responsabilmente la propria vita.

L’idea per cui l’aborto sarebbe un “genocidio silenzioso”, infatti, è solo lo specchio nel quale si riflette un’intera ideologia. Per i manifestanti e per gli organizzatori, l’ab-orto (etimologicamente “privazione della nascita”), contro ogni legge fisica e metafisica, potrebbe avvenire anche prima del concepimento. È considerata abortiva la pillola del giorno dopo. Non è considerato accettabile l’utilizzo del preservativo, o di qualunque altro metodo anticoncezionale. La violenza dunque che i cosiddetti pro-vita si propongono di portare avanti sulla donna va ben oltre la negazione della possibilità di scelta. Investe il campo della sessualità, della prevenzione, della libertà.

La cosa che più di ogni altra suscita interesse, ad ogni modo, non è l’ideologia. Ognuno è libero di pensare, manifestare e soprattutto agire secondo la propria coscienza. La particolarità dei pro-vita sta proprio nel fatto che non manifestano per tutelare un proprio diritto (che esiste ed è consolidato), ma al contrario protestano per limitare i diritti di chi la pensa diversamente da loro: peggio, per assoggettare l’intera comunità alla propria ideologia, o fede. Si legge nei loro volantini che l’iniziativa avrebbe lo scopo di «affermare che la vita è un dono, indisponibile, di Dio». Finché ad affermarlo sono i credenti, o «gli uomini di buona volontà», non è un problema. Diventa un problema nel momento in cui la manifestazione vede la presenza del sindaco con la fascia tricolore in prima fila, e insieme a lui diversi rappresentanti delle istituzioni. Diventa un problema soprattutto nel momento in cui sono le stesse istituzioni a non rendere possibile la scelta della maternità, non investendo nei servizi, nella sanità, nelle strutture adeguate alla crescita di un figlio.

Dunque, qual è il messaggio che le istituzioni mandano al cittadino? Che disporre della propria vita dovrebbe essere un reato? La questione va ben oltre il problema morale dell’aborto, ed investe, purtroppo, un intero sistema di credenze. Si potrebbe iniziare a pensare, per esempio, che se «la vita è un dono, indisponibile, di Dio», allora non si dovrebbe accettare di mettere la propria vita nelle mani dello Stato. Che se «la vita è un dono, indisponibile, di Dio», allora l’intera costruzione sociale della famiglia dovrebbe crollare, e con essa i ruoli di riferimento della madre e del padre. Si potrebbe iniziare a pensare che se «la vita è un dono, indisponibile, di Dio», allora non si dovrebbe accettare di mettere la propria vita neanche nelle mani della Chiesa, che è una costruzione umana. Non si dovrebbe poter disporre della propria vita in ogni campo: in quello degli affetti, del denaro, della proprietà. E allora non si può fare a meno di chiedere al sindaco Alemanno, alla onorevole Binetti e a tutti i rappresentanti delle istituzioni che hanno deciso di prendere parte alla marcia: è davvero questo che volete?

Susanna Curci

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